Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

L’EDITORIALE – L’INSOSTENIBILE FUGGEVOLEZZA DEI SOCIAL (di Belinda Bruni e Massimo Selis)

Da oltre un decennio la rete e i social fanno informazione anche coraggiosa, ma alla fine dove si deposita nelle case dei naviganti? L’informazione quanto cambia davvero le nostre vite?

Sui social è forte la tentazione, e tutti ci cadiamo, di sorvolare sui post o sugli articoli che possono mettere in crisi alcune nostre idee, scegliendo solo quelli che ci confermano in ciò che già sappiamo, o meglio in ciò che crediamo di sapere. Si rinforza quel naturale meccanismo di difesa che ci fa entrare dentro un “recinto” o schieramento da cui guardare tutti gli altri come nemici.

Siamo inconsapevolmente portati a dividere il mondo in bianco e nero, ognuno secondo i propri criteri, e a “posizionare” ogni avvenimento della storia o nelle “terre luminose”, o in quelle “oscure”. Manca l’abitudine e l’esercizio a interpretare i fatti come “segni” che ci riflettono contemporaneamente un’ombra e una luce che rivelano ogni volta qualcosa di noi stessi.

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Molto spesso leggiamo con un’attenzione oscillante e sorvoliamo su molte frasi o passaggi “scomodi” e, di conseguenza, ci facciamo un’idea che non è esattamente quella del messaggio originale: è un vero e proprio lavoro di ricostruzione e di addomesticazione del contenuto. Ripetiamo ancora, che di buona informazione ce n’è effettivamente molta, ma manca qualcosa tanto in chi la fa che in chi ne fruisce: la vera cultura!

Se volessimo fare un’associazione cromatica diremmo che la Cultura e l’Arte – la maiuscola è d’obbligo – sono come il colore blu, sono centripete e meditative. Esse ci dicono: «vieni, entra e lasciati accompagnare».

L’informazione è invece un colore caldo come il giallo, è centrifuga, dinamica e fuggente. Afferriamo solo quella che ci passa per le mani e poi proseguiamo oltre.

Se provassimo ad escludere i social dalla nostra vita, cosa resterebbe? Una grande solitudine, perché essi servono proprio a nascondere l’isolamento dell’uomo moderno con una socialità virtuale. In quest’anno di forzata clausura e distanza, si è forse creduto di poter fare tutto sulle piattaforme digitali: lavoro, studio, cultura, intrattenimento e rapporti personali. All’opposto, si è palesato ancor meglio come la vera cultura e la vera arte si possano realizzare esclusivamente dal vivo.

Solo nelle relazioni intime, come quelle ad esempio fra un Maestro e un discepolo, si può ingenerare il cambiamento. Solo in esse possiamo scoprirci capaci di accettare parole taglienti che incidono la pelle delle nostre abitudini mentali. Maestro è infatti colui che ci insegna a vedere la Realtà come uno specchio riflettente i nostri lati nascosti, le nostre ombre che devono essere reintegrate.

È nella presenza fisica che artista e pubblico riescono a comunicarsi emozioni e idee profonde. Entrambi si cercano e si scambiano vita. È nel confronto dal vivo che un relatore non cede all’autoreferenzialità indagando gli sguardi di chi lo ascolta per modellare le sue parole e renderle sinceramente vivificanti. Tutto questo, e molto altro, accade solo negli incontri concreti, dove lo spirituale si appoggia al fisico, perché altrimenti evaporerebbe in alto.

La vita è “essere in divenire”, i social ci congelano nella fissità. Questa condizione ha svelato la viltà dell’uomo del terzo millennio, poiché la prima caratteristica del coraggio è quella di saper superare se stessi e lasciarsi un falso passato alle spalle.

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L’urgenza è dunque quella di riappropriarsi degli spazi culturali: è questa la prima e più importante lotta eversiva a cui sono chiamati tutti gli uomini liberi. Internet e i social ci hanno abituato ad un falso ecumenismo, in cui le idee sono possibilmente fruibili all’istante e in ogni parte del globo. Dobbiamo invece ritornare ai piccoli raduni clandestini, agli spettacoli nelle cantine di campagna o nei magazzini di periferia. Dobbiamo voltare le spalle all’ossessione per le luci della ribalta che si misura nel numero di visualizzazioni o di pollici alzati, e riscoprire il valore di una bellezza che può essere anche per pochi, poiché il Bello e il Buono rimangono e agiscono anche se pochi occhi hanno visto.

La cultura e l’arte raggiungono il loro scopo solo quando ci si alza dalla sedia al termine di un evento e ci si accorge di non essere esattamente gli stessi che si erano seduti solo poche ore prima. Devono essere come un tuono in un cielo sereno e non un dolcificante in un caffè troppo amaro. Proprio dove incontriamo una resistenza, la Verità ha qualcosa da dirci di molto personale, qualcosa che non può essere lasciato scivolare via con distratta semplicità. Forse che, allora, tutta la nostra società è indirizzata verso l’impersonale?

Belinda Bruni

Massimo Selis

GLI AUTORI

Massimo Selis e Belinda Bruni, incontratisi nel 1998 fra le grigie mura della Facoltà di Psicologia a Roma, hanno comunque deciso di vivere assieme e di generare nuova vita su questa terra. Consapevoli di tanto azzardo, negli anni si sono occupati di educazione e di promozione alla lettura per i ragazzi. Lui però non ha rinunciato alla sua prima vocazione di muoversi anche nel “territorio nemico” del cinema, dove confida ancora di poter dire la sua. Pubblicazioni sono apparse su: Quaderni della Sapienza (edizioni Irfan), la rivista d’arte Dionysos (edizioni Tabula Fati), Il Centuplo, Ad Maiora Media, L’intellettuale Dissidente, Culturelite e Il Pensiero Forte.

2 commenti su “L’EDITORIALE – L’INSOSTENIBILE FUGGEVOLEZZA DEI SOCIAL (di Belinda Bruni e Massimo Selis)

  1. Domanda retorica, quella della chiusa. Io dai social son uscito del tutto per il motivo opposto, però: troppa censura e volontà di omologazione dall’alto. È comunque vero che, forse per ragioni anagrafiche, la disponibilità a rimettere in discussione la propria visione del mondo va asintoticamente verso lo zero, e se non è certo un fenomeno nuovo (vedi alla voce “Sindrome di Tolstoj”) coi cosiddetti social la comunicazione fra diversi è divenuta pressoché impossibile. Arte e Cultura sono concetti aristocratici, e comunque destinati ai pochi; quel che mi fa perdere ogni speranza è la loro progressiva emarginazione nel ghetto delle cose “inutili”.

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