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L’EDITORIALE – MICHEL HOUELLEBECQ SI CONFESSA A PARIS-MATCH – LA BELLEZZA DI ESSERE REAZIONARI (di Matteo Fais)

Lui è il migliore. Lo leggiamo ogni volta col piacere con cui un uomo prossimo al soffocamento si ritrova libero di respirare. 

A parte i romanzi, a cadenza più o meno quinquennale, periodicamente torna alla ribalta con un’intervista, un articolo di giornale. Ogni volta, si sente una bomba detonare per Europa – ma che dico, sul mondo occidentale. 

Lui è Michel Houellebecq, il più grande scrittore al mondo. Se Bukowski, di cui in questi giorni ricorre il centenario dalla nascita, era la ribellione, lui è la rivoluzione. Con una prosa densa e articolata alla Balzac, egli ha raccontato il tramonto del nostro mondo iniziato dal ’68 in poi, la commedia umana messa in piedi da una Sinistra liberal animata dalla volontà di distruggere gli assi portanti dell’Occidente.

Proprio l’altro giorno, in dialogo con Gilles Martin-Chauffier, su Paris-Match, è tornato a farsi sentire, pungente e corrosivo come sempre, dietro quello sguardo così abile a nascondere il sogghigno. 

Cosa ha detto? Fondamentale, che si è guadagnato la fama di reazionario. Poi ha prontamente aggiunto – che figlio di puttana! – “Non esito a consolidarla dicendo che, sì, per molti versi si stava meglio prima”. E già a quel punto, si può ben immaginare, qualche francese progressista sarà crepato all’istante – pazienza, ce ne faremo una ragione. In effetti, comunque, si stava meglio quando si stava peggio. Questo è innegabile, a meno che non si sia degli europeisti disadattati e amanti del mondo precario, liquido e senza famiglia – ma, appunto, bisogna essere dei disadattati e Houellebecq non lo è. Ha votato alle europee un paio di volte, ma se n’è pentito, come di aver sostenuto i conservatori euroscettici – infatti, meglio indirizzare il proprio voto al Front National, ma lui neppure lo nomina, purtroppo. 

In compenso, lo scrittore declina ogni responsabilità per il mondo orribile che lascerà ai giovani. Non è colpa sua. In effetti, cosa avrebbe potuto fare? Il singolo non conta un cazzo senza una comunità dietro di sé. E anzi Houellebecq, questo bisogna riconoscerglielo, con i suoi libri ha contribuito a farci prendere coscienza del degrado, a spiegarne la genesi: il ’68, la liberazione sessuale, il farsi strada del liberismo. Lui ha sempre preso le distanze da tutto ciò e, soprattutto, da quella Sinistra falsamente rivoluzionaria (“Non ho mai abbozzato un passo di danza sull’asfalto parigino cantando: “Hô! Ho! Ho Chi Minh!”). Lui, come noi e tutte le persone sensate, può dichiararsi innocente “Non avendo un passato di sinistra da perdonare” e considerato che già in illo tempore si astenne “dall’accettare le sciocchezze monetariste in voga durante l’era Reagan-Thatcher”. 

Ma ancora di più, come sottolinea lui stesso, il nostro ha osteggiato il nuovo femminismo – esso è il male assoluto e non bisogna mai dimenticarlo. Inoltre avversa l’igienismo spinto, lo stesso che porta un numero infinito di coglioni a guidare la macchina, da soli, utilizzando la mascherina. Casomai, come rivela provocatoriamente, molte volte si è messo al volante da ubriaco. Ha pure fumato nei locali pubblici malgrado il divieto. E, dulcis in fundo, è andato a puttane, malgrado e, soprattutto, poiché la legge francese lo proibisce. Tra parentesi, scusate la divagazione, andare con donne a pagamento, in particolare per uno scrittore reazionario, è un’esperienza irrinunciabile. Il confronto con l’abiezione è fondamentale. Non bisogna mai essere migliori di ciò che si critica, solo più consapevoli. Ergo, le puttane sono formative e costituiscono un bagaglio esperienziale fondamentale per la scrittura che non voglia ridursi a precettistica da oratorio. 

La nostra, a ogni modo, per Houellebecq, è e resta un’epoca in cui si proibisce troppo (“io ancora non capisco, ad esempio, cosa giustifichi il divieto di espressione di opinioni “islamofobe”). Lui è in lotta contro questa coercizione sinistra del politicamente corretto e la sua disumanità. Noi, ovviamente, non possiamo che essere sulla sua linea. Essere reazionari, quindi uomini in rivolta contro il mondo moderno – non conservatori, per carità, perché non c’è niente da conservare – è un dovere morale, una sfida quotidiana e senza quartiere. Possiamo perdere, ma non senza averci provato, sapendo in cuor nostro di avere assolutamente ragione. 

Matteo Fais

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