Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

CENT’ANNI FA NACQUE IL MALE ASSOLUTO, IL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA – SEI FIRME REAZIONARIE RIFLETTONO SUI DANNI CAUSATI DAL PCI (a cura di Matteo Fais)

“[…] a Milano, nello stanzone Cronaca del Corriere della Sera, quando nei minuti concitati della chiusura serale, qualcuno gridò: ‘Colleghi, voglio un sinonimo di assassino!’. E dal fondo del salone, il cronista più giovane e allampanato levò in alto la mano e rispose: ‘Comunista!’. Risero tutti, compresi i comunisti. E uno di loro chiese: ‘Chi sarebbe questo spiritoso?’. Feltri. Vittorio Feltri”. ( Pino Corrias su “Il Fatto Quotidiano” del 17 Maggio 2020)

EPPURE, AMMIRO QUEI BASTARDI – LA CONQUISTA DELLA CULTURA DA PARTE DELLA SINISTRA (di Matteo Fais)

Ripenso spesso al mio conterraneo, Antonio Gramsci. Ho visitato il suo paese natale, uno sconosciuto borgo sardo denominato Ales. Sono stato a Ghilarza, altro piccolo centro dove la famiglia visse e in cui si trova la casa museo, e pure a Santu Lussurgiu, minuscolo paesino in cui studiò. Il liceo che frequentò prima di andare a studiare all’Università di Torino, “Il Dettori”, poi, è praticamente a tre minuti da casa mia, qui a Cagliari. Mi sono recato anche alla mostra – che si è tenuta nella sede di una nota banca sarda, pensate voi –, quando hanno esposto al pubblico alcuni autografi dei noti Quaderni dal Carcere. Ho osservato la sua minuscola e ordinatissima calligrafia – non una cancellatura o indecisione sporca quelle pagine.

Lo confesso, per me Gramsci è un’ossessione, il pensiero più molesto, come per un prete il demonio. Ovunque mi giri, per contemplare la miseria morale della mia triste Nazione, io so che tutto questo è opera sua. Pasolini diceva che il Fascismo non aveva fondamentalmente mutato l’antropologia degli italiani, poiché questi, dopo le varie parate di facciata, tornavano comunque nelle loro minuscole realtà di provincia immutate da secoli. Gramsci, invece, ce l’ha fatta. Gramsci non ha solo cambiato l’Italia, ma il mondo. Tutto il successo della Sinistra, da qui all’America, è (de)merito suo. Se possono censurare i social di Trump, i miei e i vostri, se il Premio Strega lo vincono sempre i soliti noti, se abbiamo avuto divorzio e aborto, se la famiglia è morta, se esiste l’utero in affitto, se tutti i giornalisti sono rappresentanti del Pensiero Unico, io so chi è il responsabile: è lui, il mio conterraneo.

Non starò qui a farla troppo lunga sul concetto di egemonia culturale e su come nella storia le classi dominanti abbiano garantito la sussistenza del loro potere economico condizionando le masse e facendo credere a queste che tale potere fosse giusto e dovuto. Vi rimando, semmai, a questo mio precedente articolo di qualche anno fa, una specie di Gramsci for Dummies, per approfondire (https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/senza-legemonia-la-vittoria-e-effimera-la-destra-riparta-da-gramsci-119685/). Ciò che mi preme sottolineare è che il filosofo sardo comprese per primo come la Sinistra, così invisa a una Nazione tendenzialmente conservatrice, potesse prendere le redini del comando. La strategia era tanto semplice quanto capillare e lungimirante. Pian piano, in un processo lungo anni, i comunisti avrebbero dovuto entrare dentro e guadagnare spazio in tutte le case matte del potere. Per intenderci, scuola, università, editoria, pubblico impiego sarebbero dovuti essere invasi dai loro affiliati come un corpo viene silentemente pervaso dal cancro.

Che colpo di genio! Una struttura fondamentalmente mafiosa prende e si intrufola nel sistema condizionandolo dall’interno e portando ovunque la sua propaganda, mettendo i bastoni tra le ruote ai nemici. Da allora, tale processo è divenuto mondiale. Pensate a Facebook. Segue lo stesso principio. Entra nelle nostre vite, presentandosi come apparentemente neutrale, e poi ci condiziona decidendo chi far parlare e chi no; parallelamente all’insegnante di Sinistra che, forte del suo ruolo di guida e dall’alto della sua cattedra, sparge i semi del suo credo presso gli allievi ignari.

Se il demonio esiste, per me ha gli occhi penetranti di Antonio Gramsci. La malattia comunista ha potuto diffondersi solo grazie al suo profondissimo e mefistofelico insegnamento. Lasciate perdere che, poi, oggi, gli stessi comunisti non perseguano più la dittatura del proletariato e che quindi, secondo certi, non dovrebbero più essere detti tali. Cazzate! Il comunismo gramsciano, ciò che resterà in eterno del pensatore sardo, non è la fede in una certa idea di realtà, ma il metodo perverso che permette l’affermazione della propria visione in società.

Chi controlla la cultura potrà sempre rovesciare la realtà a suo favore. Chi comprese per primo questo creò un paradigma infallibile. E fu lui il vero vincitore del ’900, Antonio Gramsci, uno del fondatori, quel 21 gennaio 1921, del peggior male che potesse capitare a questa Nazione – e, per riflesso, al mondo – il Partito Comunista d’Italia.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Da ottobre, è nelle librerie il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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LA MIA FICA ABORRE I COMUNISTI – LA SINISTRA E LE DONNE (di Clara Carluccio)

Anni di processi a Berlusconi per i suoi festini, sostenendo che immoralità e sfruttamento della donna fossero ascrivibili unicamente alla Destra. Ma è davvero così? Anche se molto discutibili, quelli dell’ex Presidente erano hobby privati, slegati dalla sfera pubblica e politica. Non portava le sue amichette in piazza per convincere ogni donna a dedicarsi alle attività esercitate in casa sua. Terminati gli affari, per lui e i fortunati ospiti, droga e baldracche erano solo divertimento. 

La Sinistra, invece, ha diffuso nella massa indistinta un’immagine di donna volgare, rabbiosa, blasfema, cancellandone ogni forma di grazia e bellezza, servendosene per avanzare l’epocale trasformazione della specie umana a cui aspira. Le ha messo in mano cartelli dagli slogan osceni e l’ha buttata per strada a sbraitare e imbruttirsi, ripetendo a macchinetta scadenti discorsi su fascismo, sessismo e razzismo. 

“Meglio troia che fascista”: rimango quasi incantata da una simile scala di valori. “Meglio buonista e puttana, che fascista e salviniana”: complimenti, il Partito Comunista sì che ama le donne. “La nostra fica dice no al fascismo”: la mia, invece, si vergogna per loro.

Grandi discorsi sulla dignità delle donne, e il loro diritto di non essere viste come mero oggetto sessuale, ammorbando l’anima con la discussione intorno a certi calendari di nudi, anche di quelli per niente volgari, finendo poi ad esaltare il post porno classificato come arte, segnando in fin dei conti il connubio tra femminismo e pornografia. Le suffragette del video hard si battono per i diritti di un erotismo meno fallocentrico, maschilista e razzista, cercando di valorizzare una visione più femminile del sesso. Queste per loro le questioni importanti. Mai che si occupino di quell’abominio dell’utero in affitto, la gravidanza fatta marketing, i bambini spediti come pacchi regalo. Aprire un dépliant e scegliere quello che più si gradisce, scaricare su qualche disadattata il disturbo della gravidanza a pagamento e poi salutarla. Fatta eccezione per eventuali difetti del prodotto. In tal caso la gestante, che non ha adempiuto al compito di fornire un infante perfetto da esibire in pubblico, si tiene l’obbrobrio e non vede un centesimo. Che progresso!

E che dire delle femen italiane, che anni fa si sono messe a quattro zampe e con l’immancabile seno nudo, in piazza San Pietro, simulando una penetrazione anale con il Crocifisso. Inconcepibile l’elevato supporto mediatico di cui queste persone godono. Le tre vacche, infatti, erano state ospitate in un programma televisivo e abbondantemente gratificate per il loro coraggio, perché “lottano con il loro corpo, questa è la bellezza della libertà di espressione”. 

Il brutto ha attecchito nella mente delle donne, le quali ormai si prestano con sincera devozione al proprio degrado, in nome dell’ideologia di partito. E all’estero le cose non vanno meglio. La Spagna ha la leggendaria Agueda Bañon, addetta stampa della sindaca pro immigrazione di Barcellona, resasi popolare per aver aperto le gambe e urinato in piedi per strada. 

Dopo aver distrutto la donna, adesso la Sinistra punta alle bambine. Da non dimenticare la locandina della mostra del cinema di Venezia 2020. Lo slogan recitava “il festival è donna” e il manifesto ritraeva proprio una donna di 8 anni, in mutande. La pedofilia legale sta per arrivare.

Per chi crede ancora che il mondo sia buono, la gente sia buona, che la Sinistra sia buona, riporto in conclusione un passo fondamentale di Elementi di critica omosessuale, il Vangelo di Mario Mieli, celebre attivista gay, morto suicida nel 1983, amante degli spuntini a base di escrementi umani e canini, osannato dai comunisti. Per chi ancora taccia di complottismo e follia chi cerca disperatamente di mettere in guardia il popolo, tenga ben a mente le seguenti parole: “Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro”.

No, decisamente, la mia fica aborre i comunisti.

Clara Carluccio

RIMPIANGIAMO IL COMUNISMO PERCHÉ NON L’ABBIAMO VISSUTO – LA TESTIMONIANZA DI CHI L’URSS L’HA VISTA CON I SUOI OCCHI (di Andrea Sartori)

Cento anni fa veniva fondato, a Livorno, il Partito Comunista d’Italia, germe del futuro PCI. Molti, dinanzi alla “sinistra piddina e petalosa”, rimpiangono il vecchio comunismo alla Peppone, che sa di lambrusco e salamella delle Feste dell’Unità, il comunismo delle lotte contro il “sciur parun”. Ma forse lo rimpiangiamo perché non lo abbiamo avuto al potere. Cosa ne pensa davvero chi lo ha subito?

Nel 2017, anno del centenario della rivoluzione d’Ottobre, vivevo in Russia. Come hanno celebrato i russi questo evento? Ignorandolo. Preferiscono relegare quel periodo nel passato. Vladimir Putin, in un messaggio televisivo, affermò semplicemente che la rivoluzione fu una tragedia perché i russi si ammazzarono tra loro. L’unica cosa fatta dalla tv pubblica russa fu la trasmissione di una fiction su Trotzky intitolata eloquentemente Il demone della rivoluzione. Quando mi recai al mausoleo di Lenin, lo trovai vuoto, mentre le chiese sono sempre piene. La “Russia di Putin” è una piccola America reaganiana, e i russi ora vogliono far soldi. Il loro sogno è fare l’imprenditore privato. Persino il candidato comunista alle ultime elezioni, Pavel Grudinin detto “il re della fragola”, è un imprenditore agricolo che ha privatizzato uno degli ultimo sovchoz sopravvissuti al crollo dell’URSS. Le uniche manifestazioni che ricordo, nell’occasione, furono l’inaugurazione di un monumento allo zar Nicola II, venerato come martire nelle chiese ortodosse, e alcune mostre organizzate da expat italiani, guardate con ironia da quei russi che non sentono alcuna nostalgia del periodo.

Un giorno, mia moglie quasi litigò con un’amica italiana di fede comunista, su Lenin. La ragazza esordì dicendo che Lenin non ha ucciso nessuno. Mia moglie rispose precisando che aveva fatto fuori mezza Russia.

Qual è il rapporto dei russi col comunismo? Ancora una volta Vladimir Putin dà la risposta. Qualche anno fa definì Lenin come terrorista anti-russo. Perché qualsiasi suo connazionale ti dirà che questo fu un prezzolato, al soldo dell’Impero Tedesco, per mettere in ginocchio la Russia. In poche parole, un traditore. Quando gli italiani dicono che Lenin ha abolito la servitù della gleba, il russo risponde che ad abolire la servitù della gleba fu uno zar, Alessandro II, mentre Lenin di fatto la ristabilì col lavoro nei kolchoz – frattanto, lui si godeva la sua collezione di Rolls Royce Silver Ghost. Senza contare le distruzioni di opere d’arte della tradizione russa, come l’icona di Kazan’; o i roghi di libri indesiderati, come le opere di Dostoevskij – follia che per fortuna si fermò alla parte iniziale del regime sovietico –, in odio alla cultura precedente.

Noi il comunismo non l’abbiamo vissuto, per questo lo “rimpiangiamo”. Anzi, lo stiamo vivendo adesso, perché quando ho cominciato a vedere le file fuori dai negozi, la distruzione dell’impresa privata, i confini regionali e la delazione, ho risentito i racconti di mia suocera: racconti di un mondo dove un barista era un criminale in quanto “capitalista”, avevi bisogno di un passaporto per andare da una zona all’altra della Russia e il tuo vicino ti poteva denunciare per una parola sbagliata sul partito. Per questo i russi sono stati reattivi sulla gestione della pandemia: avevano dei dejà vu spiacevoli. Mentre noi stiamo festeggiando il centenario del PCI nel “migliore dei modi”: importando quel modello.

Andrea Sartori

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L’AUTORE

Andrea Sartori è nato a Vigevano il 20 febbraio 1977. Laureato in Lettere Antiche presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha vissuto a Mosca dal 2015 al 2019 insegnando italiano e collaborando con l’Università Sechenov. Attualmente collabora presso il settimanale “L’Informatore Vigevanese”. Ha pubblicato con IBUC i romanzi Dionisie. La prima inchiesta di Timandro il Cane (2016) e L’Oscura Fabbrica del Duomo (2019) e, con Amazon, Maria. L’Eterno Femminino (2020)

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I COMUNISTI E L’UCCISIONE DI DIO – LA MORTE DELLA RELIGIOSITÀ È COLPA LORO ( di Massimo Selis e Belinda Bruni)

“Simia Dei diabolus”, poiché il diavolo scimmiotta Dio, non lo nega ma perverte la Verità dando origine così alla Menzogna. L’ideologia comunista, anche attraverso i suoi organi di partito, ha svolto egregiamente questo ruolo. Oggi, ci troviamo a fare memoria della fondazione del Partito Comunista d’Italia avvenuta il 21 gennaio di cento anni fa, a meditare sulla distruzione dello spirito religioso della nostra Nazione che esso ha saputo portare a termine agendo sia sul piano politico-sociale che su quello culturale.

È innegabile che già Marx si confrontasse con un problema di giustizia sociale: la questione non sta infatti nel negare il problema, ma nella soluzione che dal marxismo è scaturita. Una soluzione che accetta solo la dimensione orizzontale e materiale della vita umana. In una sola parola, la “dimensione quantitativa”. Del resto, già San Tommaso chiariva come il numero stia sempre dalla parte della materia. “Quantità” è pensare che il valore di una merce derivi solo dal lavoro impiegato per produrla, o che il fine ultimo dell’uomo sia il suo benessere materiale da cui discenderebbe la felicità e a cui si possono sacrificare aspirazioni più alte, perfino la libertà.

Il comunismo propugna dunque una completa ristrutturazione dell’ordinamento sociale, cancellando qualunque principio tradizionale e soprannaturale, perché «investe non soltanto la questione operaia o del cosiddetto quarto stato, ma soprattutto quella dell’ateismo, cioè il problema della realizzazione dell’ateismo contemporaneo, il problema della torre di Babele che si costruisce appunto senza Dio, non per raggiungere dalla terra il cielo, ma per abbassare il cielo fino alla terra» (Dostoevskij).

Il sovvertimento dell’ordine sociale non sarebbe comunque possibile senza la persuasione e la “acculturazione” delle masse, opera che il comunismo in Italia ha svolto, soprattutto dal dopoguerra in poi, con strisciante tenacia, infiltrandosi in ogni aspetto della vita fino a corrompere anche la Chiesa dal suo interno. Gramsci aveva delineato a chiare lettere il principio di “egemonia culturale” che doveva in parallelo affiancarsi al discorso economico. L’egemonia era fondamentale nella gestione del potere perché essa garantiva il consenso delle masse, le quali, educate dagli intellettuali, sarebbero andate a costituire il “braccio” di una nuova concezione del mondo. La tradizione spirituale e religiosa del popolo italiano doveva essere soppiantata, «[il comunismo era] la religione che doveva ammazzare il cristianesimo. Religione nel senso che anch’esso è una fede, che ha i suoi martiri e i suoi pratici; religione perché ha sostituito nelle coscienze al Dio trascendentale dei cattolici la fiducia nell’uomo e nelle sue energie migliori come unica realtà spirituale» (A. Gramsci). Se in Italia non c’è stata una rivoluzione violenta che ha portato il comunismo al potere e ha imposto l’ateismo di stato, c’è stata però l’occupazione pressoché totale degli spazi culturali, artistici, educativi e informativi, producendo un “ateismo di fatto”, mentre gradualmente i cristiani lasciavano che la fede fosse relegata a questione privata ed emotiva.

L’astuzia del demonio sta proprio nell’aver individuato i due strumenti principali di formazione dell’uomo nella sua integralità: l’ordinamento sociale e l’ambito artistico-culturale. Il primo, come anche Dante insegnava, deve condurre gli uomini alla Giustizia e quindi essere fondamento della riascesa ai Cieli che è compito specifico della religione; il lavoro deve essere il compimento della propria vocazione per il bene della persona e della società, come ricordava anche Pio XI in Quadragesimo Anno, e non solamente sostentamento, immagine sociale o semplice passione. Il secondo affina l’intelletto che si predispone alla conoscenza delle verità eterne e dona agli uomini la Bellezza che è manifestazione terrena del principio del Bello.

Sebbene in Europa le forme sociali ci appaiano lontane dall’ideale comunista, attraverso il monopolio culturale e artistico esso ha incatenato l’uomo al materialismo, nonostante egli non ne sia consapevole. Questa è la sua più grande vittoria: aver reso Dio inutile e ininfluente. Solo una strada ci è possibile per sovvertire tale sorte, immaginare un ordine civile diverso e ridare linfa alla cultura e all’arte. Solo così lo Spirito ritornerà a vivificare la nostra civiltà.

Massimo Selis e Belinda Bruni

GLI AUTORI

Massimo Selis e Belinda Bruni, incontratisi nel 1998 fra le grigia mura della Facoltà di Psicologia a Roma, hanno comunque deciso di vivere assieme e di generare nuova vita su questa terra. Consapevoli di tanto azzardo, negli anni si sono occupati di educazione e di promozione alla lettura per i ragazzi. Lui, però, non ha rinunciato alla sua prima vocazione di muoversi anche nel “territorio nemico” del cinema, dove confida ancora di poter dire la sua. Loro pubblicazioni sono apparse su: Quaderni della Sapienza (edizioni Irfan), la rivista d’arte Dionysos (edizioni Tabula Fati), Il Centuplo, Ad Maiora Media, L’intellettuale Dissidente, Culturelite e Il Pensiero Forte.

PALMIRO TOGLIATTI, OVVERO LA VIA ITALIANA AL TOTALITARISMO (di Davide Cavaliere)

Per comprendere il Partito Comunista Italiano, si deve prendere in considerazione il suo rifondatore: Palmiro Togliatti. Fin dalla svolta di Salerno del marzo 1944, il leader comunista iniziò a lavorare per “creare un Partito di nuovo tipo”. Non più una setta di rivoluzionari professionisti così come venne delineato nella Terza Internazionale, ma un partito di massa, nazionale, popolare, che “ottenga dalla classe operaia le sue forze decisive”.

Non si trattò di una democratizzazione o di un’accettazione del parlamentarismo, ma di una profonda revisione dell’articolazione partitica. Secondo Luciano Pellicani, il PCI divenne: “un ibrido politico-ideologico: un corpo kautskiano – il partito di massa organizzato come una contro-società – con una testa leninista”.

Sulla scia delle riflessioni di Antonio Gramsci e preso atto della situazione italiana del dopoguerra, Togliatti adattò al nuovo habitat politico la sua creatura burocratica. Egli non rinunciò affatto all’alternativa globale alla società liberale, ma cambiò strategia. Venuta meno ogni ipotesi rivoluzionaria, non restava che condurre una guerra di logoramento ideologico e psicologico, senza mai accantonare l’obiettivo bolscevico: abbattere il capitalismo e dare vita alla società senza classi.

Secondo il comunista Maurice Duverger, Togliatti applicò la strategia del paguro, il crostaceo che distrugge il mollusco e si installa nella sua conchiglia. Il PCI del carismatico stalinista assumeva i contorni di una socialdemocrazia, ma si poneva come meta finale la distruzione della democrazia liberale. Il mutamento totale della società era concepito come necessario e inarrestabile, poiché dettato dalle ferree leggi della Storia. Una strategia di così lungo periodo si alimentava del “mito della presenza” dell’Unione Sovietica, capace di tenere alta la speranza messianica in una società “altra” rispetto a quella vigente.

Pur perdendo il fiammeggiante impeto rivoluzionario, il PCI togliattiano non smise di suscitare fantasie escatologiche. Potette infatti presentarsi ai militanti come “moralmente superiore”, in quanto collocato dalla parte del “Progresso” e strumento necessario per l’avvento del paradiso in terra.

Il PCI produsse milioni di militanti che partecipavano alla vita pubblica, che agivano nella società e nelle istituzioni ma, al tempo stesso, contro di esse. Cittadini italiani che non si riconoscevano nello Stato italiano, bensì nella “Patria del socialismo”.

Il Partito teorizzato da Gramsci e ordinato da Togliatti fu una vera e propria malattia autoimmune del sistema politico italiano, che agì nelle istituzioni repubblicane in maniera strumentale, senza aderire, veramente, a quest’ultime. Tutta l’azione politica del PCI si dipanò sotto il segno di questa doppiezza, di questa ambivalenza, che plasmò individui moralmente alienati dalla vita nazionale.

I militanti del PCI furono un esercito di potenziali spie, delatori e sabotatori al servizio di una superpotenza straniera: l’Unione Sovietica. Individui che occuparono le strutture statali, incapsulati nella macchina burocratica, ma fedeli al partito e all’Urss, non alla Repubblica.

Le suddette caratteristiche hanno fatto del Partito Comunista un elemento anomalo, una metastasi nel corpo di una democrazia.

Davide Cavaliere

 L’AUTORE

 DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais, del giornale online “Il Detonatore”. 

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