Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

IL POLIAMORE SU “REPUBBLICA” (di Matteo Fais)

Che ne parli persino “Repubblica” non sorprende. Si tratta di un quotidiano progressista ed è abbastanza ovvio che difenda una certa ideologia, riprendendo altri giornali della stessa area, come il “New York Magazine” (https://nymag.com/press/2024/01/on-the-cover-of-new-york-a-practical-guide-to-polyamory.html).

Il problema è che parlando di amore e, soprattutto, di poliamore, bisognerebbe avere il coraggio di abbandonare la prospettiva ideologica e abbracciare una posizione distaccata, scevra da moralismi, per così dire entomologica.

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Sarà abbastanza chiaro a tutti che, nei fatti, nessuno di noi è monogamico in senso stretto, soprattutto oggigiorno. Paradossalmente, c’è più tendenza monogamica nel mussulmano che ha due mogli, le quali costituiscono l’unica compagnia emotiva e sentimentale della sua vita, di quanta ve ne sia nell’Occidentale medio che, a quarant’anni, si trova alla cinquantesima relazione – da intendersi nel senso più vasto possibile.

In realtà, in questa parte di mondo, in cui tutti di fatto sono progressisti, persino la maggior parte dei conservatori, si vive di solito entro relazioni monogamiche transitorie o, se si preferisce, in una poligamia dilazionata. Fondamentalmente, quasi nessuno inizia e finisce la propria vita sentimentale tra le braccia della stessa persona.

È così e, per forza o forse per fortuna – sai che palle altrimenti! –, non si tornerà indietro. Anche la grande difesa della propria fedeltà, mossa da tante donne, è una presa in giro, o se non altro un tentativo di darsi una patina di rispettabilità, della serie “tutte sono troie, ma io ho avuto solo tre uomini in vita mia”. Verrebbe da dirle che, negli anni ’30 del secolo scorso, come pure per diversi decenni dopo, sarebbe stata considerata una poco di buono, per non dire una mignotta.

Alla fin fine, essere monogami equivale ad avere una gigantesca botta di fortuna e trovare da giovanissimi una persona che compendi in sé tutte le caratteristiche che uno ricerca. Più di frequente, quando capita, è determinato da una seria assenza di fantasia e curiosità, o dall’essersi adagiati in una situazione per paura che non vi fossero alternative.

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Sperimentare diversi amanti, a fronte dello stigma sociale che ancora grava sulla pratica, arricchisce le persone dotate di un cervello, pone di fronte a nuove sfide e prospettive. Peraltro, lo si può fare benissimo senza divenire degli animali perversi ed egoisti. Si può prestare attenzione emotiva a diverse persone, dare una spalla su cui piangere nel caso, dimostrarsi empatici. Volgarmente, non esiste solo il bianco e nero nella vita.

Del resto, non è per forza che il rapporto con una persona debba togliere a quello con un’altra. Con individui diversi, lo stesso soggetto muta, esattamente come il medesimo elemento, in chimica, reagisce in modo differente a seconda di ciò con cui entra in contatto. Inutile fare finta di vivere ancora in un mondo che oramai, grazie al cielo, non esiste più. Se il 50 percento delle persone dai 20 ai 40 non ne vuole più sapere di chiudersi in una relazione esclusiva e votata alla riproduzione, un motivo ci sarà.

Checché se ne dica, la famiglia tradizionale ha prodotto più nevrosi e manie che benessere emotivo. I progressisti non hanno tutti i torti quando dicono che nei conservatori covano perversioni sessuali delle peggiori, tra sadomasochismo e feticismi vari – questi ultimi, conosciuti intimamente, sono personaggi esecrabili, ributtanti e un po’ patetici.

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Naturalmente, la propaganda progressista, che certa di insinuare un nuovo modello, è ridicola, ma non peraltro, se non perché come ogni forma di proselitismo tende a demonizzare e respingere le alternative, in luogo di stimolare la libertà individuale.

Forse è arrivato il momento di lasciare certe soluzioni solo a chi proprio ci tiene ad avere figli e garantire la libertà a chi la desidera. Le due posizioni, peraltro, con buona pace degli invasati, possono tranquillamente convivere. Chi si sente minacciato, palesemente, nutre molti dubbi rispetto ai propri assunti. In ultimo, la realtà fa sempre il suo corso.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”) e, in radio, con la trasmissione “Affari di libri” di Mariagloria Fontana. Ha pubblicato L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima (Robin Edizioni). Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Il suo romanzo più recente è Le regole dell’estinzione (Castelvecchi). La sua ultima opera è una raccolta di poesie, L’alba è una stronza come te – Diario d’amore (Delta3 Edizioni).

Un commento su “IL POLIAMORE SU “REPUBBLICA” (di Matteo Fais)

  1. A mio avviso, ci sono due discriminanti (di cui una è citata alla fine dell’articolo): il progetto – a dir poco eroico, oggigiorno – della procreazione; e quello della classe sociale di appartenenza (ove è ovvio che si è mostruosamente allargata la forbice fra i pochi abbienti e i molti che arrancano fra precarietà varie).
    Infatti, vi sono diverse coppie di lungo corso che si separano solo dopo che i figli sono usciti di casa; sono quasi sempre abbienti e, magari, trascinavano da anni una relazione parallela fuori casa (neanche tanto clandestina).
    Peraltro, nella classe umile la coppia è intesa come reciproco “rafforzo” per affrontare il costo della vita: quindi si accantonano ubbie e capricci, e si bada al sodo, facendo di necessità virtù.
    Ulteriore discorso, poi – più sofisticato – sarebbe l’indagare che cosa uno/una intenda per “tenore di vita accettabile”, il che condiziona pesantemente la propensione al rischio di sfasciare la coppia (a favore di una terza persona o per restare single).

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