Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

FEMMINE, NON FEMMINISTE (di Chiara Volpe e Clara Carluccio)

UGUALI E DIVERSI (di Chiara Volpe)

Puntuale come ogni cadenza annuale, rieccoci all’8 marzo, giornata dedicata alla festa della donna, ammesso ci sia qualcosa da festeggiare visto come vanno le cose, da due anni a questa parte. Un giorno, l’ennesimo, dedicato al più insignificante e svilente consumismo: fiori, cioccolatini, schiere di femmine “impupate” che si incontrano per trascorrere una serata tutta “al femminile” e prendere in giro o, addirittura, parlar male di mariti, fidanzati e tutto il genere maschile in generale. 

Perché, oggi, uomo e donna sono nemici l’uno dell’altra. Lungi dal raggiungimento di una sostanziale quanto improbabile parità tra i sessi, ciò che questi hanno eretto, in verità, è soltanto l’ennesimo muro. Essere pari non significa essere per forza uguali, ma attuare la parità vuol dire occuparsi insieme di pensare e rendere possibile una vita piena, libera, beneficiando sia dell’uguaglianza che della diseguaglianza. 

Una buona educazione dovrebbe accentuare le differenze e non le somiglianze. Cosa c’è di meglio della cooperazione? Cosa di male nell’aver bisogno l’una dell’altro? Invece, decenni di femminismo esasperato, isterico ed ipocrita hanno portato la donna a odiare l’uomo, ma anche se stessa e le sue “sorellastre”. Molto spesso: donna contro donna, rivali, invidiose e anche cattive. 

Non contente, non vanno più verso una semplice emancipazione, ma mirano alla cancellazione del maschio, inutilmente maschio, alla soppressione della sua virilità. Ma è l’eccesso che non funziona: nelle società dove la virilità maschile è esaltata in maniera eccessiva, le donne automaticamente sono oppresse. Ma in una società dove, al contrario, la virilità maschile è disprezzata, l’incompletezza dell’uno e dell’altra conduce a una solitudine delirante

La donna contemporanea pensa di essere una rivoluzionaria se, rinunciando al reggiseno o all’assorbente, si riappropria del proprio corpo ribellandosi ai diktat maschili. E così fioccano movimenti come il metoo, che propone scioperi e invita le donne a considerare qualunque approccio maschile come una molestia sessuale. La narrazione odierna ha creato un nuovo stereotipo: la donna odia l’uomo, è arrabbiata, poco attraente, struccata, spettinata e detesta il sesso. 

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L’uomo contemporaneo, invece, si sottrae in maniera distruttiva. Sull’onda di una schiacciante liberazione femminile, che non lascia né scampo né tantomeno possibilità di dialogo, lui si dichiara un “ragazzo di 39 anni” che “non è pronto” o “non è sicuro di essere innamorato” e, intanto, si disinteressa totalmente, indietreggia, cadendo nella allettante tentazione di non spaccarsi la schiena per difendere il suo territorio, a partire dal grembo sacro della sua donna. In questo senso, la donna di oggi è ideale per un uomo che non ha voglia di essere ciò che avrebbe da essere. È l’eccesso che esaspera, ma la mancanza uccide e rende incompatibili persino con la propria, tanto stigmatizzata natura. 

Tutta questa ricercata libertà ha, in fine dei conti, incatenato sia maschi che femmine dentro a piccole scatole insonorizzate e impenetrabili, creando una immensa confusione di ruoli, a beneficio di nuove teorie fluide, secondo le quali sentire vale più di essere. Ma essere non è frutto di opinione o scelta. La rassicurante bugia nella quale vogliono avvolgere sia lui che lei, non è nulla a confronto di una possibile scomoda verità, non condizionata però da una visione mainstream dei rapporti e delle relazioni maschio/femmina. 

Uomini e donne sono biologicamente e psicologicamente differenti e, purtroppo, o ringraziando il Cielo, indispensabili l’uno all’altra. L’unica libertà che dovremmo inseguire è quella di essere lasciati in pace, di vivere con coraggio la sfida che potrebbe farci trasfigurare negli occhi dell’altro.

Chiara Volpe

SE A NOI PREFERISCONO LE UCRAINE, NON POSSO DAR LORO TUTTI I TORTI (di Clara Carluccio)

Gli scapoli italiani hanno già scelto l’abito cerimoniale e si vedono, frementi, nel più felice e stereotipato sacro vincolo matrimoniale con una donna ucraina sfuggita ai bombardamenti

Quante volte l’hanno detto: il matrimonio è la tomba dell’amore, della fantasia e dell’eros. Praticamente, meglio impiccarsi. Le lenzuola sono sempre troppo corte, i corridoi troppo stretti e le ore troppo lente per affrontare un continum spazio-temporale con la stessa isterica rompipalle. Poi, è sufficiente che una qualsiasi straniera varchi i confini del nostro logorato Stivale per trasformare i maschietti nativi, da love coach predicatori di amore & libertà, a pantofolai gratificati dalla sveltina del martedì sera

Sorvolando sul fatto che, all’estero, l’italiano medio è visto fondamentalmente come un simpatico ebete, possiamo davvero sostenere che questa allergia verso le proprie connazionali sia del tutto ingiustificata? 

Con il solito copione dello sfruttamento, del patriarcato e della disuguaglianza, all’italiana è stata gradualmente insinuata una forma mentis secondo cui stirare, cucinare e pulire la casa sarebbero atti di schiavismo. È capace di portare in tribunale il marito qualora i piatti da lavare non siano distribuiti in eguale quantità tra lei e lui. Ecco il risultato di essere incessantemente bacchettata dal clero femminista per ogni parola, opera e omissione che riguardi il suo rapporto col genere maschile e con sé stessa. 

Queste pseudo attiviste per i diritti femminili riversano sulle coppie malumori, sospetti e pretese. Se vedono una donna andare troppo d’accordo con un uomo – che sia un amico o un compagno di vita – cominciano ad etichettarla come ancella, serva del demonio, sguattera, inetta, la figlia prediletta del papi, la ruffiana. Più che divide et impera, tutto questo mi puzza di un rosica et divide.

Non sarà casuale nemmeno l’abbrutimento estetico tanto decantato dalle attiviste come segno di emancipazione. Indossare un bel vestito, truccarsi, farsi la piega, mettere lo smalto, il mascara, un intimo provocante o qualsiasi cosa contribuisca ad una bella presenza, è recriminabile come tentativo di compiacimento maschile e assoggettamento ad esso. Ovvio, non possiamo essere tutte sosia di Ava Gardner o Rita Hayworth, ma non credo che esaltare la propria ascella pelosa sia la via giusta per compensare l’eventuale bellezza mancante. 

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Grazia e femminilità, non sono da intendere solo come aspetto visivo ma, soprattutto, come emanazione mentale. Quel portamento che, anche indossando una tuta e delle sneakers, rende la donna piacevole. Il femminismo contemporaneo ha spinto donne di ogni età e stato civile ad un’arroganza spropositata e insopportabile, fino a giustificare frasi da calci in culo come: “se un tizio esce con me deve solo ringraziare che gli dedico il mio tempo”. La donna altalena tra un’altezzosità estrema e un disgustoso decadimento a stadi primitivi, arrivando addirittura a disquisire sulle quote rosa nella defecazione 

https://www.google.com/amp/s/giuliamirimich.com/2018/10/18/anche-le-donne-fanno-la-cacca/amp/.

Una volta, Achille Lauro, il ragazzo con gli scarabocchi sulla faccia, in uno dei suoi insignificanti tentativi di combattere il conformismo ha dichiarato di voler “essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza e candore”. Forse, la sua, è una rappresentazione un po’ virginale, da fatina del bosco, ma decisamente più dignitosa della rozza sagoma a cui le femministe ambiscono a trasformare tutte le loro simili. Ormai, con tutta questa volgarizzazione della donna, non mi stupirebbe che un soggetto simile arrivi ad essere il miglior rappresentante dell’emisfero femminile. Buon 8 marzo ad Achille!

Clara Carluccio 

2 commenti su “FEMMINE, NON FEMMINISTE (di Chiara Volpe e Clara Carluccio)

  1. Analisi lucida, completamente condivisibile che onora l’essere femminile. Complimenti e grazie per farci godere di queste riflessioni, che contribuiscono ad amare ancor di più, se c’è ne fosse bisogno, l’universo femminile.

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