Il Detonatore

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TUTTA LA VERITÀ SUL SALARIO MINIMO (di Davide Cavaliere)

Nelle ultime settimane si è parlato tanto di «salario minimo», spesso ignorando che in Italia esiste già, sebbene sia settoriale, ovvero riguardante quei rami produttivi disciplinati dal contratto collettivo nazionale di lavoro. Non si tratta, ovviamente, di una tariffa salariale minima stabilite per legge, ma di un livello salariale determinato dalla contrattazione tra le parti sociali.

Introdurre, come qualcuno vorrebbe, un salario minimo fissato dalla legge per tutti i lavoratori, compresi i camerieri dei bar e le badanti, significherebbe dare il colpo di grazia all’economia nazionale. Quanti difendono l’introduzione di un minimo salariale lo fanno invocando la dignità del lavoro. L’argomento più utilizzato è che ogni lavoratore avrebbe diritto a ricevere una retribuzione in grado di assicurargli una vita dignitosa.

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Eppure, è abbastanza facile comprendere, che ogni innalzamento del minimo salariale mette fuori mercato quanti, a quel prezzo, non sono più valutati da chi cerca forza lavoro. Per esempio: se si stabilisca una tariffa oraria minima di 10 euro l’ora per servire ai tavoli di un ristorante, quelli che oggi chiedono (e ottengono) 8 oppure 9 euro potrebbero non avere più la possibilità di lavorare.

Se poi consideriamo che l’Italia ha una tassazione sul lavoro e sulle attività produttive follemente alta, l’introduzione di un salario minimo altro non sarebbe che un costo in più per il datore di lavoro, che si vedrà costretto a licenziare o ad alzare i prezzi. Invece di adottare fallimentari logiche socialiste, dovremmo chiedere a chi ci governa di intervenire sul prelievo tributario e su quello previdenziale. Detto in tre parole: ridurre le tasse.

Il vero conflitto non è tra imprese e lavoratori, ma tra chi produce e vuole vivere dei frutti del suo lavoro e quanti, invece, controllano la ricchezza generata da altri. Il salario minimo rischierebbe di diventare una marchetta elettorale: fatemi vincere le elezioni e ve lo aumento di diversi euro. Per giunta, se dovessimo seguire la strada del salario minimo, a pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sarà il Sud.

L’economia del Meridione patisce contratti nazionali inadeguati alla produttività locale che, inevitabilmente, generano, un’alta disoccupazione e una massiccia diffusione del lavoro nero. L’introduzione del minimo salariale aggraverebbe una situazione già compromessa da ricette economiche stataliste e assistenzialiste. La letteratura specialistica in materia lo dimostra chiaramente, il salario minimo è fonte di disoccupazione.

Inoltre, quando si affronta il tema, vi è sempre il timore di evocare quello che dovrebbe essere il tema cruciale all’interno di questo dibattito, ovvero la libertà negoziale. La norma che fissa un salario minimo, in primo luogo, produce una limitazione della libertà di scelta e di contratto. In virtù di quella norma, quanti cercano collaboratori e quanti offrono i propri servizi sono meno liberi, ma vincolati da norme astratte prodotte da burocrati e politici.

L’intenzione di aiutare le fasce più deboli, assolutamente giusta, sembra non tenere conto del fatto che la realtà, compresa quella economica, non cambia per legge. L’incontro tra domanda e offerta fa emergere i salari corretti. Questo già aiuta a comprendere l’errore di ordine economico, dalle ricadute nefaste, conseguente all’imposizione di retribuzioni troppo alte (o troppo basse).

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Per Hayek, il concetto di «giustizia sociale» non aveva a che fare con quello di distribuzione della ricchezza, ma con la necessità di creare condizioni che garantissero cooperazione sociale e crescita economica. Il salario minimo va esattamente nella direzione opposta. Esso comporta un’alterazione del sistema dei prezzi e mette nelle mani dei decisori il tenore di vita dei lavoratori, da cui si attendono in cambio il consenso politico.

È impossibile conoscere tutte le informazioni che regolano i mercati e che determinano i salari. Il mercato è dinamico e risponde a cambiamenti dettati da un numero incalcolabile di fattori. Alterare questo sistema intervenendo in modo massiccio sui salari è destinato a produrre maggiori sperequazioni. Introdurre il salario minimo nel Paese con il fisco più pesante d’Europa significa, semplicemente, correre verso il suicidio.

Davide Cavaliere 

L’AUTORE 

DAVIDE CAVALIERE è nato a Cuneo, nel 1995. Si è laureato all’Università di Torino. Scrive per le testate online “Caratteri Liberi” e “Corriere Israelitico”. Alcuni suoi interventi sono apparsi anche su “L’Informale” e “Italia-Israele Today”. È fondatore, con Matteo Fais e Franco Marino, del giornale online “Il Detonatore”.

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