Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

I CASI DI LUCANO E THUNBERG DIMOSTRANO CHE IL PROGRESSISMO È UNA QUESTIONE PSICHIATRICA, NON POLITICA (di Matteo Fais)

La maggior parte delle persone non pensano, al massimo sentono in modo confuso e fumoso. Su tale base, anche, agiscono, nel bene o nel male. Quasi mai sono guidati dalla logica. Spessissimo, seguono l’onda emotiva, la volubilità del cuore. E, se quest’ultimo è certo un fantastico strumento, quando procede in accordo con la ragione, abbandonato a sé stesso, può dimostrarsi stupido come poche altre cose.

Più spesso che mai è proprio il cuore che guida le persone a livello politico e i paraculi alla Lucano o alla Thunberg – o chi sta dietro di lei – lo sanno bene, per questo fanno leva, con la propria demagogia, su argomenti più che altro sentimentali. C’è da dire che hanno anche buon gioco, dato che il progressismo, da decenni a questa parte, ha ampiamente preparato il terreno, agendo sulla psicologia delle masse più che stimolare la loro capacità al ragionamento.

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Teorie come il marxismo classico o il liberalismo, al netto del fatto che le si condivida o meno, hanno indubbiamente una loro razionalità. L’idea di Marx che, alla base di ogni manifestazione sociale, dal modo di declinare l’amore alla concezione dell’arte, vi sia l’economia della società in questione è indubbiamente sacrosanta e, non per niente, condivisa anche da molte persone di Destra. Infatti, entrambe queste visioni sono frutto non di facili slogan che infiammano il cuore, parole di generico amore universale, ecc., bensì di studi, osservazioni, riflessioni e vedono dietro di sé i migliori pensatori che la storia delle idee abbia mai prodotto.

Il progressismo, invece, si può tranquillamente asserire che sia, più che una visione politica, il derivato di una psiche labile e segnata da una insopportabile sofferenza – la faccia di Greta è in tal senso emblematica. Prendete proprio il caso del movimento legato alla famosa ragazzina che in questi giorni sta manifestando in giro per l’Italia. Qualunque persona sana di mente riconoscerebbe che l’ecologia sia un problema serio, che il pianeta versi in una condizione criticissima, che l’inquinamento ci stia letteralmente soffocando. Al contempo, chiunque abbia coscienza di ciò avrà anche consapevolezza che non sarà l’auto elettrica la panacea di tutti i mali – l’energia elettrica si produce inquinando –; che anche se si sceglie la via del riciclo non si può evitare di infierire sull’atmosfera; che la voracità consumistica di quei cretini che sfilano in piazza non è conciliabile con la salvaguardia di un bel niente. Greta va cianciando che i potenti della Terra accolgono lei e i suoi amichetti per pulirsi la coscienza, mentre in realtà sono loro a sciacquarsi lo straccio sporco del proprio senso etico, da compratori compulsivi, gridando per la via “There’s no Planet B”.

I sostenitori di Mimmo Lucano, invece, sono il tipico esempio di borghesi bianchi, col suv, privi di qualsivoglia senso civico, ma attanagliati dall’odio per sé stessi e per il proprio benessere. Mentre a qualche chilometro da casa loro assistono incuranti allo spettacolo, intollerabile per ogni paese evoluto, di poveri pezzenti senza casa, privi anche di un introito minimo, si esaltano al pensiero di questo fasullo San Francesco degli immigrati. Cercano di pagare la domestica – che, in spregio alla sua condizione, chiamano colf – il meno possibile, mentre banchettano con luculliani pasti a base di buoni sentimenti, tra una portata di “vengono qui per fuggire dalla guerra” e un dessert stucchevole con la ciliegina del “ci vorrebbe più umanità”.  Se fossero persone ragionevoli e sinceramente animate, non dico da una vocazione comunista, ma quantomeno da una seppur minima empatia, penserebbero a tutti i ragazzi italiani senza lavoro, ai pensionati con 400 euro al mese, ai milioni di sfrattati che vivono a un palmo dal loro regale culo. Perché del resto – e per logica, oserei dire -, non dovrebbero decidere prima di assistere chi è prossimo, rispetto a chi vive in un’altra parte del mondo? Perché sono indotti ad assimilare tutti al loro smodato e sfarzoso benessere, a credere alla retorica del migrante come unico dannato della Terra?

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In entrambi i casi, come oramai dovrebbe apparire distintamente, siamo di fronte, più che a una palese ipocrisia, a un disturbo psichiatrico in cui il problema reale più vicino viene rimosso per abbracciare cause vaghe e indefinite, ideali vertiginosi. Per capirci, è ben chiaro che è facilissimo piagnucolare su Facebook, con commenti strappalacrime, per la foto di un migrante morto in mare, invece che andare dalla famiglia povera nel quartiere popolare è metterle in mano 2000 euro. Nel primo caso, ci si può facilmente identificare con i buoni, sentirsi moralmente superiori, mentre nel secondo bisogna solo agire e alleggerire leggermente il portafogli, senza potersi dare un tono. Ma, si sa, gli ideali non costano niente e danno grandi soddisfazioni. Permettono inoltre di esorcizzare le proprie contraddizioni interiori, tipo lo schifo che queste persone provano sottotraccia per i migranti stessi. Come in quella vecchia canzone di Phil Ochs, Love me, I’m a Liberal, quella scritta dal punto di vista del progressista liberale, che vota per i Democratici americani: “Voglio tanto bene ai portoricani e ai neri, purché non vengano a vivere alla porta accanto”.

Ma è inutile anche continuare a discutere. Non ci vuole un’aquila per comprendere che chi sostiene il progressismo o ci guadagna, come la Thunberg e Lucano, o è un povero coglione.

Matteo Fais

Canale Telegram di Matteo Fais: https://t.me/matteofais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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