Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

CENSURATI DA FACEBOOK. CHE FARE? (di Franco Marino)

Dire che io sia stato censurato per l’ennesima volta da Facebook non è una notizia. E non è certo un dramma. E’ una farsa. E non tanto perché io sia il signor nessuno che sono. Ma perché ormai tutti i miei contatti su Whatsapp e su Telegram – che, poverini, stressati da continui inviti ad unirsi a questo o quell’altro account a volte mi sembrano quasi sul punto di mandarmi al diavolo – sono così abituati a questa situazione da riderci. La cosa, certo, sarebbe da considerarsi incresciosa se la gente non avesse completamente fuso il cervello. E sarebbe da ritenere illegale se non avessimo uno stato che non si limiti a costringere Facebook – che fattura decine di miliardi di euro – a mandare un risarcimento di 3000 euro ad ogni account bloccato, ma magari disponga multe ben più salate, fino a bannare Facebook dalla rete italiana. Perché quei risarcimenti non sono a caso. Vengono deliberati perché Facebook, nel momento in cui banna una persona per le sue opinioni, viola la legge italiana che VIETA che una piattaforma non editoriale banni chi esprime il suo pensiero, senza violare il codice penale.
Ma soprattutto, le censure fanno chiarezza su come il totalitarismo occidentale – che, peraltro va detto con chiarezza, è ancora ben lontano ai livelli cinesi – stia tuttavia rapidamente avanzando, veleggiando rapidamente verso mete orientali.

Quando si ha un account attivo sui social mainstream dove, tempo 3-4 giorni, e hai quasi del tutto recuperato i tuoi contatti e vieni sistematicamente cacciato col risultato che in duecento ti scrivono su telegram e su whatsapp, ponendoti la domanda del caso “Che fare? Come organizzarsi?”, inevitabilmente quella domanda te la DEVI porre.
Sul piano personale, ovviamente, si può fare ben poco. Fin quando i governi di tutto il mondo non si porranno il problema di un social network che, bannando opinioni conservatrici, si configura come editore di fatto senza esserlo – ambiguità che, ove Zuckerberg fosse chiamato a chiarire, avrebbe implicazioni tali sul suo business fino a costringerlo sul lastrico – che chiede carte di identità ai suoi utenti, che adotta metodi scorretti e meschini per ridurre la visibilità di un produttore di contenuti, i vari Facebook, Twitter, Instagram e compagnia socialeggiante, il buon Marco Montagnadizucchero andrà avanti così.
Ma arriverà un giorno in cui questa domanda se la porranno le organizzazioni politiche. E qui ho paura che la cura possa essere peggiore della malattia. Di fatto le risposte sono sempre le stesse. Deludenti. Chi, infatti, propone di statalizzare i social, di vietarli, non che mostrare di non conoscere il web, di fatto evidenzia il solito vizio statalistico di demandare la salvezza dai peccati ad un’autorità superiore che si opponga ai cattivi mercati. Dando ad intendere che la caratteristica del liberismo sia quella di condurre ai monopoli. Cosa falsa. Come è ridicolo condurre battaglie di libertà, prendendo ad esempio, per dire, la Cina.

In realtà il problema è proprio questo: Facebook opera contro il mercato. E’ il social network espressione di una cultura, quella americana, che cerca di esportare il libero mercato nel mondo, a patto che sia il mercato americano. E che dunque, per venire alle polemiche che sento fare sul liberalismo, non ha assolutamente nulla di liberale e libertario.
Questo equivoco lo riscontriamo in tantissime circostanze. Un certo divertimento lo provai quando vidi Marchionne, alla sua morte, celebrato come il nume tutelare del capitalismo italiano, pur essendo l’azienda che dirigeva l’epitome del parastato e del capitalismo statalistico, senza il quale la FIAT mai sarebbe diventata così dominante in Italia. Né Facebook non sarebbe diventato il social network che è, se non avesse avuto il sostegno degli USA e dunque l’ influenza geopolitica sui paesi del mondo del suo paese. Perché il vero motivo per cui Facebook agisce in totale spregio dei suoi utenti è uno e soltanto uno, che è l’esatto contrario di ciò che si crede: non ha una vera concorrenza. Forse manca il know-how. Ma forse, se un italiano provasse a ricreare qualcosa di simile, verrebbe rapidamente sottoposto a tutte le ritorsioni che ben conosciamo: dapprima un totale ostracismo, poi campagne mediatiche diffamanti, sputtanamenti da parte dei soliti gerarchi e sgherri mainstream, e infine l’immancabile inchiesta giudiziaria finale. Il problema è esattamente questo. Chi blatera di vietarli, di creare il social network di stato, non si rende conto di riproporre intanto una ricetta stantia che si è già rivelata fallimentare. Ma soprattutto di legittimare lo stesso meccanismo censorio che in teoria si pretenderebbe di combattere.

Il problema non sono i social in sé. Come non è la televisione in sé. Come non sono i giornali in sé. E soprattutto il problema non è il libero mercato. Non è il liberismo ma l’alleanza tra la politica e l’imprenditoria a causare i monopoli. E’ l’abiura al ruolo di arbitro da parte dello stato. Che viceversa, preferisce scendere come competitore, con l’aggravante che mentre lo statalismo russo avvantaggia le aziende russe, quello cinese quelle cinese, quello americano quelle americane, quello indiano quelle indiane, lo statalismo italiano avvantaggia le realtà straniere. Il problema è tutto qui. E non c’entra nulla il libero mercato. Facebook è dominante perché è parte integrante del parastato americano. Ed anzi, se esiste oggi un social network che può fare il bello e il cattivo tempo, questo dipende dal fatto che di social ce ne sono pochissimi. Perché il giorno in cui i competitor sul mercato aumentassero e fossero competitivi, Facebook se ne guarderebbe bene dal bannare a mazzi.
Se esistesse davvero il libero mercato, Facebook oggi sarebbe come Myspace.
Un reperto del passato.

FRANCO MARINO
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