Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

L’EDITORIALE – NON È UN’EPOCA PER FAMIGLIE TRADIZIONALI (di Matteo Fais)

Visse in un’epoca infelice e travagliata.

Michel Houellebecq, Le particelle elementari.

Era una notte d’estate, nel calore di lei. Sapevo che anche la ragazza avrebbe voluto. Me l’aveva detto: “Se tu lo desideri, io lo desidero”. 

Più di una volta, sopra di lei, l’ho osservata, nel buio, mentre aveva gli occhi chiusi. Era bellissima, rapita. Ero sicuro che mi amasse. Lo vedevo, lo sentivo, al netto dell’inganno sempre in agguato quando c’è di mezzo la carne.

Ero proprio sul punto… poi sono uscito da lei. Come avrei potuto? Non è un’epoca per famiglie tradizionali e noi non siamo più abbastanza ingenui per fare tutto così, a cuor leggero. Mio nonno concepì mio padre a circa trentasei anni, con mia nonna di ventuno – praticamente una ragazzina, oggigiorno -, mentre fuori da casa sua, in quel Nord algido e senza confort – niente frigo, scaldabagno e pompe di calore -, imperversava la guerra. Dai monti, ogni tanto, spuntavano gli aerei tedeschi e la morte piombava su di loro in grappoli di bombe che uccidevano indistintamente. Da poco, dopo la messa delle dodici, c’era stata una rappresaglia e i nazisti avevano fucilato tutti i fedeli, sul posto. Eppure, mio nonno, tra tutta quella disperazione, mise al mondo mio padre, senza avere da mangiare e con le sirene antiaeree che lanciavano le loro urla strazianti a ogni ora del giorno e della notte.

No, non è più un mondo per famiglie tradizionali. Non ne conosco quasi una che stia in piedi. Mio nonno aveva la certezza di sua moglie. Immagino che anche lui, una notte del 1943, abbia osservato la sua donna, ma in modo diverso. Probabilmente, pensava che quella ragazza, che veniva come lui da un paesello del Nord Sardegna, e che l’aveva seguito fino a Gemona del Friuli, non l’avrebbe mai tradito, non avrebbe mai aperto un account Instagram per sentirsi dire da degli sconosciuti “Quanto sei figa”, “Mio Dio, cosa ti farei”. Infatti, nonna è sempre stata fedele e, anche quando era alla fame, non ha mai accettato di prostituirsi. Ha fatto la sua vita, svegliandosi tra le quattro e le cinque di mattina, per fare pane e pasta per la famiglia. Mio nonno è morto consapevole che quella femmina aveva conosciuto biblicamente solo lui, per la bellezza di più di cinquant’anni di matrimonio.

Premesso che io, quasi ottant’anni dopo, me ne fotto della verginità della ragazza – so che, almeno al momento, nella sua testa, non c’è nessun altro -, ma penso al dopo. Come mi vedrà tra dieci anni? Non potrebbe essere che, verso i quaranta, le venga il sospetto di essersi persa chissà che cosa? 

Che poi, non è tanto lei a preoccuparmi. La so diversa dalle altre, più seria. Ciò che mi trasmette un’ansia atroce e il pensiero del frutto del nostro amore. Non ho il dubbio di essere incapace di educarlo, tutt’altro. So che io e la potenziale madre potremmo trasmettergli una fantastica educazione fatta di valori – da discutere, sempre, ma valori -, ottime letture, grande musica, mostre. Quel che mi preoccupa è semmai il mondo intorno a noi. Si può salvare un figlio dall’universo che ci circonda? Diventerebbe un escluso, un alieno, se facesse sua la nostra educazione. Ascolterebbe Bruce Springsteen e Sergio Endrigo, in luogo di qualche merdata tipo Sfera Ebbasta, o Young Signorino. 

Non so perché, ma un’ipotetica figlia me la immagino come Cindy Lauper nel video di Girls Just Wanna Have Fun: capelli colorati, voce sguaiata, una faccia da sinistrata progressista e in più quei cazzo di tatuaggi. La immagino mentre le consiglio di leggere Il giovane Holden e lei che mi dice “Papi, ma sei vecchio, questa è roba da antichi”. Porco Giuda, sicuro che mi verrebbe da tirarle un calcio in culo e farla volare. No, porca troia, non posso mettere al mondo un’altra che ascolta musica di merda, legge – se mai dovesse farlo – libri del cazzo, si tatua un pesce gigante sulla coscia destra e succhia il cazzo a qualche miserabile che non sa neppure cosa siano i segni di interpunzione. No, non posso mettere al mondo una Cindy Lauper 5.0 che ascolta trap e considera la letteratura una cosa per vecchi. Prima, mi taglio i coglioni.

Matteo Fais

L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. A ottobre, sarà nelle librerie il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

Un commento su “L’EDITORIALE – NON È UN’EPOCA PER FAMIGLIE TRADIZIONALI (di Matteo Fais)

  1. Io ho un figlio di 17 anni e una figlia di 16. Entrambi cresciuti in modo sano, un po’ all’antica, forse. Con me, la mamma, sempre presente nella loro infanzia e tuttora confidente numero 1, nonostante i comprensibili mutamenti rispetto a quando erano bambini. Lui è più immaturo, ma sempre simpatico, autoironico e rispettoso. A volte un po’ ingenuotto. Ascolta musica che non mi piace, ma che non porta avanti messaggi brutti.
    Lei tenace, serissima. Fin troppo. Piena di senso del dovere. Studia. Tanto. E suona due strumenti. Conosce i suoi pregi e li valorizza al massimo.
    Timidissima lei, con i ragazzi. Molto selettiva con le amicizie. Lui assai più leggero e spensierato ma leale e sincero. Ha avuto un filarino con una ragazza “mamma, mi piaceva davvero. Ho dato il mio primo bacio a una ragazza che mi piaceva davvero, non così… per fare il figo”.
    I valori che coltivano sono buoni, “puliti”. Si parla, discute e litiga. Sanno che la scuola viene prima di tutto, che non ho nessuna paura del conflitto con loro che giudico fisiologico, ma sanno che io sono la mamma, non l’amica. Sanno che per loro mi farei amputare i 4 arti, ma sanno anche che li lascio liberi anche di commettere errori, purché siano sinceri. Insomma, si riesce.
    Si può fare. La famiglia si può fare e costruire anche oggi, avendo il coraggio di andare controcorrente.
    Piccola nota finale: i capelli colorati non sono una tragedia. I tatuaggi neppure ma non se ne parla almeno fino a 18 anni. Mio figlio vuole l’orecchino, non ne farò un dramma se, compiuti i 18, andrà a farselo mettere. Manca poco. Di libri lui non ne legge. Lei li divora. Ha gusti diversi dai miei, ma nemmeno quella è una tragedia. I figli si accettano come sono. E si amano anche se hanno un look differente, gusti differenti ecc. Fa parte del loro sperimentarsi.
    Coraggio.
    Preferisco una chioma variopinta a un figlio o figlia che pensa che il valore o la serietà di una persona sta nel colore dei suoi capelli

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