Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

L’EDITORIALE – ALTRO CHE COMPLOTTO, LA CENSURA ESISTE (di Matteo Fais)

Siamo fottuti. Impossibile fare finta di niente, eppure tutti ci riescono. L’ignavia farà sì che l’Occidente si spenga in una lenta agonia da malato terminale.

Ogni giorno, intorno a noi, qualche nuovo caso ci dà la misura di come le oscure forze progressiste avanzino nel loro intento di proibire, zittire, censurare. Tra non molti anni, praticamente tutto ciò che non sia diretta emanazione del loro verbo sarà oscurato. E noi, noi non ce ne saremo neppure resi conto.

Diversamente che in un vecchio regime repressivo novecentesco, la transizione sarà graduale, quasi indolore. A ucciderci non sarà una fucilata, ma tante piccole punture di spillo da cui sgorgheranno gocce di sangue fino a prosciugarci le vene.

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È notizia dell’altro giorno che Howard University ha bandito gli studi classici con la motivazione che gli autori studiati sarebbero dead white males, vessilli del suprematismo bianco. In poche parole, razzismo, fascismo e colonialismo nascerebbero proprio dall’antropologia generatasi da quel tipo di sapere.

Come è noto, questo non è l’unico caso. Da Shakespeare a Dante, nessuno è stato risparmiato dalle critiche. Nessuno era abbastanza pro immigrazione, Islam, lgbt o difensore della questione femminile. E ogni testo in cui si usa la parola “negro” – come Le avventure di Huckleberry Finn dell’antischiavista Mark Twain – deve a loro avviso essere emendato o cancellato dalle biblioteche. Non sono balle, è tutto vero, documentato, scritto nero su bianco. Un rogo di libri senza fuoco si aggira per il nostro mondo con ottusa furia iconoclasta.

Frattanto, anche certi cartoni Disney sono visibili solo con un’introduzione didascalica che mette in guardia contro gli stereotipi che in essi troverebbero rappresentazione. Io stesso, mentre ne scrivo, stento a credere alle mie parole. Via col vento ha meritato una sorte affine. Grease, l’innocuo filmetto da giorno di festa, è stato messo sotto torchio dalle femministe. Qualcuno se l’è presa pure con Una poltrona per due.

E, attenzione, qui non si sta parlando di limitare il diritto di critica. La cosiddetta cultura di massa è sempre stata oggetto di indagine e decostruzione – e deve esserlo, santo cielo. Anche Marcuse in L’uomo a una dimensione cita film allora recentissimi, come A qualcuno piace caldo, La gatta sul tetto che scotta, Un tram che si chiama desiderio. Lo fa per sferrare il suo attacco teoretico all’universo massificato intorno a sé. Non dice mica “caro lettore, adesso, armati di molotov e vai nei cinema dove vengono trasmessi per commettere atti di sabotaggio” o, peggio ancora, censurarli.

Perché il punto, infatti, non è contestare, leggere e passare al vaglio culture e saperi, romanzi, film e saggi filosofici. Il problema è parlare di proibizione, di vernice sulle statue o di abbattimento di queste. L’angoscia è vedere che la censura dilaga, dilaga ed è difesa spesso dalla presunta classe intellettuale.

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Non parliamo di quel moloch che sono oramai i social – la cosa più vicina che si sia mai vista all’incubo orwelliano di 1984. Non si può scrivere niente. Si possono pubblicare solo foto di tramonti e gattini, battute inutili o proclami per il 25 aprile. Per il resto, si può finire bloccati per aver rilanciato una poesia di Ada Negri – non scherzo, è successo davvero –, di Simone Cattaneo, per un quadro di Balthus, o perché si è espressa un’opinione, argomentata, contro le famiglie arcobaleno.

E noi? Noi stiamo sbagliando tutto. Perché? Perché tolleriamo. Mentre ci spingono ai carri piombati diretti verso la Siberia 2.0, noi abbandoniamo a terra la nostra dignità per avere salva la vita ancora per qualche giorno. Che ignominiosa fine. Se avessimo un minimo di schiena dritta, ci uniremmo in social catena contro chi fa scempio della nostra cultura, in difesa di millenni di sapere da cui siamo stati formati. Ci faremmo sentire, costi quel che costi. E se ci fosse da sparare e rovesciare il loro potere con le armi, noi le imbracceremmo.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Da ottobre, è nelle librerie il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

2 commenti su “L’EDITORIALE – ALTRO CHE COMPLOTTO, LA CENSURA ESISTE (di Matteo Fais)

  1. Data la censura di cui sopra (in castigo dai social) commento qui.
    Grazie Matteo, pur nella diversità delle mie posizioni rispetto alle tue, leggo, approvo e sottoscrivo. E mi unisco alla ribellione.

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