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OTTANT’ANNI DI “LO STRANIERO”, IL PIÙ GRANDE ROMANZO SUL NICHILISMO CONTEMPORANEO (di Clara Carluccio)

In principio, fu Sartre con quel suo romanzo, La nausea, dall’impatto sconvolgente sulla cultura europea. L’inquietudine era la medesima, tipica del periodo esistenzialista, ma il testo troppo spiccatamente filosofico, se non altro nel linguaggio. Pur raccontando la vita di un avventuriero, il suo personaggio risultava smaccatamente distante dall’uomo medio. In fin dei conti, di un intellettuale si trattava, uno storico. Nell’altra grande opera del suo amico e rivale, di qualche anno successivo, il 1942 precisamente, cambieranno tante cose sotto tale prospettiva.

Niente, ormai, può scalfire l’estraneità dell’impiegatuccio Mersault verso la vita, protagonista di Lo straniero, il romanzo di Albert Camus che celebra ottant’anni dalla sua prima edizione.

Lo straniero nella vecchia versione francese pubblicata da Gallimard.

Un esistenza in cui, le poche e puerili riflessioni, vengono stimolate da fattori irrisori, come la capacità d’assorbenza di un asciugamano: “per andare a colazione mi sono lavato le mani. È un momento molto piacevole. La sera il piacere è minore perché l’asciugamano girevole è tutto umido”. Un divertissement pascaliano ancora più scialbo e piatto – dalla ricerca dello svago come fuga dalla pochezza, alla mera attenzione per quest’ultima. Niente feste, sfarzo, sguaiato e trascinante divertimento, bensì, sensazioni minime, irrilevanti, prossime al nulla.

Altrimenti, c’è il cognac, il biliardo o una madre che muore. Fa lo stesso. Tutto è uguale: (“Ho pensato che era sempre un’altra domenica passata, che adesso la mamma era seppellita, che avrei ripreso il lavoro; e tutto sommato non era cambiato nulla“). 

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Quanti anni aveva la donna? Una sessantina, su per giù, nemmeno lui lo sa. I dettagli non contano, come le parole, le relazioni. Le risposte: corte, distratte, monosillabiche. L’attenzione, brevissima, fugace, quasi uno sforzo (“Il direttore mi ha parlato ancora. Ma io non lo ascoltavo più“).

Non una vera e propria trama, in questo romanzo, semmai un passare del tempo in cui si inseriscono bisogni di prima necessità, desideri del momento. La mente balza da uno stimolo all’altro, senza logica o coerenza. Niente che faccia pensare a una consapevolezza esistenziale del protagonista. Un ruolo, una passione da perseguire, qualcosa che lo completi e lo gratifichi nel profondo (“Il cielo era verde, mi sentivo contento. Ma sono tornato a casa perché volevo farmi delle patate lesse“).

Mersault non lotta, non si impone, si adatta a tutto quello che gli accade, alle persone attorno a lui. Si lascia agire. 

Noia e abitudine sono le parole chiave di questa non storia di vita – oppure storia di una non vita. Un lutto, un omicidio. Nessuna situazione s’imprime. Anche quando gli eventi stessi reclamano il loro riconoscimento, il personaggio non coglie il motivo di tale ostinazione (“Signori giurati, l’indomani della morte di sua madre quest’uomo andava a fare un bagno di mare, iniziava una relazione irregolare e rideva davanti a un film comico. Non ho nient’altro da aggiungere”). Subisce le accuse del mondo, più che con vittimismo, con sorpresa (“Avrei voluto cercare di spiegargli con simpatia, quasi affettuosamente, che mai ero riuscito a provare un vero dispiacere per qualcosa“). In quanto a dispiacere, sosterranno tutti i filosofi esistenzialisti, la vita umana è colma. Anzi, angoscia di fronte alla propria libertà e individualità. Soli viviamo, soli scegliamo, soli moriamo e, nessuno può vivere, scegliere o morire, al posto nostro.

Il protagonista è impassibile sia alla gioia che al dolore quasi che la sua fosse una menomazione che gli impedisce di essere come tutti gli altri. Eppure, forse, lo è stato. Mearsult accenna più volte a un tempo lontano e indefinito in cui era felice (“i rumori familiari di una città che amavo e di una certa ora in cui mi avveniva di sentirmi contento“).

Ma qualcosa in lui si spegne, si adagia, si abitua. È proprio l’abitudine che annichilisce tutto quello che ci rende umani. Empatia, amore, rabbia, tristezza. Quelle emozioni che ci tengono vigili, ci ispirano e guidano a creare qualcosa di nuovo, a reagire, a ribellarci per non subire. Se scompaiono, ben poco di noi rimane (“Ho pensato spesso, allora, che se avessi dovuto vivere dentro un tronco d’albero morto, senz’altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato“).

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Le privazioni, per lui, hanno ben poco valore ed efficacia perché, alla fine, accetta tutto, accetta sempre. Viene a mancare il senso del vivere, del gioire, del soffrire e della redenzione (“ho capito che anche questo faceva parte della punizione. Ma allora avevo fatto ormai l’abitudine e quella non era più una punizione per me“).

Il vuoto d’animo di un individuo diventa un abisso dove la società può perire. 

Clara Carrluccio

2 commenti su “OTTANT’ANNI DI “LO STRANIERO”, IL PIÙ GRANDE ROMANZO SUL NICHILISMO CONTEMPORANEO (di Clara Carluccio)

  1. A quanto pare oggi, come allora, o ti adatti al nonsense o finisci a fare il barbone con una fiaschetta di vino del discount.

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