Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

IL FETICISMO DI MATTARELLA (di Franco Marino)

Sanremo non è stato solo un insulso show in cui esaltare il capponismo e il meticciato, in un quadro generale in cui la musica è zero, e dunque un’insopportabile lezione di educazione civica nella quale, tra il pippone di Lorena Cesarini, riuscente nell’impresa di stare sulle palle anche ai petalosi arcobalenati – anche perché oltre al fatto di essere nera, di altre ragioni per essere lì non se ne sono viste – un disgustoso monologo di Mengoni sul cyberbullismo rivolto a milioni di persone che da un anno vengono bullizzate solo perché godono del diritto di non farsi il vaccino contro il covid, e gli sfottò da bullo di un Fiorello che io ho adorato nella mia adolescenza e prima età adulta ma che ormai ha rotto le palle un po’ a tutti, gli unici a spiccare sono stati Checco Zalone che ha ridicolizzato il protagonismo dei virologi e Drusilla Foer che con la semplice normalità della simpatia e risparmiandosi insopportabili sermoni pro LGBT col dito puntato, ha conquistato consensi anche presso chi non è ancora in pace con l’ideologia gender; oltre che una canzone meravigliosa di Yuman, che ovviamente si è classificata agli ultimi posti. Sanremo, dicevamo, non è stata soltanto queste cose qui che già sarebbero bastate per stomacare. Purtroppo è stato anche il suffragio definitivo del culto della personalità di Mattarella. Che non è in realtà riferito a lui ma in generale alla carica del Presidente della Repubblica.

L’adorazione di un oggetto inanimato si chiama feticismo. Che è stato affrontato da più punti di vista. Da quello etnologico – ossia un culto religioso verso oggetti inanimati – a quello sessuale, la cui definizione fu efficacemente spiegata da Freud, per il quale il feticismo non è altro che il desiderio verso una parte inanimata della persona (i suoi stivali, per esempio) o una specifica parte del corpo, disgiunta dalla sua globalità. Se e quando questa oscena era storica si concluderà, vi devo confessare che non sono immune agli attacchi della vanità di immaginarmi, Alzheimer o semplice defunzione permettendo, tra coloro che descriveranno ai giovani di domani quali sono stati i veleni della nostra era. E sperando di non sviluppare la pedanteria del vecchio trombone sopravvissuto alle ingiurie del tempo, racconterò sempre che tra i veleni della mia epoca c’è stato sicuramente il “feticismo del potere di controllo”. Quel meccanismo che porta nell’italiano il riflesso condizionato di diffidare di tutte le cariche ove sia implicato un processo decisionale e nel contempo di osannare qualsiasi potere cerchi di limitarlo.
Tutto questo si vede in vari ambiti. Se avete fatto sport, sicuramente vi avranno addestrati a rispettare l’arbitro. E sicuramente, se avete vissuto l’epopea berlusconiana ed eravate berlusconiani, avrete anche sentito quotidianamente la sinistra profondere, attraverso i suoi innumerevoli preti, costanti omelie sulla legalità e l’onestà (salvo poi rinnegarli non appena i giudici iniziarono a colpire anche loro) e in generale vi avranno addestrati all’idolatria verso qualsiasi carica che si frapponesse tra la vostra volontà d’azione e la meta finale: una vittoria della vostra squadra del cuore, una legge approvata, un esame superato. Tutto questo è una forma di feticismo. In primo luogo perché la terminologia “potere di controllo”, non è contemplata da nessuna costituzione o regolamento: è un’invenzione dei media. La direzione di gara, la giustizia ordinaria, la decisione di promuovere uno studente, non sono poteri ma funzioni. E non è una distinzione pretestuosa. Ciò che distingue il potere dalla funzione è proprio la destinazione d’uso dei propri atti. Che nelle funzioni sono disciplinati da chi scrive le regole, non da chi è chiamato ad eseguirle. Funzioni essenziali, ovviamente. Senza un arbitro, una partita di calcio seria, ove ci si giuochi la Champions League e non una cena nella vicina osteria, finisce a botte dopo pochi minuti. Senza la giustizia, qualsiasi povero diavolo che subisse un torto potrebbe farsi giustizia solo uccidendo il colpevole. E senza un professore che lo abbia promosso all’università, voi non saprete mai se il dentista che vi curerà sia, almeno in linea di principio, preparato. Ma, in primo luogo, un arbitro e un giudice sono tenuti ad eseguire le regole e le leggi, fossero anche – secondo il loro parere – le più ingiuste. In secondo luogo, il “controllo” viene esercitato da uomini. Che senza essere necessariamente corrotti – come ci mostrano Calciopoli o anche le rivelazioni di Palamara, o anche emerge dagli scandali universitari che talvolta assurgono al proscenio dei media e che spesso sono confinati nel sottobosco del pettegolezzo – a volte agiscono tenendo un conto molto relativo delle leggi e pur tuttavia convinti di fare il bene. Fino al caso di Corrado Carnevale, definito l’ammazzasentenze soltanto perché aveva il viziaccio di annullare processi “solo per vizi procedurali”, cioè secondo i suoi accusatori avrebbe dovuto violare la legge perché qualcuno li aveva erroneamente convinti che un giudice dovesse essere in divisa e non in toga.

L’epitome del feticismo si ha nel caso del Presidente della Repubblica. Ed è stupefacente la somaraggine che porta l’opinione pubblica a considerarlo un arbitro. L’equivoco di fondo è forse dovuto all’assenza del potere esecutivo e al suo potere di veto, peraltro limitata, circa una legge approvata dal Parlamento. Ciò induce a pensare che sia una sorta di arbitro della politica. Un garante dell’unità, come dice – con la consueta scarsa chiarezza – la nostra costituzione. Ma sono balle. Un PDR non è niente di tutto questo. E’ una carica politica a tutti gli effetti, i cui compiti sono di natura politica. E non c’è nulla di scandaloso in tutto questo. Intanto perché viene eletto dal Parlamento che dunque esprime le tendenze in quel momento in atto nel paese. E poi perché nella quasi totalità dei casi è un uomo di partito, dunque per sua natura divisivo. Che Mattarella piaccia a chi lo ha votato è persino banale. Ciò che è ridicolo è che si imponga l’apprezzamento anche a chi, altrettanto legittimamente, ne contesta l’operato. E pur tuttavia, nei suoi confronti ci si scappella come se si fosse davanti al Papa, come se fosse Dio sceso in terra, i suoi discorsi odorano d’incenso come ispirati da un’autorità divina. Nei suoi confronti va quotidianamente in onda un culto della personalità del tutto analogo a certi paesi orientali che solo formalmente i media occidentali fingono di esecrare ma che, nella pratica, ne ricalcano in toto le caratteristiche. Di Mattarella si loda la sua preoccupazione ad apparire in ordine, ci si stupisce che conosca Pulp Fiction e che citi il signor Wolf, manco avesse fino a quel momento vissuto nella Luna. E invece, vi do una notizia, Mattarella mangia, beve, va al gabinetto (con la g minuscola, inteso come cesso) e magari ride, scherza, si incazza come qualsiasi uomo normale della faccia della terra. E, vi stupirà la cosa, ma calcolando che ha avuto tre figli, si direbbe anche che, in anni più verdi, ci abbia dato dentro sotto le lenzuola, bontà sua. Tutta questa solennità di cui viene riempito, da mane a sera ogni giorno che Dio manda in terra, non ha nulla a che fare con un paese democratico. Laddove ogni carica politica esercita una funzione nell’interesse della collettività, esponendosi così alle critiche anche aspre dei cittadini.

La solennizzazione di qualsiasi carica istituzionale o di una figura di prestigio morale, ottiene solo il risultato di renderla indigesta a chi già fatica a sopportare le omelie del Vicario di Cristo in terra, specie quelle dell’inquilino attuale di San Pietro, figuriamoci quelle di un politico come tanti che, ultimata questa esperienza, tornerà a fare quel che faceva prima: tramare, ingannare, mentire. Non perché disonesto, corrotto o altro. Ma semplicemente per realizzare gli interessi di chi l’ha votato o più semplicemente per amore del potere. Anche l’amore per Mattarella è un feticismo perché gli italiani non adorano Mattarella. Adorano quella carica. E’ da trent’anni che le marie antoniette del giornalismo presentano il Presidente della Repubblica come una sorta di nume tutelare, divino, intoccabile, etereo, immateriale.
E tutto ciò è insopportabile. Anche perché non è vero.

FRANCO MARINO
Se l’articolo vi è piaciuto, per favore, supportatemi aggiungendomi a questi canali.
Telegram: https://t.me/joinchat/yd6L_1Y29SVhMWI0
Facebook: https://www.facebook.com/FrancoMarinoPatriotaSovranista/
Ma soprattutto, chiedete l’amicizia a questo profilo: https://www.facebook.com/FrancoMarinoLGI/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *