Il Detonatore

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LA CENSURA DI BYOBLU RILANCIA IL TEMA DELLA SOVRANITA’ INFORMATICA (di Franco Marino)

La vicenda della censura di Byoblu reca con sè moltissimi interrogativi su ciò che è diventato davvero l’Occidente. Se qualcuno solo trent’anni fa avesse detto che trent’anni dopo la libertà di espressione saremmo dovuti andare a cercarla su operatori della comunicazione russa,gli avremmo riso in faccia. Oggi è realtà. E Telegram e vKontakte radunano tutta quella dissidenza nei confronti di una cultura occidentale che sta assumendo sempre più le sembianze di un regime totalitario. Qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato dall’Occidente ma che chiunque si fosse messo di buzzo buono – sfidando le solite accuse di complottismo – a studiare il sistema americano, aveva già capito anni fa.
E per spiegare la cosa, bisogna spiegare un po’ il sistema americano come funziona.

La prima cosa da dire è che tutti i principali social media mainstream sono, come è noto, statunitensi. In quanto tali, sono stati concepiti da americani, resi potenti da azioni di lobbismo americane e dunque con i vizi peculiari di quel tipo di società e cultura.
Gli Stati Uniti sembrano un paradiso di libertà solo perchè alcuni dei libertari mantra propugnati (divorzio, attenzione ai diritti LGBT, antirazzismo, ecologismo, liberismo etc.) sono stati realizzati. Tuttavia, parlando con un cittadino americano, ci si accorge che, anche assumendo il tratto standard della sua personalità – cordialità e gentilezza tanto calorose quanto puramente cosmetiche – in realtà egli parla degli altri popoli esattamente come i leghisti parlano del Meridione: posti meravigliosi ma popolati da gente arretrata. Non con la medesima grevità leghista ma il contenuto quello è.
Gli americani hanno un’idea alquanto distopica della libertà, vista come un’orchestra dove per loro la libertà è che ognuno possa suonare uno strumento diverso. Sfortunatamente però, un’orchestra è tale quando esegue tutta assieme uno stesso spartito e ha un direttore che stabilisce quale musica si deve suonare.
Cosa accadrebbe se qualcuno proponesse uno spartito differente o mettesse in discussione il direttore? Verrebbe rapidamente cacciato. Non per effetto di una lettera di licenziamento pervenuta dall’orchestra. Semplicemente gli verrebbe abbassato il volume.
La censura nei social raramente si caratterizza per provvedimenti esteriori ed espliciti. Raramente un canale informativo nato sui social viene disattivato. Semplicemente gli viene abbassato il volume. La difficoltà di capire questo particolare tipo di censura è l’esatto motivo per cui oggi molti non realizzano che il vero pericolo per la libertà e la democrazia venga, paradossalmente, proprio da quelle culture che di tali principi ne hanno abusivamente fatto una bandiera. E che a colpi di cancel culture stanno contraddicendo questa fama.

L’aspetto socioeconomico è strettamente legato a quello culturale. Quello americano solo in apparenza è un regime liberale. Nei fatti, non ha assolutamente nulla di diverso da quello sovietico o cinese, se non per il mascheramento della sua natura totalitaria e tirannica dietro una serie di scatole cinesi che, non permettendo l’identificazione dei reali sistemi di potere che lo reggono, fanno apparire formalmente democratiche le istituzioni senza che qualcuno possa – a meno di non beccarsi l’accusa di complottismo – sostenere che in realtà il potere sia altrove.
Il sistema americano fonda, invece, il suo effettivo potere sulla finanza. Che, pur non essendo riconosciuta ovviamente come un potere istituzionale, di fatto regola la vita dei cittadini americani, attraverso il meccanismo della defiscalizzazione. Che è, di fatto, spesa statale a tutti gli effetti, con la differenza che non viene contabilizzata. Questo spiega anche perchè non si riesca a quantificare l’effettivo debito americano, che è molto più alto di quanto risulti ufficialmente (e già quello ufficiale è altissimo).
Di solito si pensa che la spesa dello stato consista semplicemente nel versare denaro nelle tasche di Tizio o di Caio. Ma se io non verso a Tizio e Caio soldi ma gli taglio le tasse permettendogli di godere dei medesimi servizi, quello che sto facendo, di fatto, è finanziarli. Questo meccanismo, l’esenzione fiscale, che agisce in tutti i gangli più strategici della società americana è esattamente il nerbo del sistema americano.
Accade così che un bel giorno un ragazzo di vent’anni fondi una comunità virtuale e che, senza una ragione specifica – dal momento che Zuckerberg non è stato nè il primo nè il più bravo a creare una cosa di questo tipo – questo progetto, che per i primi anni è del tutto sconosciuto – Facebook esplode nel 2008 ma nasce nel 2004 – all’improvviso riceva una pioggia di finanziamenti che gli consentono di diventare a tutti gli effetti una nazione digitale. Tutto questo grazie ai cosiddetti “venture capitalist”, che sono poi i vari Soros, Rockfeller e compagnia finanziante che cercano in tutti i modi di condizionare le politiche di tutti i paesi del mondo, a partire dalle creature a cui loro hanno dato i propri finanziamenti, fino alle attività di lobbismo che vediamo poi nei media mainstream e nelle partitocrazie europee.
Quando molti sostengono che Facebook, Twitter e Youtube censurano perchè Zuckerberg è un dittatore, non si rendono conto che a loro non conviene affatto censurare la dissidenza, proprio perchè escludere una parte consistente di mercato significa per definizione perdere soldi. Se Zuckerberg decidesse di mettere al bando Salvini e la Meloni, inevitabilmente perderebbe milioni di iscritti nonchè compromettere la propria immagine. Semplicemente, i capi di questi social network ricevono pressioni dai poteri che li finanziano affinchè determinati contenuti, molto cari a quella parte di utenza sgradita ai venture capitalist, vengano censurati. Cosa accadrebbe se Zuckerberg, Dorsey e tutti quelli come loro si ribellassero? Semplice. Quella stessa finanza che li ha portati in alto, li farebbe rapidamente fallire. Non perchè arriverebbero gli sbirri ad arrestarli. Semplicemente gli verrebbero ritirati gli investimenti e perderebbero quelle protezioni che gli consentono di essere dominanti nei paesi ad influenza americana, tra cui il nostro.
Il sistema che ho sopra descritto è ALLA BASE di TUTTO il sistema americano. E non si limita soltanto ai social. Tutto il mondo dell’editoria, dell’intrattenimento, dell’arte, del capitalismo si fonda su questo meccanismo: tu fondi qualcosa che, per pura casualità o furbesca scelta, difende i valori del sistema dominante? Vieni finanziato. Smetti di farlo? Fallisci.
Che differenza c’è col sistema sovietico o cinese?

Il terzo punto è quello secondo cui per molti questi ban sarebbero del tutto legittimi perchè Facebook, Twitter, Youtube e compagnia telematicheggiante sono privati.
Ma questa è una sciocchezza bella e buona. Questi social media non sono privati ma a capitale privato. Per il resto, offrono servizi aperti al pubblico, in quanto tali sottoposti alla conseguente disciplina, peraltro molto simile a quella di molti paesi, compreso il nostro. Sicuramente chi apre un bar lo fa con capitali propri e dunque i locali e i prodotti offerti in questi locali appartengono ad un cittadino privato. Al tempo stesso, occupa uno spazio pubblico e deve uniformarsi alla conseguente disciplina. E in uno spazio aperto al pubblico NESSUNO PUO’ ESSERE CENSURATO PER LE PROPRIE IDEE.
Quando anni fa fui cacciato assieme a mio padre da casa di alcuni amici perchè mi ero permesso di dire che avevo votato CasaPound, se io fossi riuscito a dimostrare che questa cacciata era avvenuta per questo motivo, il proprietario mi avrebbe dovuto risarcire.
Va da sè che oggi nessuno farebbe causa a qualcuno che lo cacciasse da casa sua per motivi politici – se non altro per la difficoltà di trovare un giudice imparziale, capace di distinguere il principio dal partito – ma il senso è esattamente questo: NESSUNO PUO’ ESSERE DISCRIMINATO PER LE PROPRIE IDEE.
Le cose cambiano nel momento in cui si possiede un’attività editoriale il cui fondamento sta giustappunto nella scelta dei contenuti, che avviene perchè magari si decide di dare al proprio media un orientamento politico specifico. E’ il caso di quei giornali come, per esempio, Il Giornale, Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Libero, La Stampa, che anche senza essere ufficialmente organi di partito, è chiaro che si rivolgano a lettorati non sovrapponibili.
Il problema è che Facebook, Twitter e Youtube, nel decidere di escludere partiti ritenuti impresentabili ma che sono riconosciuti dalla Costituzione (come CasaPound e Forza Nuova) a quel punto non si limitano ad essere semplici piattaforme distributive ma palesano una natura di editori che se ufficialmente riconosciuta, li costringerebbe anche ad adeguarsi ad una serie di norme giuslavorative che li porterebbero semplicemente al fallimento.
La distinzione tra editore e piattaforma distributiva non è speciosa. Nessuno dei social media retribuisce i produttori di contenuti. Lo fa un po’ Youtube ma solo quando il proprio canale raggiunge notevoli dimensioni. E parliamo di spiccioli.
Se questi social fossero classificati come editori, potrebbero legittimamente censurare contenuti che, sia pure legali, non rientrano nel gradimento dei propri lettori. A quel punto però sarebbero anche costretti a retribuire tutti quegli utenti che ogni giorno producono contenuti e che oggi invece non vengono pagati in termini monetari ma solo attraverso la soddisfazione del proprio narcisismo.


Nel momento in cui l’evidenza dice che il vero successo dei social media di oggi – che sono poi le piazze su cui si dipana il dibattito pubblico – si fonda su una palese forzatura delle più elementari regole democratiche, ci troviamo di fronte al delinearsi di una contraddizione caratteristica di un capitalismo senza regole e senza bandiere: essendo i capitali che fondano queste realtà americane, noi assistiamo ad una forzatura di regole anche non americane e dunque ad una violazione di sovranità non americane. A quel punto si giunge all’inevitabile conclusione che il vero pericolo per la libertà e per la democrazia viene dagli Stati Uniti. E che quando si parla di sovranismo, occorre che si cominci a parlare anche di un sano sovranismo informatico.
Non occorre un “social network di stato” come scrive qualche buontempone. Occorre aiutare, appoggiare, finanziare i tanti Zuckerberg in giro per il mondo. O più semplicemente, proteggere e appoggiare realtà italiane come Byoblu.
La vera sovranità è anzitutto questa.

FRANCO MARINO

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