Il Detonatore

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AL QUIRINALE, CHI ENTRA PAPA ESCE CARDINALE (di Franco Marino)

Tra pochi mesi si voterà il Presidente della Repubblica – che per comodità di qui in poi chiameremo PDR – e mentre i giornali si sbizzarriscono nell’indicare le alternative più probabili, noi che non abbiamo retroscenisti nella nostra squadra, al massimo possiamo provare a diradare qualche nube. Al riguardo, dicendo che il PDR è il papa della politica italiana. In quanto tale, gode di guarentigie e deferenze che gli altri politici possono solo sognare e che mettono in pericolo non solo chi attenti al suo onore ma persino al suo prestigio. Col serio rischio di rendere scivoloso il terreno anche di chi osasse incamminarsi in una critica puramente politica e corretta nei toni, se poco poco trova al passaggio un magistrato perdigiorno e fanatico. Come “papa”, gli toccano tutti gli onori della sua condizione. E un onere, se decide di incamminarsi sulla strada per arrivare al Quirinale. Difatti, oltre al dogma dell’infallibilità, per lui vale anche quel detto, spesso rispolverato ad ogni elezione in Vaticano che “chi entra Papa, esce Cardinale”.


Molti infatti si sbizzarriscono nelle ipotesi più disparate, da quelle in teoria verosimili (Draghi, Mattarella-bis) a quelle in teoria più inverosimili (Berlusconi, Prodi) senza rendersi conto che quella del PDR in realtà è, oggi più che mai, una partita politica apertissima dove appunto i papabili potrebbero ritrovarsi semplicemente cardinali e vanificare mesi interi di vaneggiamenti giornalistici. Non si vuole dire che sia sbagliato considerare favorito Draghi e sfavorito Berlusconi o viceversa. Ma che è del tutto inutile fare pronostici quando le variabili sul tavolo sono numerose. E soprattutto, quando una certa condizione è relativamente nuova nel panorama politico italiano.
Prima di tutto, non è detto che si voterà nel 2023. E’ vero che siamo in pieno semestre bianco, cioè il Presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere. Però possono, se c’è convergenza in tal senso, essere le Camere a sciogliersi da sole. E se è vero che tutti i partiti vogliono Draghi al Quirinale, l’unica alternativa è proprio che si vada a votare nel 2022. Cosa che Renzi, per dire, dà addirittura per scontata. Perché, se viceversa, la legislatura arriverà al suo termine naturale, avremo una situazione per cui l’elezione del PDR si terrà un anno prima delle politiche del 2023 e dunque in apertura dello sprint finale della legislatura: una circostanza mai verificatasi nella cosiddetta Seconda Repubblica, dove certamente, un presidente è stato più volte (2006 e 2013) eletto in anni in cui si tenessero elezioni politiche. Ma sempre dopo, mai un anno o pochi mesi prima, dunque a poche settimane dall’inizio della campagna elettorale. Sarà inevitabile, dunque, che in quest’ultima ipotesi, le scelte dei partiti terranno conto delle ambizioni dei partiti e che questo influenzerà inevitabilmente le votazioni.
Certo, se si tenesse conto della maggioranza parlamentare che regge il governo Draghi, si potrebbe dare per scontata la sua elezione. E si dimentica invece un particolare di non poco peso: che se all’elezione di quest’ultimo al Quirinale contribuiranno quei partiti che hanno fatto fortuna nell’antisistema, per costoro le elezioni politiche del 2023 finiranno in un bagno di sangue. Calcolando che il centrodestra è ampiamente in vantaggio nei sondaggi per le elezioni del 2023 ma che la scelta di Draghi non viene approvata dall’elettorato di destra, se però i tre leader vogliono l’attuale presidente del consiglio, hanno un’unica possibilità: sciogliere le camere ora e andare a votare prima delle votazioni per il PdR. Del resto, già nel sostegno al governo Draghi, la Lega ha vaporizzato tutto quel consenso – peraltro già declinante – che l’aveva portata a diventare il primo partito italiano alle Europee del 2019. Dover mettere la faccia per votare Draghi anche al Quirinale sarebbe un ulteriore accelerata al suo declino. Mentre la Meloni, dall’opposizione al governo Draghi, ne ha ricavato una notevole crescita. Il Movimento 5 Stelle, votandolo, di fatto perderebbe i residui di credibilità presso l’elettorato antisistema, senza la garanzia che poi riuscirebbe ad acquistarne voti nel PD che, per tantissime ragioni, anch’esso non ha interesse a votarlo.

In parole povere, tutte le discussioni – compreso questo articolo – su chi alla fine andrà ad abitare il Quirinale sono aria fritta. Le variabili sono troppe. Non si sa quando si voterà per le politiche, dunque non sappiamo quale maggioranza voterà chi. Anche perché l’ex-capo del FMI e della BCE, dato per papa, è un nome che se sul piano degli interessi dei singoli partiti conviene a tanti, di contro, sul piano elettorale, conviene a pochi. Il rischio che Draghi esca dal conclave come papa è concreto. Che ne esca cardinale, anche.

FRANCO MARINO
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