Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

IL CAMALEONTE DEL COMUNISMO (di Davide Cavaliere)

Giorgio Napolitano, nella sua lunga carriera, anche troppo lunga, ha mostrato un solo principio fermo: aderire a qualunque tendenza politica mondiale apparisse, in un dato momento, vincente. Da studente aderì al GUF, il Gruppo Universitario Fascista. Poi, una volta caduto il Fascismo, il giovane Napolitano optò per il Comunismo, che allora appariva come la forza del futuro.

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Dopo la sua adesione al PCI, nel 1945, ne scalò rapidamente la gerarchia, raggiungendo il Comitato Centrale in poco più di un decennio. Quando i carri armati del Patto di Varsavia repressero nel sangue la rivolta ungherese del 1956, applaudì il Cremlino. Al Congresso del Partito disse: «l’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».

Anni dopo, nel 1974, accogliendo con favore l’espulsione di Solženicyn dalla Russia, dichiarò: «Solo commentatori sciocchi e faziosi possono evocare lo spettro dello stalinismo, trascurando il modo in cui Solzhenitsyn ha spinto la situazione fino a un punto di rottura». Napolitano definì «aberranti» i giudizi del dissidente russo sul totalitarismo marxista-leninista.

Divenuto, dopo la morte di Togliatti, braccio destro di Giorgio Amendola, la figura più formidabile del PCI, fu un fermo persecutore del dissenso interno. Nel 1969, senza esitazione alcuna, votò per l’eradicazione dal Partito del gruppo del “Manifesto”, responsabile di essersi espresso contro l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’URSS. Dati i suoi incarichi nella segreteria e nell’ufficio politico del PCI, venne spesso indicato come possibile leader dei comunisti italiani.

Alla fine, però, il posto andò a Enrico Berlinguer, figura meno divisiva e ortodossa. Napolitano, immediatamente, si accodò al progetto «eurocomunista» del nuovo Segretario. Alla fine degli anni Settanta, fu scelto come inviato del PCI negli Stati Uniti, dove divenne «il comunista preferito di Kissinger», stando alla definizione che di lui diede il “New York Times”. Negli anni ’80, con l’URSS in declino, gli Stati Uniti erano ora la potenza a cui rivolgersi. Responsabile delle relazioni estere del PCI, il Presidente emerito allentò e distese i rapporti con Washington.

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A metà degli anni Ottanta, Napolitano divenne capo dell’ala «destra» del PCI, i Miglioristi, simpatizzanti di Craxi e occhieggianti all’astro nascente della politica e dell’economia italiane: Silvio Berlusconi. I Miglioristi pubblicarono una rivista, “Il Moderno”, sovvenzionata da Fininvest e Publitalia. Napolitano divenne Ministro degli Interni nel Governo di Centro-Sinistra del 1996. Era la prima volta che un esponente della sinistra post-comunista occupava tale dicastero. Il nervosismo fu presto dissipato. Napolitano assicurò che non avrebbe cercato «scheletri nell’armadio», soprattutto in riferimento alle stragi che sconvolsero la vita nazionale.

Il resto è cronaca. Il Presidente preparò Monti ad assumere la guida del Governo. Nello stesso periodo, incaricò il capo del più grande gruppo bancario italiano, Corrado Passera, di produrre un piano economico riservato per il Paese. Passera era un ex collaboratore del nemico politico-finanziario di Berlusconi, ossia Carlo De Benedetti, proprietario de “La Repubblica” e de “L’Espresso”. Il Cavaliere, minato nel fisico e affaccendato coi suoi guai giudiziari, si dimise nel novembre del 2011.

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Proprio mentre Napolitano forzava lo Stato di Diritto, divenne oggetto di un culto isterico dai tratti premoderni. Qualunque critica alla sua persona venne presentata come un affronto alla dignità della Repubblica. Compiaciuto e falsamente umile, il vegliardo deprecò tale protezione.

 Adesso, il faraone è morto. Resta una salma, non quella di Napolitano, ma quella dell’onore e della coerenza.

Davide Cavaliere

L’AUTORE 

DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.

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