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L’INTERVISTA – ADRIANO SCIANCA, DIRETTORE DI “IL PRIMATO NAZIONALE”, DIALOGA CON DAVIDE CAVALIERE DI NAZIONE, EUROPA E M. AMICO DEI FILOSOFI

Adriano Scianca è quello che, un tempo, si sarebbe definito “intellettuale di destra”. Non siamo sicuri che apprezzerebbe tale descrizione, allergico com’è a un certo conservatorismo “parruccone” e acquiescente con l’esistente. In un’intervista che ha rilasciato alla rivista Eléments, così definisce il suo pensiero: “militante (cioè non individuale, non intellettualistico, ma inquadrato in un preciso contesto di lotta politica), radicato (relativamente alla mia appartenenza alla nazione italiana e alla civiltà europea) e in movimento (poiché detesto le formule ideologiche che restano ferme mentre il mondo cambia)“. È direttore del quotidiano “Il Primato Nazionale” e redattore presso “La Verità”. Oltre che autore di diversi saggi che sono un manrovescio sferrato al catechismo progressista

L’intervista è un’occasione per parlare della fragilità dell’identità italiana, della destra attuale, di Mazzini e del suo ultimo libro.

Lo scorso tredici luglio, a Trieste, è andata in scena un’offesa alla memoria. Il presidente Mattarella ha regalato allo Slovenia il cosiddetto Narodni Dom, un edificio del valore di tredici milioni di euro, e commemorato quattro terroristi slavi del TIGR. La vicenda è passata in sordina, sommersa dalla solita retorica sulla “pace” e la “riconciliazione”. Gli italiani, in maggioranza, non hanno vissuto i fatti come un affronto alla dignità nazionale. Quali sono le origini di questa cronica mancanza di patriottismo?

Ho trovato la vicenda pietosa, non solo per le concessioni che abbiamo fatto alla solita retorica anti-italiana, ma anche perché l’unica cosa che abbiamo in qualche modo “portato a casa” in cambio di tale genuflessione, cioè l’omaggio alle foibe, è stata comunque oltraggiata dalla squallida scenetta dei due capi di stato mano nella mano. Tra niente e un omaggio di questo tipo, meglio niente. Da dove nasce questa allergia al patriottismo? Ha radici antiche, io l’ho rintracciata nell’estraneità delle nostre classi dirigenti all’asse di eventi che hanno forgiato la nostra identità nazionale: Risorgimento, Grande guerra, Fascismo. Tre momenti storici che le nostre élite non hanno mai compreso o che hanno apertamente osteggiato.

Nel suo libro dedicato all’identità italiana, La nazione fatidica. Elogio politico e metafisico dell’Italia, nel tracciare i momenti salienti della storia nazionale si concentra sulla Roma antica, sul Risorgimento, la Prima Guerra Mondiale e il Fascismo. Uno dei momenti storici più significativi per l’Italia, il Rinascimento, rimane un po’ sullo sfondo. In che modo Umanesimo e Rinascimento sono espressione dell’identità italiana?

Il mio libro non aveva pretese di esaustività. Probabilmente il Rinascimento è rimasto sullo sfondo perché è un momento più culturale e meno politico di creazione dell’identità nazionale. Ma sono d’accordo che vada riscoperto, anche per farla finita con l’assurda svalutazione della mentalità rinascimentale inculcata in certa destra dal tradizionalismo, purtroppo anche evoliano, che su questo punto ha veramente preso un abbaglio.

Il nuovo libro di Adriano Scianca, in uscita a settembre per Altaforte Edizioni

Nel medesimo libro, nel paragrafo dedicato al populismo, ha sviluppato una critica severa al “gentismo”. Cosa dovrebbe fare, l’attuale destra istituzionale, per darsi una dimensione meno emotiva? 

Non sono nella posizione di dare consigli strategici a partiti che hanno percentuali di consensi in doppia cifra. Comprendo perfettamente che la semplificazione del messaggio sia necessaria alla ricerca del consenso, soprattutto nell’epoca dei social. Accanto al “lavoro sporco” del marketing elettorale mi piacerebbe che trasparisse un po’ di senso dello stato, di comprensione per le radici profonde della nazione, di visione non meramente contingente. La mancanza di una controproposta fattibile, ambiziosa e rivoluzionaria rispetto alle storture dell’Ue mi sembra, per esempio, particolarmente costernante. 

Qual è il suo rapporto col pensiero e la figura di Giuseppe Mazzini?

Lo apprezzo, ma se devo essere sincero non posso dire di averlo approfondito molto. Ho letto con interesse l’interpretazione che ne ha dato Giovanni Gentile, trovandola illuminante, ma ovviamente in testi di questo genere è difficile capire dove finisce il pensiero di Mazzini e dove inizia quello di Gentile. Ad ogni modo il Genovese stava simpatico a Nietzsche e antipatico a Marx, qualcosa vorrà pur dire.  

L’Unione Europea si dimostra, di anno in anno, sempre più ostile agli Stati nazionali. In questo contesto, l’aspirazione a una “Europa-Nazione” possiede ancora una qualche validità?

A conservare validità è il mito europeo e il progetto di un’Europa-potenza. La difficoltà principale resta quella di articolare una dialettica tra l’Europa reale (l’Ue) e l’Europa del mito che non si limiti a contrapporre sterilmente le “banche” ai “popoli”. L’idea di gettare via il bambino con l’acqua sporca e chiudersi a riccio rispetto a qualsiasi Europa, che vedo serpeggiare con inquietante frequenza nel milieu sovranista, mi vede invece ferocemente contrario.

Dal 3 settembre sarà in libreria il suo ultimo libro: Mussolini e la filosofia. Può dirci di cosa si tratta?

È un esame di tutti i rapporti intrattenuti da Benito Mussolini con il mondo della filosofia. Vedremo Mussolini appassionarsi e poi congedarsi da Marx, finanziare l’Archivio Nietzsche e scriversi con la sorella del filosofo tedesco, ricevere libri da Spengler, parlare di Platone con Evola, intervenire presso le autorità nazionalsocialiste in favore di Heidegger, scrivere lettere a Gentile con “recensioni” delle sue opere, progettare di suo pugno saggi filosofici mai scritti, discettare del senso dello Stato con Schmitt… Insomma, credo sia un libro che getterà una luce nuova su un personaggio che, pure, è stato inquadrato da quasi tutte le angolazioni e con ogni tipo di filtro.

Davide Cavaliere

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