Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

NEL MONDO NON STA ACCADENDO NULLA DI STRANO. LA STORIA SI E’ SEMPLICEMENTE RISVEGLIATA (di Franco Marino)

Più di una persona mi scrive preoccupata che i miei post possano essere attenzionati dalla DIGOS o da qualche altra entità. In effetti lo stupore di alcuni mi induce a scrivere un post e dunque, pur consapevole che “l’io è odioso”, sono costretto a dover parlare un po’ di me. O meglio, della famiglia, che è poi quella grazie alla quale io oggi sono al mondo.
Mio padre era del 1948 ed è morto pochi mesi fa. Questo significa che si è risparmiato in pieno gli orrori della guerra e i morsi della fame. Ha vissuto dunque quasi settantatre anni in una situazione cosiddetta privilegiata, vivendo in pieno i “miracoli economici” e fruendo di un posto fisso statale che lo accompagnò dal 1974 quando fu assunto fino al 2009 quando andò in pensione. Una situazione che a patto di essere sicuri che non venga interrotta da qualche buriana, chiunque augurerebbe ai suoi figli.
I miei nonni invece, diversamente, la guerra e la miseria la vissero eccome, pur non essendo affatto poveri. Solo la mia famiglia ha perso 5-6 persone in guerra, il mio nonno materno tornò a casa con una ferita di guerra e per un periodo di tempo si patì la fame nel vero senso della parola.
Le esperienze condizionano il carattere di una persona. Mio padre era una bravissima persona ma è cresciuto con una mentalità democristiana, condizionata da un forte eccesso di zelo e di prudenza e da un’allergia profonda a qualsiasi sconvolgimento. Quando stava ancora bene, i miei post li leggeva. Non li disprezzava ma li trovava eccessivi quando sembravano prendere una piega eversiva e millenaristica. Il suo politico preferito – che lui oltretutto conobbe anche personalmente – era il mite Andreotti. Un uomo la cui immagine pubblica era consacrata all’insegna della massima mitezza, uno che a differenza del grossolano Di Pietro non si sarebbe mai vantato di “comprarsi gli appartamenti con le querele vinte”, ma che anzi di fronte a calunnie, diffamazioni e ironie ben peggiori di quelle subite da Tonino da Montenero di Bisaccia, sorrideva divertito. Senza mai querelare.
Viceversa mio nonno era convinto, sin dagli anni Novanta, che noi ragazzi del tempo avremmo vissuto da adulti “il peggior periodo della storia dell’umanità”, che il benessere di cui noi stavamo godendo era una situazione temporanea, non basata su reali meriti ma solo sulle contingenze del momento. E che soprattutto avremmo dovuto prepararci alla lotta, scagliandosi in tal senso su quell’aberrante cosa che fu l’abolizione del servizio di leva.
Morendo nel 2003 non ha avuto il tempo di vedere realizzate in pieno le sue previsioni.


Nessuno dei due è da criticare o da esaltare. Entrambi sono stati decisivi nella mia formazione caratteriale, sebbene io per temperamento sia molto più vicino a mio nonno che a mio padre. Semplicemente, ognuno è figlio dello spirito del suo tempo e di ciò che la vita gli pone davanti. Se cresce in una bolla fatta di pace e serenità, vedrà in chiunque voglia interromperla un pericolo. Chi invece ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza dapprima degli agi e del benessere e il giorno dopo della miseria, conosce sin troppo bene la transitorietà dei periodi storici e sa che bisogna essere sempre pronti a lottare per difendere ciò che si è conquistato con sangue, lacrime e sudore.
La nostra umanità ha conosciuto settant’anni di pace e prosperità, di democrazia e libertà. La natura fittizia di questi doni la stiamo vedendo oggi. Ma per molto tempo il nostro paese si è convinto che essi planassero dall’alto, come pioggia d’autunno. E che non fossero invece figli di lotte agguerritissime, di scontri, di attentati, di massacri, di lunghi anni di povertà. Ci si è convinti che si potesse vivere senza produrre, che l’Europa dovesse essere ricca per una sorta di ordine divino dall’alto. Senza sapere che la presunta ricchezza e la contestuale presenza dei diritti civili e sociali dell’Europa e dell’Italia, usciti dilaniati da un’orrenda guerra planetaria, erano garantiti dai boost speculativi con i quali la finanza statunitense, nell’interesse di tenerci nell’orbita occidentale drogava le nostre economie, per poi scaricarci quando la minaccia sovietica venne meno.
Chi è nato dopo il 1945 ed è ancora vivo, oggi si stupisce che un quarantenne possa scrivere su un social, su una rivista, che è tempo di ribellarsi, di organizzare una rivoluzione. Eppure basterebbe studiare la storia per scoprire che tutti i personaggi che hanno contribuito a fare l’Italia, hanno usato violenza contro quelli che consideravano oppressori e nemici. Garibaldi e Mazzini, a cui oggi noi dedichiamo piazze, statue, libri storici, organizzavano attentati, massacri, stragi come terroristi dell’ISIS. La stessa Resistenza – che cito non perchè io ne condivida i valori ma per rinfacciarlo alle tante anime candide che oggi la ossequiano – nasce da un percorso di violenze. I partigiani, persuasi di aver di fronte un regime, non potendolo scardinare elettoralmente, lo fecero fuori con la forza. Oggi che i discendenti di quei partigiani, in nome di quella Resistenza, hanno realizzato un regime, tocca comportarsi allo stesso modo dei partigiani di ieri.

Quello che accade in questi anni, laddove i diritti sociali si sono fuffizzati, in cui altri paesi vogliono depredare gli averi italiani, e in cui persone come me, che certo avrebbero preferito vivere del proprio lavoro e accudire i propri affetti, sentono che l’unica strada per uscirne è dichiarare guerra al sistema, non ha niente di strano. Perchè lo stato non è un’entità divina planata dall’alto ma semplicemente la fazione militare più forte di un territorio. Quando questa fazione non fa più il suo dovere e anzi inizia a distruggere il suo popolo, occorre crearsi un altro stato. Nè più nè meno di come i lupi, intuendo il declino naturale del capobranco, se questi insiste nel rimanere al suo posto, sbranano senza pietà colui a cui un tempo obbedivano, nel proprio interesse. E dal momento che, ci piaccia o meno, anche noi esseri umani siamo animali, questo è stato il leit motiv di migliaia di anni di umanità. Non torneremo mai più alla normalità che molti anelano perchè sfugge a tutti la sostanza di un fatto che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: la normalità non era normale.
La normalità è che quando le guerre si perdono – e l’Italia, sfugge a tutti anche questo, settantacinque anni fa ha perso una guerra – possono passare anche decenni prima di pagare il conto, se le circostanze del momento lo dilazionano. Ma quando arriva il conto, due sono le strade: o ci si rassegna e si paga o ci si libera con la forza dall’oppressore. Che, frattanto, ci farà tutto il peggio che possa farci.
La storia si è semplicemente risvegliata. Poi certo, bisogna darle atto che stavolta si è fatta una bella dormita.

FRANCO MARINO

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