Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

EDITORIALE DOPPIO – REFERENDUM SUL DIVORZIO: QUANDO LA LIBERTÀ RIVELÒ LA SUA NATURA DISGREGANTE (di Matteo Fais e Davide Cavaliere)

Io sono una forza del Passato./ Solo nella tradizione è il mio amore./Vengo dai ruderi, dalle chiese,/ dalle pale d’altare, dai borghi/abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,/ dove sono vissuti i fratelli./ Giro per la Tuscolana come un pazzo,/ per l’Appia come un cane senza padrone./ O guardo i crepuscoli, le mattine/ su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,/ come i primi atti della Dopostoria,/ cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,/ dall’orlo estremo di qualche età/ sepolta. Mostruoso è chi è nato/ dalle viscere di una donna morta./ E io, feto adulto, mi aggiro/ più moderno di ogni moderno/ a cercare fratelli che non sono più/

(Pier Paolo Pasolini da Poesia in forma di rosa)

Probabilmente, sarei stato d’accordo. Allora, avrei votato MSI, ma quasi sicuramente sarei andato contro la linea del partito – non sono un intellettuale organico e, dunque, accampo il diritto a una minima percentuale di ragionata incoerenza.

Avrei votato con comunisti e radicali ma, ne sono certo, già dopo dieci anni, me ne sarei pentito. Mi sarebbe bastato guardarmi intorno. Certo, oggi come oggi, è troppo facile per me urlare un no secco alla legge sul divorzio, almeno per come è stata concepita. Appunto, mi basta guardarmi intorno, vedere gli amici con cui sono cresciuto e i danni incalcolabili che la libertà ci ha causato. A quei tempi, avrei sbagliato come tutti. L’avrei fatto per ingenuità, per un’innata tendenza alla difesa dell’autonomia individuale, per sentirmi io libero, dimenticando che non esisto se non come noi, società, uomo, famiglia. Avrei sbagliato, lo so, ne ho la certezza.

Il fatto è che la libertà è così allettante, così gustosamente seducente. “Voglio il minor cumulo possibile di responsabilità” dice uno dei miei personaggi cinematografici preferiti, Lester Burnham, incarnato sullo schermo da Kevin Spacey, in American Beauty. Essere liberi è una situazione fantastica, una dolce ubriacatura a notte prima del mal di testa del mattino.

Avrei sbagliato. Mi sarebbe mancata la lungimiranza. Avrei pensato solo a me stesso e alla possibilità di essere privo di legami che, nella malaugurata ipotesi, avrebbero potuto risultarmi stretti come un cappio al collo. Il vero errore, come al solito, sarebbe stato nel vedere le cose solo dal proprio punto di vista. Le masse, purtroppo, non possono vivere secondo tali principi. Un popolo è un insieme di forze che, senza indirizzo, si risolve nell’entropia più assurda e nella dissoluzione.

Infatti, ho visto cosa è successo. L’ho visto con i miei occhi. “Ma sei sicura di volermi sposare?”, chiese uno che conoscevo alla sua ragazza. “Cosa importa?! Se dovesse rivelarsi un errore, c’è sempre il divorzio”, rispose lei. Ecco, questo scambio di battute chiarisce più di qualsiasi critica teorica e astratta il processo mentale che è stato innescato nella gente, riguardo al modo di concepire i rapporti. Se si può sempre tornare indietro, non è necessario mettersi troppe remore nel compiere una scelta anche avventata.

In tal senso – e ciò è indiscutibile –, il divorzio, come l’aborto, è funzionale e assolutamente in linea come un universo fluido, precario e consumistico, in cui si può nascere maschi e mutarsi in femmine, solo per poi scegliere di tornare indietro al punto di partenza. Oppure, a un mondo senza certezze lavorative in cui, come tutti ben sappiamo, l’idealmente fantastica possibilità di non fossilizzarsi a vita in un’occupazione si risolve spesso nel non avere mai un lavoro stabile, o addirittura nel non averne mai avuto uno. Inutile, poi, precisare l’affinità tra la possibilità del divorzio e il consumismo commerciale: cambiare moglie come si cambia cellulare non è fantasia, ma realtà. Similmente, non essere chiusi in una relazione unica e monogamica a vita, si muta sovente nell’accumulare – per chi ci riesce – una serie di scopatine sparse, per divenire poi quarantenni soli. La mia generazione lo sa bene. Lo sa perché, oggi, si ritrova così – sola – e perché è figlia della prima a cui è stato consentito di fare ciò che gli pareva a livello relazionale. Ne abbiamo pagato i danni sul piano emotivo durante l’infanzia e l’adolescenza, e adesso pure in età adulta, rendendoci conto di ripetere – o, addirittura, esasperare – quelli che furono i distruttivi modelli comportamentali messi in atto dai nostri genitori.

Certo, abbiamo vissuto – anche in questo caso, chi ha potuto – l’ebbrezza del libero amore, ma a che prezzo. Le mie nonne, entrambe, conobbero biblicamente un unico uomo in una mistica unione, che a me pare quasi impossibile, protrattasi armoniosamente per un’intera vita. Entrambe non pretesero mai niente, ignorarono frivolezze e tinture per capelli, votandosi solo all’abnegazione e al duro lavoro casalingo speculare all’altrettanto faticoso tribolare fuori casa dei mariti. Chi sopravvisse alla morte del coniuge, lo pianse per il resto della sua esistenza, senza rifarsi una vita, senza opporre alla figura del caro defunto un’immagine da scorrere su Tinder. Eppure, vissero nella felicità di una comunione cosmica. È proprio il caso di dirlo: noi non conosceremo mai qualcosa di altrettanto serio e duraturo.

Il divorzio ci ha fottuti, ha fottuto la società, i rapporti. Abbiamo conquistato la libertà, quella della solitudine di un uomo circondato dal deserto. Non siamo mai cresciuti e non cresceremo mai, perché non esiste sviluppo al di fuori dei legami. Inutile anche la posizione di chi cerca di convincersi che si possa fare a meno ognuno dell’altro sesso. Si diviene uomini grazie a una donna e viceversa. L’indipendenza è un’illusione che il divorzio ha santificato.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. Da ottobre, è nelle librerie il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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IL DIVORZIO HA DISTRUTTO LA SOCIETÀ, PER FAR LA FORTUNA DI TANTI PSICOLOGI (di Davide Cavaliere)

Il segno più visibile del crollo della famiglia monogamica è il divorzio. Esso ha una profonda influenza sulla società, sulla sua tenuta e sopravvivenza. Il numero crescente dei divorzi è la manifestazione più concreta che le persone non sono fatte per vivere insieme e che le volontà individuali sono difficili da tenere a freno. 

Esistono solo soggetti che amano se stessi più di tutto. Mancando un bene comune o una qualunque idea di fine collettivo, le famiglie si sfaldano

La famiglia è la cellula della società e in essa i bambini dovrebbero imparare che esistono legami indissolubili e che le capricciosità delle ambizioni individuali devono essere tenute sotto controllo per il bene di tutti.

Il divorzio fornisce una via d’uscita all’adulto insoddisfatto e rende effimere tutte le unioni. Sposarsi, un tempo, presupponeva il “finché morte non vi separi” – mentre oggi, la possibilità di ricorrere al divorzio rende la famiglia più volatile. Il matrimonio non è più una promessa per l’eternità, ma un contratto che può essere reciso da un giudice.

La precarietà delle famiglie e la labilità degli affetti hanno delle conseguenze non indifferenti sui bambini. Spesso crescono colmi di frustrazione, di incertezze emotive e spaventati dall’idea dell’isolamento. Sono giovani che, di frequente, vengono dati in pasto a psicologi lautamente pagati dai genitori affinché facciano filare tutto liscio per i genitori stessi. Padri e madri che si affidano alla psicologia al fine di impedire ai figli di essere arrabbiati con loro. Assoldano dei “competenti dell’anima” per imbottire i ragazzi di minchionerie circa l’autodeterminazione, il rispetto delle decisioni altrui e la libertà di scelta.

I terapisti sono i teorici del “divorzismo” ideologico cosparso di vernice libertaria. Con la scusa che per i figli è peggio vivere in un famiglia in tensione, forniscono un alibi “scientifico” ai fuggitivi. Invece di favorire la restaurazione dell’armonia familiare, operano per la sua definitiva rottura.

I figli dei divorziati sono l’incarnazione dei guasti intellettuali del nostro tempo. Sono il simbolo del vuoto e della solitudine generati dall’egoismo sfrenato. Essi hanno perso il contatto con l’ordine naturale, cioè con la famiglia monogamica eterosessuale. Il divorzio, in passato e in alcuni casi, poteva essere una via di salvezza, ma venuti meno i presupposti morali della società, è diventato un acceleratore della sua dissoluzione.

Davide Cavaliere

L’AUTORE

 DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais, del giornale online “Il Detonatore”. 

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