Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

L’EDITORIALE – LE CONTESTABILI POSIZIONI DI HOUELLEBECQ SULL’EUTANASIA (di Matteo Fais)

Temo stia perdendo colpi. Quando cerca in ogni modo di essere comprensibile a tutti, poi, come nel suo intervento relativo all’eutanasia, comparso su “Le Figaro” (https://www.lefigaro.fr/vox/societe/michel-houellebecq-une-civilisation-qui-legalise-l-euthanasie-perd-tout-droit-au-respect-20210405), serve sul piatto un minestrone piuttosto torbido e indigesto. Abbondano banalità e riferimenti senza né capo né coda, affastellati in modo confusionario e francamente poco utile. Non è neppure del tutto condivisibile nella sua tesi principale.

Michel Houellebecq non ha tutti i torti quando si oppone al disegno di legge che, in Francia, vorrebbe introdurre l’eutanasia. Peccato che lo faccia in modo sbagliato, buttando giù un po’ a casaccio argomenti dei più disparati, che necessiterebbero di un più vasto approfondimento.

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In verità, l’unica tesi valida contro la pratica del suicidio assistito è che, messa in mano alla politica – italiana, o francese poco importa –, questa ne approfitterebbe per dare inizio alla mattanza. Basta vedere che casino sono riusciti a combinare per un’influenza poco più virulenta del normale, come il covid.

Qui bisogna chiarire che il problema in discussione non è l’eutanasia – per Houellebecq è anche la questione morale in sé, in realtà –, ma l’uso che di questa possibilità si farebbe. È un po’ come parlare del DDL Zan: chi cazzo se ne frega se esistono i gay? Il punto è che non si può tollerare di essere denunciati perché si è contro la famiglia arcobaleno, perché non si vogliono dare gli ormoni al proprio figlio di sette anni per bloccarne lo sviluppo sessuale e via dicendo. Che si punisca chi aggredisce un omosessuale semplicemente perché è omosessuale non è neppure questione da discutere, anche perché l’aggressione è già perseguibile per legge.

Similmente, è chiaro che la politica spinge per approvare un provvedimento come il suicidio assistito così da levarsi dai coglioni il peso economico degli anziani, alleggerire l’ente pensionistico e spendere meno in sanità. Che poi tutto ciò sia superficialmente ammantato di nobili ideali è chiaro: di solito, chi te la vuole tirare nel didietro lo fa a sorpresa, mica lo annuncia in precedenza.

Ma lo scrittore francese batte poco su questi tasti. La butta più sul moraleggiante spicciolo, tipo che “quando un paese – una società, una civiltà – arriva a legalizzare l’eutanasia, perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto”, oppure la mena sul concetto di “dignità” dicendo che se ne può tranquillamente fare a meno. Invero, Houellebecq sembra sapere ben poco rispetto al cosa voglia dire realmente la malattia e come riduca le persone. Ho visto mia madre delirare in preda ai dolori del cancro e farsela addosso, perché non riusciva neppure ad alzarsi dal letto. Con buona pace del suo genio, posso garantire che non è stato piacevole per chi come me la seguiva e ancora peggio è stato per lei. Non so quante notti ho passato in laica preghiera, essendo ateo, sperando che le venisse un colpo secco. No, non era per levarmi di torno un impiccio, ma per lei. Dio mi perdoni – se esiste – per quante volte ho pensato che una puntura mortale l’avrebbe sollevata da un’agonia senza ritorno – e, credetemi, da spettatori, dopo aver visto quella sofferenza, la vostra vita non potrà mai tornare come prima.

Anche quando l’autore parla delle doti salvifiche della morfina, è palese che non sappia quel che dice. I malati di cancro vengono sottoposti per quasi tutta la durata del loro martirio al sollievo degli oppiacei. Quando poi si trovano sul letto di morte, allora, inizia la terrificante somministrazione, a mezzo di una macchinetta che pompa droga nel sangue con una regolarità angosciante. Sostanzialmente, un’eutanasia dilazionata che è solo accanimento, quando i dolori sarebbero tali da portare unicamente alla bestemmia e alla maledizione dell’esistere. Ma non è il dolore che passa, come dice lui, bensì la coscienza che viene assopita al cospetto degli altri che vegliano il malato in preda a un orrore che raggela il sangue.

Tutti i ragionamenti esistenziali, quali se sia giusto morire perché “tutti abbiamo più o meno bisogno di sentirci necessari o amati”, o “mi vedo chiedere di morire solo nella speranza che qualcuno mi risponda: ‘No, no, resta con noi’”, sono stronzate che stanno a zero al cospetto del tormento. Purtroppo, anche una grande mente come la sua può travisare e non comprendere. Ciò a dimostrazione che neppure la genialità è garanzia, perché poi la vita bisogna conoscerla sulla propria pelle.

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L’unica grande verità da lui sostenuta riguarda l’abitudine dei cattolici a perdere tutte le battaglie sul piano politico, senza veramente reagire o prendere provvedimenti, soccombendo al fronte cancerogeno del progressismo. Incontestabile, ma il ragionamento sarebbe troppo ampio e articolato. La morte della religiosità nel mondo occidentale viene da lontano e Papa Francesco è lo zenit del fallimento, la bestemmia di Dio.

In ultimo, bisogna pure avere il coraggio di affermarlo, l’eutanasia sarebbe ben più che auspicabile, se non si rivelasse strumento di fredda gestione economica, invece che di pietà, nelle mani della politica. Il fatto è che noi, per loro, siamo numeri e non esseri che soffrono e sperimentano l’atrocità. Ma, no, neppure Houellebecq con le sue belle parole ci salverà.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Da ottobre, è nelle librerie il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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