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PANAIT ISTRATI – SCRITTORI CONTRO IL COMUNISMO (di Davide Cavaliere)

Repetent de doua ori cu doar patru clase golanul din Braila a devenit scriitor de renume drama lui Panait Istrate

Una frase attribuita a Lev Trockij recita: «Chiunque desideri una vita tranquilla ha fatto male a nascere nel ventesimo secolo». Il Novecento, infatti, è stato testimone di vite straordinarie generate da circostanze altrettanto straordinarie. Si pensi, ad esempio, ad André Malraux, recentemente tornato nelle librerie con Antimemorie, partito per l’Indocina negli anni Venti alla ricerca di tesori perduti di antichi imperi. Al suo ritorno in Francia, diviene campione dell’antifascismo, combatte coi repubblicani durante la guerra civile spagnola, milita nella resistenza antinazista, aderisce al gollismo e serve il Generale come Ministo della Cultura. 

Un esempio ancora più lampante è quello dello scrittore rumeno Panait Istrati, un vero idealista in un secolo di allucinazioni ideologiche, uno spirito nobile e, secondo Ilya Ehrenburg (coautore insieme a Vasilij Grossman della prima cronaca documentata dei crimini nazisti contro gli ebrei nell’Europa orientale), un lumpen amante dell’avventura.

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Cosmopolita e pacifista, Istrati aderì al Partito Comunista Francese. Considerava la rivoluzione inseparabile da una volontà etica, da un bisogno insopprimibile di giustizia. Quando si rese conto dell’assenza di queste dimensioni all’interno del mondo sovietico, denunciò la dittatura bolscevica per quello che era: uno stato terrorista e poliziesco. A differenza del suo amico, l’autore greco, Nikos Kazantzakis, che rimase fedele all’utopia leninista e sentì una forte attrazione per i carismatici leader totalitari, Istrati vide l’orrore ed ebbe uno straziante litigio con la sua famiglia politica e spirituale. Il libro di Istrati, Vers l’autre flamme après seize mois dans l’URSS, precede di sette anni il più celebre Ritorno dall’URSS di André Gide, e rappresenta una delle prime testimonianze su quello che sarà conosciuto come «il Dio che è fallito». Curiosamente, Panait Istrati scriverà anche la prefazione al primo libro di George Orwell pubblicato in Francia, da Gallimard, nel 1935, Senza un soldo a Parigi e a Londra.

Quando ruppe con lo stalinismo, nel 1929, le stesse persone che in precedenza lo avevano incensato, lo accusarono di essere la voce del «Lumpenproletariat», il proletariato misero e cencioso che ogni marxista ortodosso doveva obbligatoriamente disprezzare. Smise di essere il «Gorki dei Balcani», come lo definì il premio Nobel per la letteratura Romain Rolland, autore dell’ormai dimenticato Jean-Christophe, per diventare un elemento deviato e inaffidabile.

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Istrati, nemico mortale del filisteismo borghese, affascinato dai delinquenti e dalle prostitute, inebriato dai fumi di osterie malfamate, viandante al Cairo, a Istanbul, a Marsiglia e Costanza, ma sincero amante della libertà, anche se talora brutale, vide prima di tanti spiriti eruditi la verità sulla Russia di Lenin e Stalin. La sua apolidia, il suo istintivo rifiuto per la irreggimentazione burocratica, lo svegliarono dal sonno tinto di rosso in cui era precipitato. Non a caso fu anche amico di Victor Serge, rappresentante di quella minoranza che non si arrese quando arrivò la mezzanotte del secolo (titolo del grande romanzo di Serge, molto apprezzato da Susan Sontag).

Anche Ilya Ehrenburg che, con amara condiscendenza, attaccò Istrati rendendo omaggio alla posizione ufficiale del Partito sullo scrittore rumeno, sarà costretto a una serie di ripensamenti circa il comunismo. Il suo libro di memorie, People, Years, Life, nonostante le omissioni e persino le invenzioni circa la sua vita, è stato fondamentale per riabilitare la memoria di molte vittime del bolscevismo, tra cui Isaak Babel, Marina Cvetaeva e Titsia Tabidze.

Istrati ha sbagliato molte volte nel corso della sua vita, come quando accettò di diventare editorialista per il giornale di Mihail Stelescu, «Cruciada românismului» («La crociata del rumeno»). Possiamo facilmente immaginarlo sorridere sarcasticamente al pensiero che proprio lui, che aveva scritto di luminari di sinistra come Ștefan Gheorghiu e Christian Rakovsky, oltre ad aver denunciato l’antisemitismo nel suo romanzo La famiglia Perlmutter (scritto a quattro mani con Josué Jéhoud), fosse finito dalla parte fascista e antisemita. Certo non divenne mai un legionario. Non era né comunista né fascista; era uno spirito libero che, talvolta, prendeva direzioni sbagliate, ma senza mai negare i suoi errori. La sua indignazione contro le ignominie burocratiche della Russia sovietica fu genuina, dopotutto, come già ricordato, era un amante della libertà che rifuggiva ogni imbalsamazione ideologica.

Davide Cavaliere

L’AUTORE 

DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.

 

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