Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

INGINOCCHIARSI È DA CUCKI – IO, IN GINOCCHIO, METTO SOLO LA MOGLIE DEGLI ALTRI (di Matteo Fais)

Premetto che del calcio non me ne frega una cazzo. La passione per le gesta sportive altrui la considero un’attività da cuckoni, cioè da cornuti. Guardare un pirla tatuato che insegue una palla, per non so quanti miliardi all’anno, non è per me. E, francamente, disprezzo il morto di fame che va a lavorare per tre lire, accetta di essere sfruttato, ma regala i suoi soldi a un manipolo di privilegiati che guadagnano come se non ci fosse un domani e si chiavano tutta la figa. Come diceva un saggio cinese: a fottere in casino!

Ricapitolando, i calciatori mi stanno sulle palle, se non sono degli amatori che si alzano la domenica mattina alle 6, per divertirsi in uno sfigatissimo campetto di periferia fangoso. E, ancora di più, mi stanno sui coglioni gli italiani che se la menano, seduti sul divano, guardando gli altri correre in loro vece. È un’esistenza da fruitori di pornografia, una vita da senza coglioni che non si immischiano con il sudore e la sporcizia. A me piace esserci, partecipare, sudare, sporcare e sporcarmi, darci sotto. La mia esistenza è affermazione, non passività.

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Figurarsi se, adesso, sento di questi Azzurri che, in teoria, non si inginocchiano se non lo fanno anche gli altri. Già non me ne frega niente di loro, figurarsi se si caleranno le braghe in solidarietà con quei quattro stronzi del Black Lives Matter. Io, in ginocchio, ci metto le moglie degli altri, per succhiarmelo, ma certo non mi faccio venire i calli alle giunture per fare dimostrazioni contro il razzismo. Anche perché, di quale razzismo stiamo parlando? Accogliamo neri, pakistani, filippini, indiani e via dicendo a vagonate. Alcuni li manteniamo in albergo e ci costano più di un dannato impiegato con un concorso alle spalle che, se va bene, mette su 1200 euro. Persino un insegnante non guadagna quanto spendiamo per un rifugiato e, secondo voi, io mi inginocchio?! A fare in culo!

Sono anche andato a vedere, sulla pagina Facebook della Nazionale, tutti quei cuckoni che chiedono, severi e rabbiosi, alla squadra, di fare un gesto altamente rappresentativo. Quella gente andrebbe cercata casa per casa, tirata fuori a forza e fucilata. Antitaliani maledetti! Ci credo che la mia Nazione naviga nella merda con tutti questi piglia in culo che non ambiscono se non a farsi cancellare, a stare sotto. In natura, chi è forte afferma sé stesso, non lusinga chi vorrebbe soffiargli il podio. 

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Io desidero un’Italia che sia grande, che spicchi. E, se Woody Allen vorrebbe invadere la Polonia ogni volta che ascolta Wagner, io vorrei forzare le frontiere di quei crucchi infami e far capire loro, una volta per tutte, che noi abbiamo le palle e siamo forti. Non chiederei certo scusa per la nostra storia di grandezza e superiorità intellettuale. Se abbiamo dominato il corso storico è perché eravamo nati per essere i migliori, i primi e non i secondi. 

Quelli che desiderano inginocchiarsi, al cospetto di un razzismo che non esiste più, sono gentaglia ridicola. Ripeto, si farebbero pure fottere la moglie da un altro, per pareggiare i conti con la storia. Perché? Perché, nel profondo di sé stessi, disprezzano la forza, come ogni animale debole che non può permettersi di primeggiare. Sono gli italiani tirati su dal progressismo. Delle mezze seghe. Se vivessimo in un Paese di persone normali, andremmo a prenderli per liberare la Nazione da queste metastasi che, con la loro morale da schiavi, ci impediscono di salire in vetta.

Matteo Fais 

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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