Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

UN DELIRIO VIRTUALE CHIAMATO METAVERSO (di Chiara Volpe)

La Terra non è rotonda casualmente, la sua circolarità ci insegna che “tutto cambia per restare com’è, tutto scorre per non passare davvero”. Ciò vale sia per il mondo reale che per quello virtuale.

Zuckerberg ha messo a punto l’invenzione del secolo, il Metaverso, un mondo virtuale non meno orrido di quello a cui siamo abituati, in cui ti muovi per mezzo di un Avatar, un altro te che non sei davvero tu, in un luogo che è un non-luogo e in cui puoi acquistare un lotto di terreno e costruirti una vita. Talmente allettante che colossi come Nike, Samsung, Coca-Cola o Sotheby’s hanno pensato di realizzare lì i propri store.

Matrix è qui, sono riusciti a rinchiuderci nelle capsule illudendoci di aver riacquistato una libertà più vera. Entusiasti di potere tutto, ma in rete, siamo consapevoli di aver abolito la realtà e pervertito la natura umana, digitalizzando tutti i nostri bisogni, persino i piaceri.

Basta indossare un visore e partecipare a questo tripudio di tecnologia e progresso, e benvenuto nella magia. Senonché, durante una di queste esperienze virtuali, una ricercatrice dell’organizzazione SumOfUs, che stava conducendo delle ricerche sul Metaverso, è stata costretta ad entrare in una stanza e ha subito un abuso sessuale, una vera e propria violenza di gruppo da parte di diversi avatar maschili.

Sebbene non si tratti di un abuso reale, fisico, questo episodio ha destato non poco sconcerto ed è subito scattata la prima contromisura con l’introduzione della “distanza di sicurezza” tra avatar, un maggior controllo da parte della media social policy e si discute anche circa un eventuale protocollo per la sicurezza, nonché su responsabilità giuridiche da poter attribuire all’autore di tali gesti.

In cosa evolverà tutto questo? Probabilmente in techno-tribunali, con psico-investigatori che cercheranno di indagare psico-reati e, con l’aiuto di robot appositi, potranno spedire i virtual-colpevoli in meta-celle, tra sbarre fatte di Pixel…

Nuovi Mondi che promettono di potenziare l’umanità che è, invece, sempre più disumana e incorporata in algoritmi immateriali e silenziosi, in totale assenza di limiti temporali.

Esperienze oscure, che sfiorano la psicopatica, che si mescolano e inseriscono nel nostro ambiente reale, o viceversa, che cambieranno prima di tutto il nostro rapporto con noi stessi.

Mi viene in mente un passo di una poesia di Pasolini: “Io sono un uomo antico/che ha letto i classici/che ha raccolto l’uva nella vigna/che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi/Non so quindi cosa farmene/di un Mondo creato con la violenza/dalla necessità della produzione e del consumo…”.

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Le nuove tecnologie “immersive” promettono “possibili mondi”, “possibili sé”, ma non c’è già nulla di più virtuale e inscrutabile della mente umana, che è forgiata in specifiche condizioni da milioni di anni. Illusioni così forti distruggono le nostre relazioni col mondo naturale, lo invadono, ci de-realizzano e de-personalizzano infinite volte e, così manipolati plasticamente, consegnamo la nostra autonomia mentale in cambio di una esperienza falsamente videoludica.

Un mondo sintetico, privo di empatia e artificiale, fatto di incoscienza e allucinazione, inganno allo stato puro ma, soprattutto, derubato di ogni libero arbitrio, in cui non può restare alcuna traccia di quell’Uomo Antico.

Chiara Volpe

L’AUTRICE

Chiara Volpe nasce a Palermo, nel 1981. Laureata in Storia dell’Arte, ha svolto diverse attività presso la Soprintendenza per i Beni Culturali di Caltanissetta, città in cui vive. Ha lavorato per una casa d’Aste di Palermo, ha insegnato Arte, non trascurando mai la sua più grande passione per la pittura su tela, portando anche in mostra le sue opere. Attualmente, collabora anche con il giornale online Zarabazà.

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