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L’EDITORIALE – CHE COSA È VIOLENZA SESSUALE? RISPOSTA A MILENA GABANELLI (di Davide Cavaliere)

Il diritto, affinché possa garantire al meglio i cittadini, deve possedere una forma, ossia dev’essere il più nitido possibile, univoco e netto. Sono proprio queste caratteristiche a mancare in talune definizioni di “violenza sessuale” riportate da Milena Gabanelli su “Il Corriere della Sera”, in un articolo intitolato Stupro o sesso consenziente? Alcol, chat, testimonianza. Cosa dicono i giudici che i nostri figli devono sapere (https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/stupro-sesso-consenziente-quando-reato-cosa-dicono-sentenze-giudici-ragazzi-alcol-chat-denuncia-droga-violenza-consenso-gruppo/34ff91fe-b26e-11eb-ad37-20fbbce36b88-va.shtml).

Sia chiaro, nessuno vuole legittimare lo stupro o altre forme, anche meno invasive, di abuso ma, al tempo stesso, si deve porre l’attenzione sul fatto che intepretazioni eccessivamente lasche dei reati sessuali possono minare la libertà e la reputazione di qualcuno. Sempre più, infatti, si manifesta la tendenza a definire lo stupro come qualcosa di “percepito”, spogliato di ogni dimensione oggettiva e consegnato alla sensibilità del singolo

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Non bisogna essere fini giuristi per comprendere che percezioni e sensibilità soggettive non possono concorrere, in modo unilaterale, alla definizione di un reato grave come la violenza carnale. Sarebbe un affronto alle vittime di stupro e una mano tesa a quante, prive di scrupoli, hanno usato l’accusa di violenza sessuale per ottennere vantaggi economici e visibilità. Basti pensare al caso che coinvolge il calciatore Cristiano Ronaldo.

Ma veniamo più propriamente allo scritto in questione, dove possiamo leggere: “Fra i presunti violentatori, il 36% ha un’età compresa fra i 18 e i 34 anni. Il grosso dei numeri, quindi, riguarda proprio i giovanissimi”. Infatti, sono proprio i giovani quelli che, per disinibirsi, fanno uso di alcolici o sostanze stupefacenti e, proprio queste, possono provocare un’accusa di stupro: “È dunque molto rischioso avere un rapporto sessuale con una donna che ha alzato il gomito o fatto uso di droghe”.

Secondo una sentenza della Corte di Cassazione considera incapace di dare consenso la donna “ubriaca o sotto l’effetto di stupefacenti e dunque in condizioni di inferiorità psichica che le impediscono di scegliere liberamente in un senso oppure nell’altro”. L’ubriachezza conosce diverse fasi, se in quelle più forti si può essere incapaci persino di parlare, le più lievi possono indurre euforia, ma davvero rendono incapaci di intendere e di volere?

Appare anche dubbia la sentenza n. 29725/2013, che stabilisce, “Può bastare anche solo la testimonianza della donna” e “Ma siccome la sussistenza di un ragionevole dubbio impedisce la condanna, la sua credibilità è fondamentale, e può essere messa alla prova da domande scomode e dolorose”. Se è vero che la rievocazione di uno stupro nel corso di un processo è dolorosa, alcune domande non possono essere evitate, poiché si tenta di raggiungere la verità. Sulla base di quali criteri un giudice può scartare alcune domande? Tra le domande non ammesse figura la seguente: “Gli ha mai detto che voleva fare sesso con lui?”. Per quale ragione, un quesito simile, dovrebbe essere rimosso?

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Per stabilire l’attendibilità di un’accusa ci si appella al “riscontro della testimonianza nelle cartelle cliniche che possono indicare la presenza di lividi o di ferite nelle parti intime, ritenuti segni di un rapporto sessuale energico”. Un rapporto sessuale consensuale può essere “energico” e lasciare segni, mentre uno stupro può pietrificare la vittima e svolgersi senza efferatezza.

Se alcune considerazioni appaiono ragionevoli, altre lasciano perplessi. In tempi di isteria femminista, il rischio di essere accusati di stupro con argomenti capziosi è alto. Il consenso, inoltre, non sempre è espresso in modo esplicito, ma talvolta attraverso segnali e gesti. Dovremmo chiedere, sempre e comunque, di fronte a testimoni, un consenso inoppugnabile? I dubbi sollevati sono tanti e non sono favoriti da un clima intimidatorio, dove basta la semplice accusa per diventare mostri marchiati a fuoco. Il diritto non si può permettere di essere fumoso, ne vale della libertà di tutti.

Davide Cavaliere 

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