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L’EDITORIALE – IL CONTROLLO STATALE DEI SOCIAL NON SAREBBE LA SOLUZIONE, ANZI AGGRAVEREBBE IL PROBLEMA (di Lo Scettico Democratico)

Donald Trump bannato su tutti i social network. Parler cancellato dagli app store. Twitter che purga decine di migliaia di utenti di destra. Persino Diego Fusaro vede limitati i suoi profili social.

Il fine settimana successivo all’assalto al Campidoglio è stato molto impegnativo per le internet company che hanno meticolosamente ripulito il web da una serie di soggetti curiosamente tutti appartenenti alla stessa area politica. Si tratta in realtà di uno sviluppo drastico e plateale di un processo molto più ampio mirato a liberare internet dai pericoli della libertà di espressione.

Il ban del Presidente uscente USA ha scatenato numerose polemiche sul ruolo che i giganti del web hanno rispetto agli Stati democratici. Da attori privati, le internet company dovrebbero possedere autonomia di scelta su chi accettare nelle loro piattaforme, ma è giusto che un soggetto privato abbia la possibilità di silenziare un Presidente democraticamente eletto e ancora in carica? La questione ha coinvolto diversi intellettuali e qualunquisti di ogni rango, che hanno avanzato diverse ipotesi circa il ruolo che l’autorità statale dovrebbe avere sulla regolamentazione dell’operato dei giganti del web.

In realtà, il problema andrebbe inquadrato come una questione di diritto privato. Il rapporto tra utente e social media è regolato da un contratto che fissa termini e condizioni di utilizzo. Se l’utente ritiene di essere discriminato da un social media, dovrebbe potersi rivalere nei confronti della piattaforma adottando vie legali ed ottenendo rimborsi per danni. 

Prima delle elezioni americane la testata “New York Post” ha condiviso una notizia scandalosa su Hunter Biden (figlio del Presidente eletto), ed essa è stata prontamente cancellata da Twitter. La motivazione formale è che gli elementi della notizia erano veri e verificabili, ma stando alla piattaforma “la narrazione era controversa”. La censura di un articolo perché è sgradita la narrazione è un gesto assolutamente arbitrario, non ha nulla a che vedere con Terms and Conditions, ed è chiaramente lesivo dell’attività del “New York Post”. Dovrebbe pertanto essere consentito alla testata di aprire un ricorso in tribunale contro Twitter. Ma purtroppo non è così nel mondo reale.

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Infatti il famoso social cinguettante, come gli altri, gode di protezioni speciali per via della Section 230, un pezzo di normativa che consente alle internet company di non avere responsabilità legale per le scelte che compiono in merito al controllo dei contenuti postati dagli utenti.

Grazie a questa protezione speciale, Twitter può decidere di bannare le persone che dicono cose su cui la piattaforma semplicemente non è d’accordo. Le scelte arbitrarie della piattaforma sono evidenti: la motivazione di incitazione alla violenza che è stata adottata per Trump potrebbe essere tranquillamente estesa a tutti quegli attivisti che utilizzavano Twitter e Facebook per coordinare la distruzione durante le proteste di Black Lives Matter. Eppure, la piattaforma non ha fatto nulla per censurare i post in cui gli attivisti suggerivano di dirigere le violenze “verso i quartieri dove abitano i bianchi”.

Se tutti gli utenti sottoscrivono lo stesso contratto, le regole devono essere le stesse per tutti, senza eccezioni. La discriminazione operata da Twitter ha l’effetto di silenziare una parte politica, manipolando il dibattito pubblico e creando barriere per la diffusione di idee diverse da quelle dominanti. 

Le menti che invocano un maggiore controllo pubblico sulle scelte operate dalle internet company in realtà contribuiscono a peggiorare il problema: nel momento in cui lo Stato ha il controllo sulle piattaforme che controllano gli utenti, gli utenti subiscono un ulteriore controllo da parte dello Stato, con il rischio che il Partito di maggioranza possa decidere cosa viene pubblicato su Twitter e cosa no. Pensate al vostro peggior nemico politico (per qualcuno Salvini, per qualcun’altro Boldrini). Vorreste davvero dare a questa persona la possibilità, anche minima e remota, di influenzare le scelte social in materia di censura dei vostri post?

Il caso di Diego Fusaro è forse il più eclatante. L’account del filosofo è stato sospeso per giorni in quanto ha postato una riflessione in cui faceva riferimento ad una frase controversa di Hillary Clinton, usandola come esempio in cui Twitter non aveva ritenuto di censurare come “incitamento all’odio”. Si tratta di un’uscita poco felice sull’uccisione di Gheddafi. Al contempo, l’attrice Kathy Griffin ha più volte ricondiviso su Twitter un’immagine che ritrae lei stessa mentre tiene per i capelli la testa insanguinata di Donald Trump. La piattaforma ha unicamente cancellato l’immagine ritenuta cruenta, ma non ha limitato l’account dell’attrice, nonostante lei abbia a più riprese tentato di ripubblicare l’immagine. Provate a immaginare cosa succederebbe se ipoteticamente Nigel Farage condividesse una foto di lui che tiene la testa insanguinata di Angela Merkel, oppure Trump che tiene la testa di Obama.

Insomma, cosa si può scrivere su Twitter? Puoi scrivere che la Rivoluzione d’Ottobre è stata una figata, che Che Guevara era un eroe, che Chavez è stato un toccasana per il Venezuela e che Xi Jinping è un simpaticone. Il governo cinese ha persino comunicato, tramite la sua ambasciata a Washington, che i campi di concentramento in cui detengono gli Uiguri hanno portato a grandi risultati in termini di emancipazione delle donne musulmane. Per Twitter è tutto in regola. Però, se scrivi che l’assalto al Campidoglio è un gesto legittimo di un popolo frustrato dal muro di gomma del deep state americano, sei un fascista e vieni bannato.

Introducendo la possibilità di muovere azioni legali alle piattaforme social, gli utenti sarebbero tutelati dal superpotere delle internet company, non sarebbe necessaria l’ennesima struttura pubblica di sorveglianza, e ci sarebbe un forte deterrente dei giganti del web rispetto all’utilizzo indiscriminato della censura contro i loro utenti. Affidare invece ad un apparato statale la sorveglianza degli strumenti di censura sarebbe come affidare ad un cane la sorveglianza delle salsicce.

Una commistione tra l’autorità pubblica e i social media porterebbe inevitabilmente ad una corruzione fatta di ban strategici stabiliti a tavolino in funzione delle determinate esigenze della stagione politica. Una tale influenza dell’informazione sarebbe quanto di più nefasto si possa immaginare per le nostre democrazie occidentali. Ed è così che, ancora una volta, la sinistra antifascista riesce a creare il fascismo reale nel disperato tentativo di combattere il fascismo immaginario.

Lo Scettico Democratico

https://nypost.com/2020/10/21/hunter-biden-laptop-linked-to-fbi-money-laundering-probe-report/

https://www.usnews.com/news/technology/articles/2020-05-28/explainer-what-is-section-230-and-can-trump-change-it

https://www.the-sun.com/news/1742978/kathy-griffin-decapitated-trump-head-election/

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