Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

PERCHÉ LA BANALITÀ DEL MALE È MOLTO PIÙ BANALE DI QUANTO SEMBRI (di Matteo Fais)

Nella rappresentazione classica, iconografica, il nazista è un individuo alto, dal capello inderogabilmente biondo, che indossa un’uniforme militare. Tutto di lui, dalla postura al rigore della pettinatura, lascia trasparire un odio sordo e senza appello alla pietà. Uccidere l’ebreo è per lui una ragione di vita, un destino, proprio come la pistola fa pensare allo sparo come sua ratio intrinseca. Egli sembra profondere cattiveria nello stesso modo in cui uno squalo bianco in mezzo al mare fa pensare al pericolo e alla morte più atroce.

Ecco, questa è esattamente l’immagine che dovete togliervi dalla testa. Quasi mai in vita vostra incontrerete il male in una simile sembianza tanto caricaturale. Di rado, un uomo è affetto da una forma di sadismo così marcata e manifesta.

Per chiarire cosa sia la banalità del male, infatti, tutta la solita rappresentazione da celluloide è grosso modo inutile, soprattutto quella più gettonata della filmografia che ruota intorno alla shoah – più o meno come il noto libro di Hannah Arendt. Il cinema giunge in nostro soccorso con ben altri esempi, apparentemente del tutto slegati dalla narrazione del periodo storico in questione.

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Pensate, per esempio, a un film come Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Ricorderete tutti la scena dei due gangster, divinamente impersonati da John Travolta e Samuel L. Jackson, che si recano a casa di alcuni spacciatori, i quali hanno mancato di pagare il fornitore, ovvero il boss dei due, e presentano loro il conto in un tripudio di teatralità da serie televisiva pomeridiana e proiettili che fioccano come coriandoli a carnevale.

Rammentate i discorsi che i due colleghi intrattengono recandosi in loco? Parlano di un loro conoscente che sarebbe stato scaraventato fuori dalla finestra, per aver fatto un massaggio ai piedi alla moglie del loro capo. L’oggetto del contendere è se in tale pratica vi sia o meno un risvolto erotico.

Certo, la scena è ilare, per non dire esilarante e fa sghignazzare con la sua sottile comicità. Cionondimeno, quei fotogrammi restituiscono perfettamente il senso di cosa sia la banalità del male che, tutt’oggi, stiamo vivendo nostro malgrado. Rifletteteci: prima di andare a uccidere degli esseri umani, che a loro nello specifico non hanno fatto proprio niente, questi battibeccano di questioni oziose e tutto sommato ininfluenti – puttanate, insomma.

Si potrebbe quasi dire, peraltro, che i due brutti ceffi risultano tutt’altro che antipatici. La loro dialettica è rozza, ma simpatica, il discorso trascinante nella sua sciocchezza, più o meno come i ragionamenti folli che si fanno, dopo qualche bicchiere, girando in macchina con gli amici. Il problema è che questi compiono il male, tra una chiacchiera e l’altra, uccidono su commissione, senza farsi alcuna remora e, addirittura, con le stesse persone che stanno per crivellare, dibattono su quale sia il miglior hamburger da fast food.

Al netto della finzione scenica, sicuramente e volutamente esagerata, in pieno stile Tarantino, questo è proprio il modo in cui la maggior parte delle persone commettono un atto immondo. Per tornare all’attualità, è con lo stesso spirito che l’impiegato delle Poste vi ingiunge di usare l’igienizzante, coprire bene il naso con la mascherina e via delirando. Similmente dicasi per il cameriere, il barista, il medico, il commesso del supermercato e il tabaccaio. Lo fanno, perché gli è stato detto di agire in tal modo. Non si pongono domande, non contestano il piano, non ammettono deroghe e non lasciano correre. Eseguono tra lo svogliato e il faceto, cercando almeno di darsi il tono di chi prende sul serio il proprio lavoro. Che poi si tratti di chiedervi un qr code, o aprivi il cranio a martellate per ingiunzione del nuovo DPCM, non importa: lo spirito e lo stesso, la partecipazione la medesima. Che sia la legge dello Stato, il regolamento dell’ufficio o il comando del boss malavitoso, non cambia assolutamente niente.

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Questo è il male nella sua declinazione reale, spesso un atto senza peso, dal punto di vista di chi lo compie, un conformarsi, una fare il proprio dovere qualunque esso sia. Solo per questo, oggi come oggi, sembra impossibile che tanti intorno a noi lo stiano praticando con una tale nonchalance. Noi ci aspettiamo sempre il nazista dei film, quando invece avremmo dovuto guardare nel profondo degli occhi l’uomo allo sportello, proprio quello che, adesso, abbiamo di fronte.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

Un commento su “PERCHÉ LA BANALITÀ DEL MALE È MOLTO PIÙ BANALE DI QUANTO SEMBRI (di Matteo Fais)

  1. Almeno il nazista era “bello” nel senso di elegante, stirato e tirato, almeno era un cagnolino esecutore fedele fino alla battaglia di Berlino con successiva morte certa.
    In un certo senso tutto ciò era anche romantico.
    Qua bisogna obbedire a dei pazzoidi cornuti allo sportello, un po calvi, sguardo da scemo e col grasso viscerale dovuto alla vita sedentaria.
    Dove cazzo siamo arrivati.

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