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LA GERARCA CHIARA FERRAGNI: BREVE STORIA DI UN FENOMENO SOCIALE FIGLIO DELL’IGNORANZA (di Franco Marino)

Ad intervalli regolari la Ferragni finisce sulle prime pagine dei giornali per qualche ragione – l’altra volta fu l’acqua a otto euro, stavolta è la linea di tutine a prezzi esorbitanti lanciate per la sua seconda figlia Vittoria – e leggo moltissime analisi sul perchè dell’esplosione di questo fenomeno mediatico.
Chi si concentra sullo sbandieramento della propria vita privata – dimenticando che ormai, ci piaccia o meno, i Ferragnez sono icone – chi si lancia in riflessioni pauperistiche. Nessuna di queste mi convince e provo ad azzardare una riflessione mia che peraltro parte dalla Ferragni in sè e analizza un ambito molto più ampio che è quello della cosiddetta “critica” e dunque il fenomeno del critico. Che è sempre esistita. Chiamarlo influencer è solo un inutile anglicismo.

Se prendiamo per esempio la pittura, la scultura e in generale le cosiddette arti raffigurative, non ne capisco assolutamente nulla. Non tanto perchè non mi piacciano ma perchè essendo totalmente negato per il disegno, non ho mai sviluppato una passione in tal senso e non ho mai dunque accumulato quel po’ di competenza che mi permetta di goderne. Non saprei dire perchè un dipinto del Caravaggio sia migliore di uno di Piero Della Francesca. In questo caso, se io volessi acquistare un quadro di questi artisti – ad averci le decine di milioni di euro che sicuramente dovrei tirare fuori – avrei bisogno di un critico d’arte che, in quanto tale, su di me acquisirebbe un enorme potere, proprio perchè sono quello che dovrà tirare fuori i soldi.
Se viceversa un critico musicale del cazzo pretende di farmi passare Allevi e la buonanima di Ezio Bosso come grandi pianisti, il vaffanculo in quel caso parte in automatico. Perchè con i miei vent’anni di studio del pianoforte alle spalle so distinguere chi il pianoforte lo sa suonare davvero e chi, al limite, è un discreto compositore. Ezio Bosso ad un Gigi D’Alessio – che si è messo a fare musica di merda, ok, ma che è un pianista con i controcazzi, con tanto di diploma al conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli – può (ahimè, poteva) solo allacciare le scarpe.
E questo anche in altri ambiti dove pure una qualche competenza la posseggo. Ero uno studente di giurisprudenza quando schifai definitivamente Travaglio: fu quando – infuriando le polemiche sulle vicende giudiziarie di Berlusconi – per giustificare l’assenza di guarentigie di protezione giudiziaria per il Cavaliere, fece il parallelo con la Francia dicendo che solo il presidente della Repubblica godeva di quelle guarentigie. La scorrettezza di Travaglio consisteva nell’omettere totalmente come in Francia il Presidente della Repubblica abbia il potere esecutivo, essendo dunque, di fatto, per effetto del semipresidenzialismo, l’equivalente di Berlusconi ai tempi. Anche qui, sapere come funziona il diritto francese mi ha permesso di rimanere immune ad una chiara manipolazione della realtà.

Abbiamo così il primo punto che è banale ma fino ad un certo punto: il successo del critico nasce sostanzialmente dall’ignoranza del lettore sullo specifico argomento.
In un mondo ideale, il critico si pone come figura di mediazione tra l’ignoranza del lettore su un determinato argomento – del tutto scusabile, non si può sapere tutto di tutto – e la sua volontà di capirne di più, di fruirne. In un mondo ideale, il critico scrive quello che pensa, quello che promana dalla sua coscienza, senza obbedire a logiche politiche, di puro e semplice potere, di pubbliche relazioni con questa o con quella figura.
Nel mondo reale, il critico è una figura politicizzata, spesso con agganci strettissimi – sia in termini di simpatia che di antipatia, che di interessi personali – con coloro che dovrebbe criticare. E spesso dunque ricava vantaggi personali nel recensire positivamente una figura politica anzichè un’altra. Che sia anche solo il semplice favore del politico.
Come risultato finale, il critico sarà il gerarca che il potere designa allo scopo di far sì che il lettore si formi quei gusti che, per ignoranza, non sarebbe in grado di formarsi autonomamente. Il che introduce il vero punto: un lettore tantopiù conosce di un argomento, meno ha bisogno di un critico e dunque il successo della critica come fenomeno di costume dipende dall’ignoranza generalizzata.


Questo porta alla Ferragni. Che, sia chiaro, non ruba il successo di cui gode. Semplicemente sfrutta il combinato disposto di due fattori: la pressione sociale compiuta dalle centrali del potere plutocratico sui singoli individui bisognosi di validazione sociale – che è poi la vera spinta sociale alla base della moda – e la mancanza da parte di questi ultimi delle metriche necessarie per quantificare il valore di un prodotto, figlia dell’ignoranza, che li rende incapaci di distinguere un paio di scarpe dall’altro. La fashion blogger monetizza venendo pagata per poter dire che le scarpe A valgano più delle scarpe B e che la borsa C sia più bella della borsa D. Per inciso, un equivalente del Ferragni che recensisse prodotti al maschile, fregherebbe anche me, se mi interessassero quei prodotti. Se viceversa certi criteri fossero stati preponderanti, l’equivalente del Ferragni sarebbe stato per me fondamentale.
Anche per questo, quando saltò fuori la storia dell’acqua Ferrarelle della Ferragni venduta a 8 euro a bottiglia, infuriarono le critiche contro di lei. Qualsiasi minorato mentale sa che il fattore Ferragni circa la bontà dell’acqua è totalmente irrilevante. Curiosamente, nessuno ha da dire su quegli stessi fessi che mentre si scandalizzano per l’acqua della Ferragni, comprano telefonini di 1000 euro e automobili di 90.000 euro.
La questione non è che non esistano telefonini o automobili che effettivamente valgano più di altri. E’ che chi li compra raramente sa distinguere il valore degli uni rispetto agli altri ma si sottopongono a quegli acquisti unicamente sotto dettatura della moda.

Il regime anarcocapitalistico occidentale – che non ha nulla del sano liberalismo di cui si fa abusivamente portabandiera – basandosi su alcune oligarchie multinazionali che hanno il potere di influenzare i meccanismi della comunicazione, opera ogni giorno una schiacciante pressione sociale acciocchè i cittadini si autoschiavizzino seguendo le mode, imponendo loro di formarsi bisogni e gusti che poi i critici convoglieranno verso i prodotti di consumo. Attraverso il legame con le grandi aziende del loro campo di interesse o anche le figure della politica, il critico si arricchisce, acquisisce potere e diventa, per ciò stesso, una figura temuta e rispettata. Attorno al quale si sviluppa un vasto codazzo di affezionati che pendono dalle sue labbra magari illudendosi che il critico gli dia la carezzina sotto forma di like o di retweet. C’è questo – e solo questo – dietro il successo di figure come la Ferragni, e in generale dei critici musicali, politici etc. e in generale del recente fenomeno degli influencer.
Quanto più si è ignoranti in un determinato tema, tantopiù il critico acquisisce un potere enorme in quell’ambito. Quanto più l’ignoranza è generalizzata, tantopiù la critica diventa una delle tanti armi della tirannia mediatica che sta schiacciando l’Occidente.
Il critico oggi svolge lo stesso ruolo che svolgono i gerarchi dei regimi totalitari. I gerarchi controllano che i cittadini seguano i dettami del regime, naturalmente punendo coloro che non si adeguano. Parimenti, i critici controllano che i consumatori comprino quello che il regime plutocratico ordina, punendo con l’irrilevanza e l’emarginazione sociale quelli che non eseguono.
Differenze mi pare ce ne siano poche.

FRANCO MARINO

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