Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

SONO SCRITTI MEGLIO GLI APPUNTI DA PENSIONATO DI FELTRI DELLA MAGGIOR PARTE DEI ROMANZI IN CIRCOLAZIONE (di Matteo Fais)

“È fattuale”: c’è più talento narrativo nelle memorie da anziano pensionato di Vittorio Feltri che in nove su dieci degli ultimi romanzi usciti. Certo, il vegliardo cowboy del giornalismo ha i canini oramai vagamente ballerini e spuntati, ma si nota subito che la pistola la sa ancora maneggiare. Si può essere sospeso dall’Ordine – che tanto è più dei collaborazionisti che dei giornalisti –, ma la licenza di uccidere non gliela toglie nessuno – anche perché nessuno gliel’ha mai data, se l’è presa da solo.

Molti non lo apprezzano perché sostengono sia un venduto. Francamente, chi se ne fotte! In Italia, tutti sono mignotte. Ci sono più troie tra i giornalisti e i letterati di professione di quante ne conti EscortAdvisor. Se Feltri si è concesso al miglior offerente, ha fatto bene – magari me lo passasse –; quantomeno, lui l’ha fatto per i soldi, mentre certi pirla danno via il culo della madre per molto meno, per una gloria misera ed effimera.

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Poche balle, comunque, il Direttore sa scrivere anche adesso che, come dice lui stesso, è un “anziano signore […] il quale ha esaurito la bile, ma non la propensione alla sincerità”. E, in effetti, nel suo Come era bello l’inizio della fine (Mondadori), ha un po’ mitigato la propensione alla battutaccia e il gusto per la rima al turpiloquio. Quasi, quasi – mon Dieu – si direbbe si sia ingentilito fino alla dolcezza (“A tu per tu, quando un sorso di whisky apre le cataratte della mente, e persino talvolta i canali lacrimali, balza fuori l’essenza autentica dell’individuo, che trapassa il condizionamento del ruolo, la divisa ufficiale, la recita con la propria parte già scritta da un altro autore, che di norma non è Pirandello”).

L’ultima fatica di Vittorio Feltri.

La formula è quella già sperimenta: ritratti di personaggi conosciuti nella lunga vita giornalistica, gente famosa. Da Cossiga a Di Pietro, da Veronesi a Giorello, fino a Ornella Vanoni e Nadia Toffa. Dice lui, “a un certo punto sono divenuto parte di questo clan, senza neppure rendermene conto né tantomeno volerlo”. A ogni modo, è tutto sommato irrilevante chi conosca o su chi scriva libri Feltri – per usare le sue parole, “che cazzo me ne frega a me!”. Potrebbe parlare di fiori, frutta, città, tavoli o fiche spaziali che l’unica cosa a contare, come sempre nel suo caso, è lui, come lo dice, con quella prosa che sa di Lettera 22 sferragliante, sigarette e whiskey – che ami farsi il cicchetto lo si capisce da come elogia l’alcol e fa bene, perché nessuno scrive decentemente senza oliare i neuroni e le falangi.

E, scrivere, come dicevo, sa scrivere. Il suo Bossi – Umberto Bossi – è quasi epico, una specie di personaggio di un Guerra e Pace postmoderno messo giù da un Tolstoj certo meno ingessato dell’originale: “Il centro turbolento di quel movimento […] un giovane uomo zazzeruto che ne incarnava tutte le contraddizioni, con quella sua italianità metalmeccanica, la brutale affabulazione (sembra un ossimoro, non lo è), la capacità di intrigare sia la classe lavoratrice sia la borghesia, la canottiera di cotone bianco e spesso, con le spalline larghe, con cui perculava le camicie di sartoria dei parlamentari […] Carnale e sanguigno, il capo dei «barbari» era uno spaccone con gli occhiali a goccia che, oltre che con le parole, parlava con le mani: andava volentieri di corna, dito medio e gesto dell’ombrello”. La capacità descrittiva c’è, le note di colore pure, l’oggetto d’indagine è inquadrato nel mirino e centrato con precisione da cecchino. Scurati, con il suo M., è incredibilmente più prolisso, inutilmente wikipediano, capace unicamente e fascistissimamente di manganellare le palle dei lettori.

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Poi, insomma, lo sappiamo tutti: Feltri fa divertire. Il suo Salvini è tragicamente reale, denudato senza sconti, fantozzizzato senza alcuna pietà per il suo essere fantozziano: “Io personalmente non conoscevo questo giovane che se ne andava in giro vestito da profugo appena approdato a Lampedusa, con orribili felpe verdi, ostentando un linguaggio talvolta da uomo con la clava”. Con un capoverso, il vecchio nonno di Bergamo ha posto una pietra tombale su una carriera politica già oltremodo farsesca, che fossi in lui mi sotterrerei a Pontida: “Quando attraverso i miei editoriali ho fatto notare a Salvini che ha perduto lucidità e l’ho invitato a recuperarla, egli si è risentito, come coloro che sanno di avere torto, di avere combinato una pasticcio. In preda alla rabbia mi ha mandato un messaggio sul cellulare: «Con te ho chiuso», o qualcosa del genere. Non ho risposto. Del resto, a me cosa vuoi che me ne freghi di aprire o di chiudere con Matteo Salvini? Non è mica il mio fidanzato”.

Insomma, se tanto mi da tanto e il risultato della sottrazione sono i libri che stanno in cima alle classifiche di vendita, meglio ridere con Feltri che fare tafazzismo leggendo il prossimo Premio Strega.

Matteo Fais

Canale Telegram di Matteo Fais: https://t.me/matteofais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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