Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

TANTI AUGURI DI BUON ANNO CON UNA POESIA DI GEORG TRAKL (di Matteo Fais)

“Parola pura è quella in cui la pienezza del dire, che è carattere costitutivo della parola detta, si configura come una pienezza iniziante. Parola pura è la poesia” (Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia).

Come noto, la bellezza di una vera poesia è che essa parla oltre il poeta e la sua volontà di esprimersi. Semplicemente, essa dice qualcosa che, dal momento in cui la lirica viene al mondo, sembrava necessario fosse detto, trovando forma nella parola, in ciò quasi dimostrando che il linguaggio non è puro mezzo, ma anche ambito dell’Essere a sé stante. Ogni grande poesia, insomma, ha da essere e, una volta composta, il mondo non può più venir immaginato senza la sua presenza – pena crollare come un castello di carte privato di un elemento di equilibrio.

Per augurarvi Buon Anno, abbiamo dunque scelto di dedicarvi una delicatissima e apparentemente molto semplice lirica di Georg Trakl, poeta austriaco, dal titolo Una sera d’inverno. La bellezza di tale composizione risiede nella capacità evocativa del componimento, in cui ogni singola parola sembra richiamare un mondo di cose e sensazioni, situazioni ed epifanie, che è davvero raro siano state condensate in un’unica poesia.

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Quando la neve cade alla finestra,

a lungo risuona la campana della sera.

Per molti la tavola è pronta

e la casa tutta è in ordine.

Alcuni nel loro errare

giungono alla porta per oscuri sentieri.

Aureo fiorisce l’albero delle grazie

dalla fresca linfa della terra.

Silenzioso entra il viandante,

il dolore ha pietrificato la soglia.

Là risplende in pura luce

sopra la tavola pane e vino.

Ciò che ammalia della lirica in questione è la suggestione cagionata da ogni singola parola, lo stagliarsi di ogni verso sulla pagina con la forza ristorante di una preghiera. Si può immaginare la sera algida e fosca, fuori dalla casa, la neve come un inafferrabile simbolo di purezza che viene a depositarsi sulla terra e la campana che ricorda materialmente un’appartenenza a un regno più alto della miseria quotidiana.

Possiamo proprio vedere, dalle veloci pennellate che la descrivono, l’occasione così consueta, la tavola apparecchiata per il pasto, in una casa in cui tutto è governato, tenuto sotto controllo, in cui la cura regna come supremo atto d’amore tra coloro che dimorano sotto lo stesso tetto e condivideranno il desinare.

Ecco che, però, immediatamente, il poeta ci pone di fronte a un elemento perturbante, un’inquietudine oscura e sublime, probabilmente il verso più bello della poesia: “Alcuni nel loro errare/ giungono alla porta per oscuri sentieri”. Dunque, qualcosa che viene da fuori e che, pur stando dentro, non possiamo mai dimenticare – perché non si può se non essere nel mondo, anche quando la pace del ritiro è l’unica cosa cercata.

C’è qualcuno che viene, qualcuno che ha errato a lungo, vagato non si sa dove, forse senza meta – tutto ciò che richiama alla mente l’espressione “oscuri sentieri”, in ogni lettore, è affare forse troppo personale per essere sviscerato.

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A fare da contrappunto, abbiamo l’immagine di questo “albero delle grazie” che già di per sé richiama a una congiunzione tra la “fresca linfa della terra” e la dimensione dell’ascesa sottesa alla sua struttura. Tra la base e il vertice, la Grazia si diffonde, animando tutto il creato.

Arriva il viandante che fa il suo ingresso, giunge alla soglia. Ogni attraversamento dalll’esterno al privato è trauma, angoscia, turbamento. Si passa dal Mondo a un mondo. Si sarà accolti? Si vuole davvero essere lì? Riceveremo, poi, l’ospitalità che questa vita sembra da sempre negarci? Il viandante è una figura ancestrale, primordiale, mitologica, ideale dell’uomo nel suo percorso senza approdo.

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Quindi, arriva l’ultima disarmante visione, di superiore speranza, il pane e il vino, biblica effigie quasi scontata ma sempre insostituibile. Dunque, in ultimo, esiste un punto d’arrivo, l’amore, il sollievo, la dimora definitiva in cui trovare la pace dopo lungo pellegrinare. Lì regna quella “pura luce” tanto a lungo agognata.

Quanto sarebbe bello se ognuno, magari superati i clamori della festa, il suo frastuono di botti e parole vuote, meditasse le parole del poeta e le facesse risuonare in sé: “dolore”, “luce”, “grazia”, “tavola”. Forse, sarebbe un anno migliore di quello che ci attende.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

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