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LA VIOLENZA SUGLI ANIMALI, UN PROBLEMA CULTURALE (di Davide Cavaliere)

Da Leone, il gatto scuoiato vivo ad Angri, fino al pitbull dato alle fiamme dal padrone a Palermo, passando per il pastore maremmano ucciso a fucilate a Verona. La crudeltà sugli animali è un fenomeno più diffuso di quanto si creda. In Italia, ogni giorno, vengono aperti ben 25 fascicoli per violenza e maltrattamenti a danno di bestiole indifese. Si tratta di condotte che, a causa di un codice penale che considera simili atti di crudeltà come «reati minori», rimangono ampiamente impunite.

La violenza sugli animali non è solo un problema giuridico, ma culturale. Sono ancora molte le persone che considerano l’animale come un oggetto di cui si può disporre a proprio piacimento. Cani e gatti, proprio come mucche, maiali, pesci di vario genere e crostacei, non sono realtà corporee prive di sensibilità. Quella della bestia come puro «congegno» è un’idea nefasta che risale, persino, a Cartesio.

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La «questione animale» è, a tutti gli effetti, una faccenda politica, nella misura in cui si riferisce ai nostri rapporti con tali esseri: il che non significa che gli animali abbiano una «coscienza politica», ma che il modo in cui li trattiamo, li alleviamo, li macelliamo, riguarda la nostra esistenza sociale e civica, come ben sapevano tanti grandi nomi della cultura europea: Victor Hugo, Jules Michelet, Romain Rolland o Piero Martinetti, che difesero fieramente le ragioni degli animali nei dibattiti pubblici.

La civiltà occidentale si è sviluppata allargando le sue frontiere etiche, che dovranno includere anche gli animali in quanto esseri capaci di provare dolore. Scriveva, già nel XIX secolo, Jeremy Bentham: «La domanda da porsi non è se sanno ragionare, né se sanno parlare, bensì se possono soffrire». Dal momento che l’animale patisce il male che gli viene inflitto, non esistono buoni motivi per non ridurre o annullare questa sofferenza. Come osservò Pirandello: «Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano». Compreso quello cartesiano.

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Averne cura, riconoscere loro una dignità intrinseca, non significa sminuire l’umanità. Anzi, innumerevoli riflessioni sulla condizione animale nascono dopo Auschwitz, la più radicale cancellazione del volto umano. Molti grandi ebrei – Vasilij Grossman, Isaac Bashevis Singer, Max Horkheimer, Primo Levi, Elias Canetti, Claude Lanzmann, Romain Gary – dopo la Shoah, hanno scritto sul dolore degli animali, non di rado mettendolo in relazione ai campi di sterminio. 

Una sensibilità che proviene dalla somiglianza tra ciò che è stato loro inflitto e ciò che viene fatto a quegli esseri tanto simili a noi. Gli atti dei sadici, così come l’allevamento intensivo e la macellazione industriale, equivalgono a una completa subordinazione della vita animale alle comodità di un qualcuno che si ritiene dominatore del Creato, alla riduzione di esseri pensanti e sensibili a merci o mere entità biologiche da sfruttare o distruggere.

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Rispettare la dignità degli animali, provare compassione per le loro sofferenze, vuol dire elevare la dignità umana al massimo grado. L’autentica bontà e libertà dell’uomo, come saggiamente notava Milan Kundera, si possono esercitare solo nei confronti di coloro che sono totalmente nelle sue mani.

Abbiamo bisogno, quanto mai, di immaginare un nuovo rapporto con quell’altro mondo. Il pensatore ebreo Emmanuel Lévinas, prigioniero in Germania, ricorda che: «non eravamo più nel mondo degli uomini». Un giorno, un cane randagio fece la sua comparsa nel campo e prese l’abitudine di salutare i prigionieri abbaiando allegramente. Dopo poche settimane, le sentinelle cacciarono via l’animale, che il filosofo definisce «l’ultimo kantiano della Germania nazista». Nel momento del massimo imbarbarimento, è stato un fratello a quattro zampe a ricordare all’uomo la sua dignità. Non dovrebbe, l’umanità, ricambiarlo?

Davide Cavaliere

L’AUTORE 

DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.

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