Il Detonatore

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DELIRIO CANCEL CULTURE – IL LIBRO CHE DIFENDE LA FOLLIA DEI DISTRUTTORI DI MONUMENTI (di Matteo Fais)

In giro, c’è gente pericolosa, persone con in testa pensieri da manicomio criminale che mascherano con una patina di intellettualità i propri discorsi a cui, più che una seria discussione, dovrebbe far seguito un TSO immediato.

La cancel culture, oramai tristemente nota, ha in tal senso tanti cattivi maestri e apologeti. In Italia, per esempio, si segnala Lisa Parola, appena uscita con Giú i monumenti? (Einaudi), un testo per il quale l’interessata avrebbe bisogno di qualche annetto di psicoterapia, se fossimo in un Paese normale, e che invece, presumibilmente, susciterà il plauso di tutta l’intellighenzia di disagiati progressisti.

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Il saggio in questione è una strenua difesa di tutte le azioni di rimozione violenta di statue che abbiamo visto succedersi, in un’escalation inarrestabile, a livello mondiale, negli ultimi anni. Con la scusa che “I monumenti sono sempre costruiti da comunità limitate che hanno accesso al potere per portare avanti i loro programmi nel presente”, la Parola mette sullo stesso piano la comprensibile distruzione di icone sovietiche, come una statua di Stalin, immediatamente successiva alla caduta del regime, con il progetto lungamente covato dalla cancel culture di ridiscutere con il piccone e lo smeriglio tutto il nostro passato. Come se quanto successo a George Floyd c’entrasse qualcosa con la statua di Cristoforo Colombo e come se quest’ultimo, al netto di tutti i difetti etici del suo tempo e che egli certo si portava sulle spalle, non sia stato realmente un coraggioso e visionario avventuriero.

Lo studio della Storia cerca di fare giustizia nel futuro di ciò che non può più essere mutato nel passato, ma non sarà certo una statua divelta dalla folla a cancellare secoli di schiavismo. Similmente, è assurdo pensare di intervenire su ogni prodotto culturale che non ci rappresenti più, distruggendolo, abbattendolo, o anche solo aggiungendo “segni ad altri segni, confonderli, intrecciarli, farli scontrare gli uni con gli altri”, quindi, per esempio, mettendo una targa con una citazione da Hannah Arendt sotto un busto del Duce. Dovremmo ridiscutere tutte le architetture di tutto il mondo, financo le case popolari fatte dalla DC, scrivendo al primo piano di ognuna di esse che il partito di governo che le edificò intratteneva oscuri rapporti con la Mafia. Davvero, anche solo aprire a una simile ipotesi rasenta il ridicolo, senza che ciò presupponga di considerare il passato come intoccabile.

Ma, inutile dirlo, l’autrice dell’opera ha tanti illustri e altrettanto schizzati predecessori, dall’Umberto Eco che “parla di forme di «guerriglia semiologica», che mettono in discussione i discorsi dominanti sui privilegi razziali, sessuali e di genere”, al Deleuze per il quale “la «violenza che ci fa segno» […] si trasforma in una decostruzione e ri-significazione della figura stessa dell’eroe”.

Come risulterà ovvio, il discorso della Parola presenta due ordini di difetti, che lo rendono peraltro perfettamente funzionale al dettato attualmente dominante. In primo luogo, spostare l’attenzione dalla risoluzione dei problemi reali, per concentrarsi sul valore liberatorio di una piazza che, agendo unicamente di pancia, pensa di trovare la sua catarsi nell’abbattimento di una statua, è roba da dementi. Chi non ha da mangiare, neppure la vede la raffigurazione bronzea di questo o quell’altro dittatore, principe o negriero. Sono stronzate ritenere che la palingenesi degli oppressi passi da simili gesti che hanno unicamente il valore di distrarre le masse di subalterni con il gioco del calcio o con il circo. 

In secondo luogo, il punto veramente traumatico di una tale farneticazione è il suo aprire, con effetto domino, a una serie di atti distruttivi che, partendo dai monumenti, potrebbero estendersi fino ad andare a colpire praticamente tutta la cultura occidentale. Dalla statua di Colombo alla Divina Commedia, da rimuovere dall’insegnamento per islamofobia del suo creatore, il passo è breve e, non per niente, già compiuto. Se l’autrice non se ne rende conto, è totalmente cretina. Se lo capisce e porta avanti una simile posizione, è una lestofante da galera. 

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Ovviamente, l’intento latente del testo è ben annacquato dietro tutta una serie di oziose considerazioni del tipo che “Ciò che sorregge il monumento è sempre un innalzamento, anche minimo, che rompe l’andamento orizzontale dello sguardo per chiedere attenzione e un cambio di prospettiva. È soprattutto il basamento che permette al monumento, nella struttura narrativa dello spazio urbano, di proporsi quale punto fermo, per il maggior tempo possibile. È il basamento che definisce l’autorità, la monumentalità”.

L’unica cosa che ci sarebbe da fare – sempre se fossimo tra persone sane di mente – è prendere per il bavero della giacca tutti questi istigatori della coglionagine delle masse e farli correre a calci nel culo. Sono persone disturbate e, se continuiamo a lasciar loro campo libero, in tutti gli spazi di discussione pubblica e nei luoghi di educazione, saremmo noi a venire cancellati.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha collaborato con varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.


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