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MOSTRE IN ITALIA – VAN GOGH, TRA VOCAZIONE E DISPERAZIONE (di Chiara Volpe)

Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico e sgradevole, qualcuno che non ha posizione sociale né potrà mai averne una; in breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno“.

Venuto al mondo lo stesso giorno di un fratello nato morto in precedenza, che prima di lui aveva portato il suo nome, ogni giorno passava da quel sepolcro, magari sentendosi davvero nessuno.

Cresce timido, taciturno, incline al fallimento, in una famiglia anaffettiva e respingente che, infine, lo caccia via da casa.

Con Van Gogh inizia il dramma dell’artista geniale e incompreso, il perfetto candidato per il suicidio, profondamente depresso e intuitivo, nevrotico, escluso e per questo disadattato. Pazzo no. Dotato di una “superiore lucidità”, come la definì Artaud, si interroga sul significato della vita e del proprio essere in questo mondo, schierandosi dalla parte degli sfruttati, contro quella società pragmatica che considera il profitto l’unico fine. 

Un “pittore non per vocazione, ma per disperazione”, come lo tratteggia Argan, un’icona della modernità, simbolo del disagio esistenziale, vittima di una crescente alienazione per aver tentato di inserirsi in qualunque tessuto sociale ed esserne poi, inesorabilmente, respinto: dall’apostolato religioso al mondo del lavoro, a cominciare dall’appredistato presso una casa d’arte parigina.

Sempre incoraggiato dal fratello Theo, realizza che la sua rivolta è la pittura. Scelta che pagherà col manicomio e poi il suicidio. Prende di petto il problema sociale, per poi abbandonare la polemica, conscio di un raggiunto traguardo: l’arte non è strumento, ma metodo di trasformazione della società, orridamente mascherata della sua cattiva coscienza. “Il fare etico dell’uomo contro il fare meccanico della macchina”. Il fine? La Vita, quella che l’uomo borghese baratta per il lavoro.

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Vincent partecipa al mondo la sua più importante riflessione, cioè che la realtà è sì altro da sé, ma senza l’altro, nessuno potrebbe essere sé stesso. Tanto più il diverso si manifesta, maggiormente noi conosciamo la nostra identità e il senso (non-senso) del nostro stare al mondo. Tale scoperta ha la sua epifania nella sua espressione artistica, la materia pittorica diventa esasperata, autonoma, insopportabile; il quadro non rappresenta, il quadro è. “Quello che più mi interessa è il ritratto […] Vorrei fare dei ritratti che tra un secolo, alla gente di quel tempo, sembreranno delle apparizioni. Non cerco la somiglianza fotografica, ma un’espressione appassionata”.

Più conosce il mondo, più si sente inadeguato. Più scrive. In oltre 650 lettere indirizzate all’amato fratello, c’è tutto il suo travaglio interiore. E c’è anche lei, Sien, una prostituta alcolizzata con la quale sognava una famiglia. Più conosce il mondo, più cresce la sua disperazione e l’angoscia lo porta ad essere distruttivo per sé e per gli altri, un infelice.

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Quella stessa inquietudine guida la sua mano sulla tela, la realtà attraverso la lente dei suoi moti interiori. L’arte come resistenza, sopravvivenza. Più soffre e più svela i misteri della natura e dell’anima. Forse per questo, quando inghiottendo i colori a tempera o bevendo il cherosene delle lampade, fu rinchiuso in una stanza, continuò a dipingere, ispirato dalla finissima sensibilità che gli era propria. 

Dopo essersi amputato l’orecchio in seguito a una lite con Paul Gauguin, finisce in manicomio, un ambiente terrificante e degradante. I pazienti di una simile struttura del XIX secolo venivano storditi col bromuro, purghe e salassi o appesi al soffitto in camicie di forza. Eppure, guardando appena da una finestrella, Van Gogh dipinge La notte stellata. Più il dolore urlava, più il suo furore creativo cresceva e continuamente chiedeva a Theo di mandargli pennelli e colori per rielaborare quella misera realtà, sublimandola.

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Un giorno si spara al ventre e, dopo due giorni di agonia, muore. Sei mesi dopo passerà anche suo fratello Theo. Ma la parabola esistenziale di Vincent van Gogh non è ancora chiusa: Johanna Bongher, sua cognata, vedova e con un bimbo, vive in una casetta di Parigi, è ingombra di tele, 300 quadri e 500 disegni che nessuno vuole. Un giorno apre una valigetta e trova tutta la corrispondenza tra i due fratelli e decide di scrivere un diario affinché in futuro tutti possano conoscere la storia della sua famiglia. Comincia ad allestire mostre per rendere lo splendore dell’arte del cognato e cerca di vendere il meno possibile. Fu lei a dar fama al nostro, a rendere la leggenda possibile.

A Milano, Mudec, fino al 28 gennaio.

Chiara Volpe

L’AUTRICE

Chiara Volpe nasce a Palermo, nel 1981. Laureata in Storia dell’Arte, ha svolto diverse attività presso la Soprintendenza per i Beni Culturali di Caltanissetta, città in cui vive. Ha lavorato per una casa d’Aste di Palermo, ha insegnato Arte, non trascurando mai la sua più grande passione per la pittura su tela, portando anche in mostra le sue opere. Attualmente, collabora anche con il giornale online Zarabazà.

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