Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

BANANA YOSHIMOTO STA ORAMAI RASENTANDO IL RIDICOLO (di Matteo Fais)

Certi scrittori suscitano l’effetto della vecchia signora imbellettata di cui parla Pirandello in L’umorismo, quella che da prima fa venire da ridere, poi, a pensarci bene, se ne coglie la disperazione che la porta a mascherare l’età per mantenere presso di sé l’amore del marito più giovane e, allora, l’effetto si rovescia.

Una su tutte è sicuramente Banana Yoshimoto, a suo tempo ragguardevole esempio della letteratura giapponese – la più europea, quella che è riuscita a internazionalizzare ed esportare una scrittura così diversa –, oramai divenuta la parodia di sé stessa, una specie di versione tarocca dei cinesi – altro che giapponesi. Qualcuno dovrebbe dirle di fermarsi prima che sia troppo tardi, così da non vanificare decenni di duro lavoro, grande accoglienza presso il pubblico e ottimi risultati letterari.

Il suo ultimo romanzo – ma anche il precedente e quello prima ancora -, Le strane storie di Fukiage (Feltrinelli) è impresentabile. La storia è così fantastica da rasentare le visioni della demenza senile. Altro che realismo magico, qui è rincoglionimento totale.

L’ultimo penoso libro di Banana Yoshimoto, Le strane storie di Fukiage, Feltrinelli.

La trama vede come protagoniste due sorelle gemelle, Mimi e Kodachi, nate a Fukiage, località del Giappone in cui esisterebbe un varco spazio temporale verso un altro mondo (“Sul nostro pianeta c’erano vari accessi all’altro mondo, e uno di questi era proprio qui a Fukiage. Si può chiamarla porta ‘altro pianeta’ come ‘altra dimensione’, non fa alcuna differenza. Si capisce a cosa ci si riferisce. Nessuno sa che cosa sia. I nostri antenati hanno semplicemente preso atto dell’esistenza di un portale che si apriva su un mondo neanche tanto diverso da questo in termini di cultura, civiltà e tecnologia, un portale che a un certo punto della storia si è chiuso, e quindi non ci sono state più vie di accesso”). Insomma, robaccia da film di fantascienza anni ’60-’70.

Il padre delle ragazze è morto in un incidente stradale, e la madre, che era col marito, si trova in stato di coma da più di un decennio. Quest’ultima è, tra l’altro, proveniente proprio da quell’universo altro (“E invece sua madre viene proprio da un altro mondo. Motivo per cui non ha né nonni né altri parenti da parte sua. Non so che spiegazioni le abbiano dato, ma sua madre è una creatura solitaria. In passato era caduta in un sonno profondo, poi dopo tanto tempo si è svegliata per condividere la vostra vita”). E già qui, persino un lettore forte potrebbe essere preso da un sopore che neppure le pagine più pallose di Proust. Ma, purtroppo, non è ancora finita.

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Per farla breve, tra il mondo normale e quello a cui si accede tramite il varco, a un certo punto, vi è stata una migrazione. Nelle parole della scrittrice: “Non intendevano impossessarsi del nostro mondo né migrare qui in massa, si è trattato di un contatto casuale che, in via del tutto sperimentale, ha portato alla migrazione di pochi di loro. Una specie di storia di fantascienza lasciata a metà”. Ecco, una storia di fantascienza, ma non solo lasciata a metà, pure scritta male e senza nessuna presa sul piano narrativo, da doversi fare una flebo di sospensione dell’incredulità per andare avanti. Anche perché, nel testo, c’è un po’ di tutto, persino gli ufo (“Da bambina una volta mi è capitato di vedere un UFO insieme alla mia famiglia”) e strani individui, anch’essi di incerta provenienza, ma dall’aspetto diverso rispetto a quelli che si sono mescolati alla razza umana (“Mi voltai di scatto e vidi che qualcosa di piccolo e nero, simile a una divinità della morte o forse a un uomo-ratto, con indosso una veste con cappuccio, stava per avventarsi su di me. Emanava un odore cattivo, come di una vecchia pelliccia o di frutta andata a male. Mi ricordai che l’avevo già sentito poco prima, mescolato a quello dell’incenso. “Aaah!” urlai indietreggiando. Quella creatura si dileguò scivolando via tutta acquattata, con l’agilità di una belva”.

Peraltro, ma che è questa migrazione? Qual è mai il senso? Il mostro che Mimi conosce e che poi si rivela tutt’altro che mostruoso, ma solo bisognoso d’amore – che trovata originale, caspita! – cosa sarebbe, l’immagine dell’immigrato a cui, se solo mostrassimo un po’ più di solidarietà, ci aprirebbe le braccia invece di rubarci il portafogli?

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In sostanza, un delirio! Per non parlare della sorella Kodachi che scompare per ricercare informazioni, così da risvegliare la madre – ma perché? Non c’è scampo. Il libro è senza capo né coda. Se non ci fosse il nome della Yoshimoto apposto sopra, l’editore si sarebbe messo a ridere.

Ecco cosa succede quando uno scrittore diviene un brand: anche la sua carta igienica usata si tramuta in capolavoro, portando allo sfacelo editoriale! Questo è l’all you can eat della letteratura. Adesso, ci manca solo una bella foto del volume, su un tavolo, contornato da una tazza di te e gli invitanti piedini di una qualche bookinfluencer, per dare lustro a questa deiezione. Ci sono, insomma, tutti gli estremi per chiedere i danni morali.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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