Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

LE TENTAZIONI DI CRISTO, DEL VANGELO SECONDO MATTEO, LETTE IN CHIAVE ATEA E MONDANA (di Matteo Fais)

Ovviamente ha ragione Benedetto Croce, quando dice che non possiamo non dirci cristiani. Persino se atei, siamo nati entro questa cultura. Essa ci abita e noi la abitiamo. La Bibbia e, soprattutto, i Vangeli sono, persino per chi non li abbia mai letti, presenti in tanti detti popolari che quotidianamente, volenti o nolenti, tendiamo a usare e riproporre, per quanto svuotati della loro carica teologica (“Tutto quanto volete che gli altri facciano a voi, anche voi fatelo a loro”, “Sia invece il vostro parlare ‘sì, sì’; ‘no, no’, il di più viene dal Maligno” e via dicendo).

In un mondo postmoderno come il nostro, non risulta pertanto così peregrino leggere le Sacre Scritture in chiave laica e mondana o, se si preferisce, meramente filosofica, usando verso queste la moderata violenza di riportarle sulla terra, riducendole al rango di letteratura. Fatto salvo, manco a dirlo, il manipolarle per trasformare Cristo nel primo socialista, o peggio ancora comunista, così come già si è cercato – possa il fuoco della Geenna bruciare eternamente questi infedeli.

Ognuno troverà dunque al loro interno un proprio percorso, se non di redenzione, quantomeno di riflessione morale. Si potrebbe, per esempio, partire dal Vangelo di Matteo e dalle famose tentazioni a cui il Figlio di Dio va incontro nel deserto, intendendo questo testo come un magnifico esempio di meditazione esistenzialista ante litteram.

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Già lo scenario brullo e arido, che ha a livello biblico notevoli rimandi qui impossibili da analizzare, ci riporta a una dimensione di solitudine e isolamento, il luogo dell’essenziale, per dirla con Benedetto XVI, ideale per il sorgere delle grandi domande che tormentano l’esistenza umana. Esso è anche, come sottolineato dall’ultimo vero Papa, il luogo della morte, mancando dell’acqua, o del nostro essere-per-la-morte, correggerebbero gli heideggeriani. In tal senso, il deserto non è molto diverso dallo spazio entro cui si muove Antoine Roquentin, il personaggio di La nausea, nell’opera sartriana, a Bouville.

Ma il motivo per cui la scena da sempre inquieta e scuote l’animo dei fedeli è la presenza di questo oscuro coprotagonista, il demonio. Egli porta in scena la più angosciante delle prospettive, la libertà. A rischio di sfidare l’Altissimo e andare incontro all’accusa di blasfemia, ma si potrebbe asserire che, senza di questo, Cristo sarebbe poco o niente, il privilegiato figlio di Dio, la santità fattasi carne. Al contrario, Egli dimostra la sua appartenenza alla schiera celeste rifiutando la tentazione.

Tale discorso valga a maggior ragione per l’uomo: senza il Maligno, questo sarebbe il burattino di Dio. È solo perché è possibile scegliere tra il Padre Eterno e suo Figlio, in opposizione a Satana, che noi siamo veramente liberi. Se non potessimo voltare le spalle al Cielo e decidere di “vedere un fascino nelle cose ripugnanti”, scendendo “ogni giorno d’un passo, col fetore delle tenebre […]/ verso l’Inferno, senza orrore”, per dirla con il poeta – che non è Dante, ma Baudelaire –, smetteremmo di essere uomini, questo è poco ma sicuro. Per tal motivo, ogni vero cristiano – e ogni vero occidentale, si potrebbe aggiungere – sa che la libertà è la prima cosa. Cristo, per primo, la pretende e chiede di essere scelto, senza mai trattenere chi gli si vuole sottrarre.

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Ma le tentazioni hanno davvero tanti insegnamenti, anche mondani, da fornirci. Tutti quanti ricorderete questo passo: “Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”. Impossibile non leggere in queste parole il rifiuto di ogni forma di materialismo e riduzionismo che voglia vedere l’umano come mera carne all’interno di rapporti di forza. Non siamo quello che mangiamo, se non in prima istanza, nel senso che la base materiale ci permette di esistere, ma la nostra battaglia non può limitarsi a quella per il pane – persino lo schiavo nero malnutrito, che fugge dalla piantagione, non lo fa solo per trovare altro cibo, ma per inseguire un’idea più alta di liberazione. Dopo, diveniamo parole, discorsi, ci mettiamo in cammino verso il logos, inteso come Parola e Verità.

Il testo prosegue così: “Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del Tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra. Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo»”. Il punto, o almeno uno tra questi, appare chiaro: il Figlio di Dio non è un prestigiatore, non cerca le luci della ribalta, non si mette in mostra per attirare seguaci… In inglese renderebbe meglio, perché si chiamano follower – chi ha orecchie per intendere intenda.

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La fine del testo in questione vede l’ennesimo tentativo fallito di sedurre Cristo, facendo leva sulla vanità di potere, oramai così tristemente nota presso la razza umana, come ci ha ben insegnato il ’900, i millenni precedenti e il più recente: “Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, cadendo ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”. L’immagine, vista da una certa prospettiva, getta una luce decisamente preoccupante sul nostro presente: quanti rinuncerebbero alla tentazione del dominio e del possesso, di fronte alla possibilità di avere il mondo ai propri piedi? A quanto pare Cristo è l’unico ad aver resistito, mentre tanti sono caduti e ancora di più sono i genuflessi ai piedi di chi già aveva ceduto, sempre pronti a venerarlo.

L’episodio delle tentazioni chiarisce a ogni buon cristiano, ateo o devoto, il peso morale che l’uomo porta su di sé nella scelta per un’esistenza autentica, ma più di tutto come questa non possa essere guadagnata se non accettando lo strazio e la lacerazione del dilemma, la costante presenza del demonio, cioè del male come necessario correlato del bene. In tal senso, si potrebbe quasi dire, seguendo il famoso adagio, che il demonio non è così brutto come lo si dipinge: senza di lui, saremmo nella morsa di Dio, privi di angoscia, ma non più umani.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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