Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

BUON SAN VALENTINO CON TRE LIBRI CHE RACCONTANO LA BELLEZZA DELL’AMORE TOSSICO (di Matteo Fais, Clara Carluccio e Davide Cavaliere)

FAMMI MALE – ELOGIO DELLA MISTRESS, DELLA VENERE IN PELLICCIA E DELLA NERA GIOIA DEL DOLORE (di Matteo Fais)

Una piaga immonda minaccia da ogni lato la passione, nel nostro tempo, uno psicologismo morboso e intollerabilmente indiscreto – che poi non di altro si tratta che dell’ennesima manifestazione dello scientismo imperante.

Tu hai da essere curato, sorvegliato, indagato e controllato in ogni manifestazione del tuo essere. Un signore/a dalla impeccabile distanza professionale ti dirà che cosa è lecito e cosa illecito in ciò che desideri. Ti aprirai a questo nuovo confessore laico che giudicherà e fornirà indicazioni, proporrà guarigioni, ti indicherà un percorso di redenzione. Non ci sarà la Grazia a illuminarti, ma i nuovi concetti di Sanità ed Equilibrio.

Chi muove le fila del discorso che ruota intorno alla sessualità tiene le fila del mondo. Incanala e fa spurgare ogni forza secondo un percorso tracciato di adattamento al Sistema. La perversione, se ammessa, è perversione di Stato, medicalmente approvata e concessa. Oggi, se sei un piglia in culo, non puoi neppure avere il malsano piacere di pensare a te stesso come un reietto, un debosciato, il finocchio. No, il DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ti impone forzatamente la normalità della tua condizione. La scienza ha stabilito che spaccarsi vicendevolmente il culo è attività insindacabilmente sana.

Ogni sollazzo va valutato entro la dinamica del discorso di genere. Il personaggio di Severin, da Venere in pellicia, il noto testo di Leopold von Sacher-Masoch, verrebbe fustigato, non certo perché ami sentire su di sé la frusta, ma perché della donna che adora, dalla posizione subordinata di schiavo d’amore, e più in generale della Donna, pensa le peggio cose. Per lui, una femmina è paradiso e sciagura. Cita il Libro di Giuditta e il famoso passo in cui si sta scritto “Dio lo ha punito e lo ha dato in mano a una donna”. Già li si può sentire gridare al sessismo, senza capire che “«Lei considera l’amore e, soprattutto, la donna» prese a dirmi «come qualcosa di ostile, qualcosa contro il quale, seppur invano, lei si difende, ma la cui potenza lei sente come un dolce tormento, una stuzzicante crudeltà.»”.

Insomma, oramai, non c’è più lo scandalo di un piacere folle raccontato in un romanzo proibito. Chiunque può essere legato e torturato, ma ci vuole un sociologo, un antropologo, un pedagogo e uno psicologo specializzati in studi di genere a valutare quel che pensi tra un sferzata di cuoio e una catena che ti mozza il respiro.

E la tua mistress? Si potrebbe andare a investigare se dietro tale passione per la sottomissione di un uomo non vi sia da parte sua una profonda consapevolezza di quel che il suo sesso di appartenenza ha dovuto subire dalla notte dei tempi. Potremmo quindi considerare il suo massacrarti un tentativo di liberazione mentale dall’ancora presente oppressione patriarcale? Roba che, di sicuro, ti passa la voglia. Troppa indagine. Ha ragione D’Annunzio: l’anatomia presuppone il cadavere. Infatti, in questo mondo c’è un inutile eccesso di analisi perché si possa ancora amare, nel senso di vivere un’emozione conchiusa in sé stessa, un rapimento che non sia preceduto dalla domanda “Perché?”.

L’amore, in definitiva, è più sviscerato che vissuto, ridotto a contratto di lavoro caratterizzato da equa ripartizione di diritti e doveri, pena la stigmatizzazione morale e sociale se i piatti non sono lavati una volta per uno, quando, come dice la malefica Wanda: «noi siamo fedeli finché amiamo, ma voi pretendete dalla donna fedeltà senza amore, e dedizione senza godimento. Chi è crudele, allora, la donna o l’uomo? […] Parlate di doveri, quando non si dovrebbe parlar che di piaceri».

Pertanto, lasciate perdere tutte le lezioni d’amore del mortalmente ragionevole psicologo/psichiatra ultra settantenne che occupa con la sua rubrica le pagine finali dei settimanali femminili. In un rapporto, non c’è proprio niente che possa essere capito e razionalizzato. Giustizia e sentimento sono due rette parallele che non si incontreranno mai.L’amore non conosce virtù né merito, ama e perdona e sopporta tutto, perché così ha da essere; la ragione non ci guida, e i pregi o i difetti che scopriamo nella creatura amata non hanno alcun peso: ci sentiamo attratti o respinti senza che essi vengano presi in considerazione”. L’amore è uno strazio che ci facciamo infliggere da un aguzzino/a crudelissimo, sperando nella salvezza finale dalla pena, solo per poi scoprire che il dolore ultimo ha una sua nera bellezza senza pari.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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SIAMO VITTIME E CARNEFICI – CONTRO LA LOGICA DELLO SCONTRO TRA BENE E MALE (di Clara Carluccio)

Signori della giuria, deponete le toghe e le maschere dell’inquisizione. L’amore è incanto e tormento. Porta in sé il germe del castigo, dell’inevitabile martirio. Ciò che prima allieta, dopo strazia e uccide. 

Non aggiungete sofferenza a quanta già ne provochi, o ulteriori giudizi profusi dalla massa. Quanto accade tra due persone non è mai afferrabile esteriormente ad una svelta occhiata interrogatoria. L’amore può essere la debolezza più grande, ma è la società a determinare la spartizione del potere. Certi sentimenti non possono che essere morbosi perché tali sono coloro che li provano. Ma, le menti semplici, vissute nell’incubatrice della finta perfezione, non reggono l’esistenza di relazioni ombrose e attribuiscono una natura bestiale a tutto ciò che non comprendono. 

Nella Lolita di Vladimir Nabokov, Humbert, un uomo fatto e maturo, è attratto in una maniera totalizzante da una ninfetta. Vittima della sua stessa venerazione, prova un amore celestiale che, all’inizio, vive solo in una dimensione astratta, inebriandosi di ogni dettaglio visivo della fanciulla. Cerca di carpire il più possibile, ma senza corrompere. Le fantasie rimangono tali. Fino al momento in cui lei si accorge della passione che rende quell’uomo debole e asservito

Capisce, seppur molto giovane, di avere un forte ascendente su di un’altro individuo e, con quel tocco di naturale sadismo presente nell’essere umano, comincia a fare uso di quel potere. Concede le attenzioni che il suo mendicante agogna in cambio di piccoli vizi e denaro. Humbert lo sa ma, quel suo incontrollabile bisogno, che lui stesso definisce patetico, degradante e spaventoso, lo immobilizza: “con l’affievolirsi, in lei, dell’elemento umano, la mia passione, la mia tenerezza e il mio tormento non facevano che aumentare”. 

Il rapporto vittima-carnefice è difficile da decifrare. È un labirinto di omissioni e ambiguità in cui entrambi, pur subendo la problematicità della relazione, perseverano in quello scambio che, per quanto malato, ha un suo equilibrio, una necessità di esistere. A volte si ha un bisogno vitale di qualcosa, o qualcuno, anche se fa male. Un’attrazione come quella di Humbert sarà anomala ma, di certo, grande e sublime è la poetica che vi attribuisce: “La guardai e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l’amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo”. 

Anche se l’esito è tragico entrambe le parti danno e ricevono qualcosa. Si cercano e si nutrono. Ma l’ostracismo è  sempre unilaterale. Per il bene supremo, per acquietare e confortare le masse, la lama della ghigliottina deve tranciare una sola testa. Mai entrambe, mai nessuna. Eppure, le stesse parole di Lolita, rivelano la sua natura ingannevole, mentre l’opinione pubblica vede nell’apparente unica vittima, un’entità incontestabile: “Mi rincresce di averti tanto ingannato, ma così è la vita”.

Riconoscere la supremazia di un individuo sull’altro non è semplice perché in realtà, anche simultaneamente, ognuno manipola e viene manipolato.

Clara Carluccio

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SPORCHIAMO L’AMORE, PISCIAMOGLI IN FACCIA CON PHILIP ROTH (di Davide Cavaliere)

L’amore, oggi, così come il sesso, da cui è inseparabile, viene declinato solo nella forma del kitsch: coppia, fedeltà, rispetto, soluzione di problemi sessuali, armonia degli opposti. Se un film sbanca il botteghino, state certi che vi troverete il fedifrago punito, il bugiardo castigato, il marito infedele che perde moglie, amante e reputazione in un colpo solo. 

Gli amori sono stati purificati, proprio come il sesso. Nell’epoca della pornografia di massa, mentre ogni pudore si sbriciola, ecco che ci si affretta a promuovere un sesso contrattuale, igienista, egualitario. Anche le perversioni e le trasgressioni sono state assorbite dalla mega-macchina del kitsch e dello spettacolo, in modo da renderle inoffensive. 

Eppure, la realtà dell’amore è cosa ben diversa. Esso non è mai trasparente, armonioso, catallattico. L’amore è un sentimento patologico, fatto di incomprensioni, manie, ossessioni, dolori, tradimenti di sé stessi e del soggetto amato. Gli scrittori, almeno quelli non ancora sussidiati dal Partito dei buoni sentimenti, hanno spesso offerto uno sguardo “realistico” sulla condizione amorosa e sul suo carattere patetico e malato

Basti pensare a un caso estremo di genio, Philip Roth, capace di rappresentare tutte le insoddisfazioni e le frustrazioni prodotte dall’innamoramento e dal connesso desiderio sessuale. Infatti, è morto senza premio Nobel per via della sua impudicizia morale e le sue esibizioni sessuali diseducative

In pieno revival della tenerezza e dell’amore romantico, ecco che il sessuomane di Newark tira fuori dal cilindro Mickey Sabbath, un vecchio porco, un corruttore di fanciulle, un adultero, ma non di meno capace di amare. Nel giorno di San Valentino è bene ricordare Il teatro di Sabbath, uno dei romanzi più anti-sanvalentiniani di sempre, un elogio dell’infedeltà amorosa, degli inganni orientati solo alla “scopata”, del desiderio di possedere senza curarsi troppo delle conseguenze

Ecco allora Sabbath il burattinaio, che tira i fili delle marionette e delle donne, mentre seduce una sua studentessa ventenne, mentre induce la sua amante, Drenka, a farsi scopare da chicchessia o, ancora, mentre sbeffeggia le turbe emotive della moglie. Sabbath non si cura del “consenso” o del “rispetto”, lui seduce, corteggia, provoca, tocca

Potrebbe sembrare un viscido scopatore senza cuore, eppure ama la sua ultima amante, la già citata Drenka, proprio come ama sua moglie. Il suo amore è storto, ma non insincero. Quando Drenka muore, Sabbath ha un crollo. Sente di aver perso la sua “metà”. Talvolta, si masturba sulla sua tomba, perché quello gli sembra il modo migliore per onorare la voluttuosa sensualità della donna amata. 

Sabbath incontra Drenka al suo capezzale. Sono soli. Il cancro sta consumando la donna che, della sua storia con il burattinaio, non rievoca tenerezze, non dice “mi hai sempre valorizzata e trattata con equità”, ma ricorda quando lui le ha pisciato addosso facendola eccitare: “Non l’avevo mai fatto prima. Non pensavo che l’avrei fatto mai con un altro, e oggi pensavo che non lo farò. Ma davvero mi ha legata a te come un patto. Era come se ci fossimo uniti per sempre”. 

A legare Sabbath e Drenka non era un amore terso, pulito, fondato sui sentimenti, ma una sessualità feroce. A unirli erano schizzi di urina sul volto. “Quando scopo, io ci metto il cuore”, sono le ultime parole della morente. Esiste un amore mero retorico, meno sciropposo, meno romantico e “puro” di questo? E come non dare ragione a Sabbath quando afferma: “Il terzo grande fallimento ideologico del ventesimo secolo. È sempre la solita storia. Fascismo. Comunismo. Femminismo. Tutti progettati per indurre un gruppo di persone a scagliarsi contro un altro gruppo. I bravi ariani contro le altre razze cattive che li opprimono. I bravi poveri contro i ricchi cattivi che li opprimono. Le brave donne contro gli uomini cattivi che le opprimono. Il depositario dell’ideologia è puro, buono e pulito, e gli altri sono malvagi. Ma lo sai tu chi è davvero malvagio? Chiunque pensi di essere puro è malvagio!“. 

All’inferno chi ci propone un amore puro, levigato, ragionevole, sano.

Davide Cavaliere

L’AUTORE 

DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”. 

Un commento su “BUON SAN VALENTINO CON TRE LIBRI CHE RACCONTANO LA BELLEZZA DELL’AMORE TOSSICO (di Matteo Fais, Clara Carluccio e Davide Cavaliere)

  1. Buongiorno..non ho mai festeggiato San Valentino, come tante altre inutili ricorrenze imposte a puro fine commerciale. Ho apprezzato tutti tre gli articoli. Una mio breve commento personale: Amore, sesso, erotismo, è tutto svilito in questa società che butta tutto in pasto a menti che non sanno più ragione da sole. I sentimenti sono una sfera troppo personale perciò non possono e non devono essere diretti ne’ orientati. Ritengo che ognuno debba vivere la propria sessualità come meglio gli aggrada . Non amo però l’ostentazione. “Amore” è davvero difficile oggi comprendere l’importanza di tale sentimento. Così come, a mio avviso, si spreca il “ti amo”, confondendolo con l’infatuazione, la passione, il desiderio. “Ti amo” dovrebbe essere per sempre, anche se divisi o perduti, perché un sentimento così profondo non muta , fa parte della nostra anima. L’innamoramento è altra cosa..

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