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PASCAL D’ANGELO, “SON OF ITALY”: ECCO LA TRAGICA VERITÀ SULL’IMMIGRAZIONE ITALIANA IN AMERICA (di Clara Carluccio)

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La realizzazione di un sogno non è per tutti. Il travaglio di una vita impietosa, invece, non fa sconti a nessuno. Pascal D’Angelo, di tragedie e sofferenze, prima di diventare il poeta nato dai cantieri, ne ha subite tante e le ha eternizzate nella sua toccante opera Son of Italy: la verità sull’immigrazione italiana rilanciata da una casa editrice che sta ridando dignità alla letteratura di questo paese, Reader for blind, in un periodo di pubblicazioni così penose da sembrare vero e proprio vilipendio alla narrativa.

Nato nel 1894, in un villaggio adagiato sulle colline abruzzesi, Pascal D’Angelo profonde fin dalle prime pagine una devozione verso la natura che descrive con poetico e delicato trasporto. Un richiamo degli elementi a cui si abbandona e lo salva dallo sconforto: (“le alte vette azzurrine delle montagne”, “i costoni rossastri, simili a ferite non ancora rimarginate”).

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Pascal D’Angelo, Son of Italy, rfb.

La madre, alla quale rivolge più volte pensieri d’immenso e grato amore, non è solo quella che riversa creature in un mondo lacrimante, ma anche trasfigurazione nei profili delle vette sterminate (“la madre montagna”), e l’entità femminile di conforto e rifugio dal male (“quella notte estiva che come una madre si chinava su di me e mi colmava di infinito amore”).

L’autore, tramite i suoi aneddoti da bambino, riporta in vita il magismo e le superstizioni popolari dell’epoca, di cui era fortemente compenetrato lo spirito comune. Sebbene non espliciti una particolare propensione religiosa, dal racconto effonde un senso di sacralità universale. Il silenzioso affidamento a qualcosa di ignoto, in risposta a una interiorità umana altrettanto sconosciuta (“quelle cime oscure verso le quali ognuno volge lo sguardo senza sapere il perché”).

Nell’illusione di costruirsi una vita migliore, D’Angelo parte per quella che più volte definisce con sarcasmo la libera America e che, invece, si rivela per lui un labirinto di schiavismo, morte e solitudine (“Ci marcavano le ore falsificandone il totale. La sera loro trovavano la cena pronta e un letto soffice e pulito. E noi che lavoravamo, dormivamo nel sudiciume come maiali […] i braccianti, tutta gente bianca, venivano guardati a vista da negri armati e feroci che alla minima scusa non esitavano a sparare”). 

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Dormire al freddo, ammassare paglia per ricavarne un letto, mangiare poco, rischiare la vita per lavorare, oppure assistere al massacro dei propri compagni (“mi capitò di vedere due lavoratori schiacciati da un vagone merci, altri sepolti sotto pile di carbone, uno asfissiato nella caldaia. Era una guerra eterna e a combatterla c’eravamo noi poveri braccianti italiani e polacchi”). Sono queste le scene di un’ordinaria giornata lavorativa

Fino all’ultimo orrorifico incidente che segna lo scioglimento del gruppo fraterno creatosi durante il viaggio verso la libera America, che lascerà il narratore completamente solo: “Si udì un urlo straziante, gorgoglìo di sangue, rumore di corpi trafitti. Con gli occhi pieni d’angoscia guardammo in quella direzione. Due uomini erano rimasti infilzati sotto l’argano […] la faccia contorta e agonizzante […] si sentì un raccapricciante rumore di carne maciullata”.

D’Angelo cambia città per cercare fortuna, ma ne ricava solo un cambio di tiranno. Finisce nelle mani di Domenick, un calabrese con spalle larghe e lineamenti inquietanti, “occhi iniettati di sangue”, con la bestemmia sempre in bocca (“gli piaceva atteggiarsi da sovrano incontrastato e bizzoso, quest’uomo ignorante che la faceva da padrone su noi sudditi). Questo per ricordare ai progressisti di buon cuore tutto quello che dovevano subire i nostri fratelli italiani, quando ci rinfacciano “anche noi siamo stati immigrati”. Altro che alberghi e villette a schiera per far sentire a loro agio i minorenni e denutriti degli altri Paesi. “Piegai umilmente il capo e me stesso alle necessità”, racconta Pascal D’Angelo.

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Eppure, in tutto ciò, risponde alla bestialità, all’ingiustizia e alla fatica con un’ammirevole, quanto rara, fiducia nel futuro. Inizia a dare vita ai suoi componimenti che lo convincono a perseguire la carriera letteraria, aggiungendo altra miseria alla sua esistenza, prima di trovare riconoscimento (“Ma la mente mia al lavoro non smette di vagare lungo la scia dei sogni che porta alla bellezza […] E tuttavia più dolce sopra ogni cosa fu la felicità dei miei genitori i quali poterono avere la conferma che dopo tutto non ero diventato uno straccione, ma avevo lottato riuscendo ad arrivare lontano, il più lontano possibile dai profondi solchi di quella terra ingrata). 

Una storia, prima che sul lieto fine – che non è per tutti -, sulla grazia d’animo. Nonostante un mondo ignobile.

Clara Carluccio

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