Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

QUEL RACCONTO DI BUDD SCHULBERG CHE ANTICIPAVA LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO E GLI INFLUENCER (di Matteo Fais)

“Con la voce del popolo, Lonesome aveva detto: ‘Il popolo non sa niente. Sono stupidi come dei muli, proprio come me. Noi sentiamo quello che è giusto’” (Budd Schulberg, Un volto nella folla, Mattioli 1885).

I mali sociali sono come quelli che aggrediscono il corpo: una bella mattina ci si sveglia e si scopre di essere incurabili, praticamente terminali – qualcosa è successo, ma nessuno se n’è reso conto, se non quando era ormai troppo tardi. Naturalmente, se c’è qualcuno che poteva comprendere con ampio margine temporale ciò che oggi è diffuso nel mondo occidentale, con metastasi sparse ovunque, questo non poteva che essere un americano.

Il suo nome è Budd Schulberg e, se da italiani lo conoscete, è per Fronte del porto, di cui ha scritto il romanzo e sceneggiato il film – se non altro, ricorderete l’iconica immagine di Marlon Brando sulla motocicletta. Mattioli 1885 ha appena portato in libreria una sua raccolta di racconti intitolata Un volto nella folla (a cura di Gian Paolo Serino – trad. it di Silvia Lumaca), la cui omonima short story anticipa di settant’anni il successo diffuso – e pericolosissimo – di tutti i personaggi senza qualità che oggi infestano la televisione e i social.

Dubb Schulberg, Un volto nella folla, Mattioli 1885.

La storia è semplice, quanto piena di inquietanti echi con l’attualità. In una tranquilla stazione radio, dove si leggono le notizie, si mandano in onda canzoni e inserzioni pubblicitarie, si presenta un uomo, con l’aria da vagabondo, armato di una custodia per chitarra di sua fabbricazione. “Era grosso dalla testa ai piedi, come un fullback robusto dopo tre anni che ha smesso di allenarsi. Aveva il volto arrossato e sembrava sempre sul punto di scoppiare a ridere, il tipo strafottente. Doveva aver superato i trenta da parecchio, ma sembrava ancora un ragazzo. Indossava un completo marrone non stirato e degli stivali da cowboy, e si dondolava da un piede all’altro, con aria timida, anche se qualcosa mi diceva che in realtà era meno timido di un bulldozer”. Costui di nome fa Rhodes, Larry Rhodes, ma lo chiamano Lonesome Rhodes.

Con una scusa e con l’altra – oltre a una notevole dote nel circuire, tipica del venditore di fumo –, Lonesome riesce a farsi concedere uno spazio di venti minuti per cantare un po’ di musica folk. In realtà più che altro divaga, tra aneddoti famigliari e chiacchiere da bar sui più disparati argomenti di quelli che fanno tanto presa sull’opinione pubblica. Il successo è assoluto. Nelle parole della protagonista femminile che lavora alla radio, nonché io narrante, “Non capivo se era fantastico o penoso, ma ammetto che continuavo a seguirlo […] Era offensivo. Era volgare ed efficace, e aveva un certo fascino animale che mi metteva a disagio”.

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Come dicono gli anglofoni, “Doesn’t ring a bell?”, cioè “Non vi fa venire in mente niente?”. E lasciate perdere che Lonesome abbia un’aria da macho che oggi gli costerebbe, con tutti i suoi “baby”, “tesoro”, “dolcezza”, “zuccherino” e “pasticcino”, un’accusa mortale di sessismo – allora, il modello Damiano dei Maneskin non aveva ancora soppiantato quello del cowboy solitario, burbero e donnaiolo.

Pensate se avesse avuto dalla sua le possibilità date da un account Instagram. Altro che Chiara Ferragni e Gorgia Soleri! “Ma aveva l’arroganza del maschio, ed era così ignorante che anche il pensiero più insignificante che gli passava per il cervello gli sembrava una rivelazione così sconvolgente da doverla condividere col suo pubblico. Immagino che uno psichiatra la definirebbe mania di grandezza. Sembra sia uno dei maggiori sintomi di quella terribile malattia chiamata successo”: provate a sostituire l’espressione “l’arroganza del maschio” con “la sfrontatezza della femmina” e capirete come non ci sia niente di nuovo sul fronte occidentale.

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Proprio come le sue colleghe social dei nostri tempi – quelle, purtroppo, non sono frutto della fantasia di uno scrittore –, anche Lonesome spara a zero su qualsiasi argomento (“Oggi i disc jockey non mettono i dischi. Oggi ti insegnano come risolvere il problema del traffico a New York e come migliorare le Nazioni Unite”). Ovviamente lo fa quasi senza peso, tra una stronzata e l’altra – come, oggi, tra una foto al ristorante e l’altra col figlio –, non disdegnando neppure di sfidare i politici e “che io sia dannata se un paio di senatori non hanno scritto a Lonesome per congratularsi della sua brillante analisi sulla nostra ‘ingenua politica estera, se non addirittura criminalmente sbagliata’”. Provate, adesso, a figurarvelo con il corpo coperto di tatuaggi, che canta del rap pietoso in luogo del folk: sicuri che non vi ricordi qualcuno?

Naturalmente, l’uomo non poteva che fare di tutto per passare da benefattore: “era lontano dall’essere al cento per cento un demonio, così come lo era dall’essere al cento per cento una benedizione. Possedeva una certa diabolica genialità per fare del bene, così come un innocente talento per fare il male”. Pensate se ci fosse stato il covid, ai suoi tempi, che donazione avrebbe messo su, con i soldi dei suoi fan, prendendosene tutti i meriti e guadagnando una visibilità senza precedenti – proprio non vi fa tornare alla mente nessuno?

Come non pensare, dunque, insieme alla sua controparte femminile, “Qualcosa in questo mondo è completamente sbagliato […] Il modo in cui la gente ti ascolta”. A quanto pare, non è proprio cambiato niente.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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