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“L’ARTE NON RESTITUISCE IL VISIBILE. RENDE VISIBILE”: PAUL KLEE IN MOSTRA, A VENEZIA (di Chiara Volpe)

Non vi sono grandiosità in Paul Klee, nessun vasto panorama, ma molti piccoli oggetti preziosi. Il suo rifugio è il chiuso, cauto mondo nativo, nel quale l’uomo è portato ad approfondire se stesso, a sviluppare idee, influssi e suggerimenti provenienti da ogni parte, dopo essere stati assimilati e adattati alla propria personalità. 

La madre è francese, il padre tedesco, la sua città di nascita è la svizzera Berna, punto di confluenza di queste due culture, regione molto ricettiva ma anche provinciale. L’ambiente in cui trascorre la maggior parte della sua vita è come uno specchio, che mette a confronto architettura d’avanguardia illuminata dagli sfarzi dell’elettricità e la campagna circostante, la cui civiltà contadina si offre nella sua semplicità, come uno scatto fatto a un altro mondo.

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I suoi Diari e un saggio, considerato poi il suo “credo”, una sorta di riflessione personale e anche manifesto artistico, dal titolo Confessione creatrice, raccolgono tutta la sua esperienza di uomo e artista, tutta la sua disperata ricerca di un segno puro e depurato. Scrive l’autore: “L’arte non restituisce il visibile. Rende visibile”.

Nelle tre piccole stanze del suo appartamento, a Monaco, lavora instancabilmente, senza tregua, sperimentando di continuo materiali e tecniche, indagando quale sia il modo migliore per tradurre le proprie sensazioni. Il suo è un linguaggio bonario e domestico, sorprende senza sconvolgere, rassicura perché esprime sensuale stabilità, è audace in quanto modesto.

Senecio, 1922

Non crea un’unità che l’occhio possa cogliere istantaneamente, ma sminuzza, trita, macina, divide. “L’occhio segue le vie che nell’opera gli sono state disposte”, scriverà in una delle sue poesie. Lavora in piccoli formati, come miniature i suoi quadri sono ideati per essere posseduti privatamente e appesi a pareti intime affinché, con un esame ravvicinato, l’occhio di chi osserva possa viaggiare con minimo sforzo attraverso quelle intricate e macchinose complicazioni del particolare.

C’è della musica intorno, sembra di udire il padre suonare il piano e il violino. E quelle linee sono spigolose e sinuose, rigide ma sciolte, tutto e niente. Esse conducono, congiungono, giocano armonicamente, non aderiscono né fanno da contorno, creano soltanto assenza di peso. Allo stesso modo fa il colore.

Come in un ricordo lontano, quando dalla nonna materna riceveva i primi insegnamenti di disegno e poesia, siamo condotti a partecipare e incarnare questa compenetrazione reciproca tra le arti.

Sembra contorcersi lui, per trovare la sua strada, sembra stia pensando alla maniera kafkiana, prima di accettare la metamorfosi: “Non riesco a farmi capire. Non riesco a far capire a nessuno cosa mi stia succedendo. Non riesco a spiegarlo nemmeno a me stesso”.

La ricerca e l’apprendistato artistico in Italia e in altri Paesi saziano la sua curiosità di “risalire alla radice” dell’architettura dell’arte figurativa, scriverà: “l’iniziale disorientamento di fronte alla natura si spiega nello scorgere soltanto le ultime ramificazioni. Una volta però compreso ciò, si può riconoscere anche nella più lontana fagiolina la manifestazione dell’unica legge che regola il tutto e trarne vantaggio“. È la scoperta, la genesi dell’anatomia delle sue opere, l’epifania mentale della costruzione della creazione al suo interno, lo scheletro. Come Michelangelo, egli si dirige al nucleo e vi giunge, trova la bellezza celata dalla materia.

Il Cubismo lo libera dalla rappresentazione naturalistica e tutto può essere analizzato e scomposto e poi integrato nel dipinto.

Ma è quando aderisce al Cavaliere Azzurro (Der Blaue Reiter), insieme agli amici Franz Marc e Wassily Kandinskij, che comprende come il solo modo per salvare se stessi dalla brutalità della storia sia marciare dal materialismo allo spiritualismo, dal buio alla luce.

La locandina dell’evento in cui l’opera di Klee è in mostra insieme a quella di altri suoi contemporanei.

Ne Lo spirituale dell’arte, Kandinskij scrive che “quanto più questo mondo diventa spaventoso, tanto più l’arte diventa astratta” e muove da un principio di necessità interiore.

La guerra lo separa da tutti i suoi contatti. Ben presto, l’immagine della morte si fa ossessiva: maschere, sbarre, lunghe linee nere senza meta, demoni e Angeli, simboli intimi e collettivi allo stesso tempo, sono la tendenza verso cui la sua arte si dirige. Avverte forte l’esigenza di sentirsi parte di una missione, tesa idealmente a trovare il proprio posto e il proprio scopo in questa “fosca valle degli uomini” che è il mondo.

In tale storia, ognuno è un Angelus Novus dalle ali spiegate, il viso rivolto al passato, macerie ai suoi piedi, vorrebbe ricomporre i frammenti ma soffia la bufera che sospende inesorabilmente e irresistibilmente nel futuro. E il nostro progresso è lì.

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Egli è un artista, uno di quelli che in quanto tale una volta tanto si finge Dio, del resto “un singolo giorno è abbastanza per renderci un po’ più grandi o un po’ più piccoli”. E la sera, dunque “posso coricarmi con la consapevolezza di aver fatto qualcosa. Anche questo conta”.

Fino al 21 febbraio 2023 Klee sarà in mostra presso il Centro Culturale Candiani, a Venezia, per una Mostra Collettiva insieme ad artisti come Kandinskij, Jean Arp, Joan Mirò ed altri esponenti della Avanguardie europee.

Chiara Volpe

L’AUTRICE

Chiara Volpe nasce a Palermo, nel 1981. Laureata in Storia dell’Arte, ha svolto diverse attività presso la Soprintendenza per i Beni Culturali di Caltanissetta, città in cui vive. Ha lavorato per una casa d’Aste di Palermo, ha insegnato Arte, non trascurando mai la sua più grande passione per la pittura su tela, portando anche in mostra le sue opere. Attualmente, collabora anche con il giornale online Zarabazà.

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