Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

IL LIBRO-INTERVISTA AI NIRVANA FA CAPIRE PERCHÉ È SEMPRE MEGLIO NON CONOSCERE I PROPRI IDOLI (di Matteo Fais)

La cosa più bella degli idoli adolescenziali sta forse nella loro siderale distanza. È sempre facile identificarsi con una persona che non si conosce, proprio come amare una donna ideale, perché si può proiettare sulla sua figura tutto quel che si preferisce: il proprio smarrimento esistenziale, la confusione del divenire grandi, la comprensione che nessuno sembra darci.

L’altro grave errore sta nel pensare che esista una contiguità tra l’arte e la persona. Così si costruiscono indebite deduzioni quali ad esempio che colui che canta o scrive così bene dell’amore sappia amare in un modo diverso, più vero e autentico, di chi ci sta vicino, come se egli non fosse altro che il sentimento raccontato in quella poesia o canzone. Non si pensa mai che, oltre quella capacità di espressione, vi sia un uomo fatto della medesima miseria, squallore e abiezione di tutti gli altri. Meno che mai ci si azzarda a ipotizzare che la sua sia semplicemente una dote naturale e che questa, una volta portata a compimento, non dia luogo ad alcuna particolare qualità o abilità nel quotidiano.

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Ecco perché è sempre meglio non incontrare i propri miti. Ogni volta, ci si ritrova davanti semplicemente un uomo ricurvo sotto il peso della propria umana banalità. E pare impossibile che lo stesso soggetto abbia scritto il libro che ha segnato una generazione, la canzone su cui tanti hanno vagheggiato un amore impossibile. Forse aveva proprio ragione quella simpatica carogna di Lord Harry quando, in Il ritratto di Dorian Gray, sostiene di Basil, il pittore, che “mette nel suo lavoro tutto quel che ha di buono. Di conseguenza non gli rimangono per la vita che i suoi pregiudizi, i suoi principi, e il suo buon senso. I soli artisti personalmente deliziosi che io conosca, sono i cattivi artisti. I buoni artisti esistono semplicemente nelle loro opere, e quindi sono del tutto senza interesse nella loro vita. Un grande poeta, un poeta veramente grande, è la meno poetica di tutte le creature”.

Per tutta questa serie di motivi, è veramente disarmante, oltre che mortalmente tedioso, leggere le interviste a Kurt Cobain contenute in Territorial pissings. L’ultima intervista e altre conversazioni, appena uscito per Minimum Fax. D’accordo che il leader dei Nirvana era molto giovane quando rilasciò quelle dichiarazioni e gli interlocutori dei giornali erano peggiori dell’ultimo blogger di oggi, ma davvero sono dialoghi sul nulla nel 90 percento dei casi.

Lui, palesemente, non ha niente da dire, né al principio né alla fine della carriera. Asseconda svogliatamente il pettegolezzo – ancora i litigi con Axl Rose, che palle! –, ragguaglia sulle sue sfuriate con la moglie Courtney Love. Ogni volta, poi, l’intervistatore gli domanda del legame tra i suoi problemi di stomaco e il dolore espresso nelle canzoni, sennonché lui racconta di gastroscopie e somatizzazione della rabbia, per poi aggiungere di essere pure affetto da scoliosi – sembra di sentire la vecchia zia che si lamenta per tutto il pranzo di Natale dei disturbi sopraggiunti in vecchiaia.

In tutto ciò, non riesce a formulare un pensiero compiuto che uno, passando di palo in frasca e sfiorando ogni argomento con imbarazzante superficialità. Insomma, pare ci sia da prenderli sul serio quando asseriscono “Abbiamo delle opinioni, certo… ma siamo troppo analfabeti per portare avanti i nostri argomenti. Ci siamo fatti troppe canne e troppi acidi per trattenere nozioni nel cervello. Quindi se ci mettessimo a discutere di un argomento qualsiasi con qualcuno, avremmo la peggio”. Insomma, sì, quando sentenzia lapidario “Siamo solo un gruppo di fattoni delle superiori”, non ha tutti i torti: un ragazzino prossimo al diploma, con un poco di curiosità intellettuale, potrebbe fare di più. Meglio sorvolare, poi, sulle considerazioni relative al sessismo imperante – già negli anni ’90, in America, dovevano suonare come becero politicamente corretto e oggi sono proprio intollerabili.

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Probabilmente, Cobain era più un uomo che intuiva a livello prerazionale un senso di malessere diffuso, ma senza riuscire a dargli sostanza a livello di pensiero. Poi, per qualche assurdo motivo, nella forma canzone, tale sentire si mutava in bellezza. Ecco, lui è riuscito a rappresentare un clima esistenziale – gran cosa sul piano artistico, ma totalmente ininfluente a livello di ricaduta intellettuale e rivoluzionaria.

Sarà anche vero, come sostiene Diana Spiotta, nell’ottima introduzione, che “Il capitalismo è sempre stato in grado di assorbire e metabolizzare il dissenso e la resistenza, appropriandosene, ed è il motivo per cui la sottocultura è costretta a reinventarli continuamente. I Nirvana e Kurt Cobain negli anni Novanta hanno segnato probabilmente il punto culminante di queste accuse, ma è stato anche il momento in cui le tensioni interne alla sottocultura si sono fatte insostenibili”. O forse, si potrebbe aggiungere, tale cultura sta troppo sotto per porsi come antitesi realmente pericolosa per quella dominante.

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Sicuramente, la parola definitiva su Kurt l’ha detta il filosofo Mark Fisher, anch’egli morto suicida, il quale sostiene, in Realismo Capitalista: “con la sua straziante inedia, con la sua rabbia senza scopo, il leader dei Nirvana sembrò l’esausta voce dell’avvilimento che attanagliava la generazione venuta dopo la fine della storia, la stessa generazione cui ogni singola mossa era stata anticipata, tracciata, comprata e svenduta prima ancora di compiersi. Cobain sapeva di essere soltanto un altro ingranaggio dello spettacolo, che su MTV niente funziona meglio che la protesta contro MTV; sapeva che ogni suo gesto era un cliché già scritto, e che persino questa consapevolezza era essa stessa un cliché […] Qui persino il successo equivale al fallimento, perché avere successo significa soltanto che sei la carne di cui si nutre il sistema”. Difficile poterlo dire meglio. A voler essere più spicci, la si potrebbe mettere nei termini che Cobain e i Nirvana sono un fantastico intrattenimento, un sublime strazio con cui consolarsi per il fallimento di una generazione, ma da loro non potranno mai venire le basi per un nuovo inizio. No, non è con l’acquiescenza nichilista del grunge che si combatte il Sistema – ammesso e non concesso che, in ultimo, si voglia realmente intraprendere una simile battaglia.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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