Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

LA NUOVA SERIE DI SEX AND THE CITY FA ANCORA PIÙ SCHIFO DELLE PRECEDENTI (di Matteo Fais)

Già mi stava sulle palle, ma quantomeno potevo riconoscergli di essere scritto in modo brillante, con qualche battuta che ricordava il miglior Woody Allen. I nuovi episodi appena usciti, invece, sono un lento suicidio consumato tra una manciata di sonniferi e l’altra di lassativi.

Tutte le donne pseudo emancipate, tra i 40 e i 50, erano in trepidante attesa per il reboot di Sex and the City, l’opera che meglio ha rappresentato il loro orizzonte antropologico e culturale nel passaggio verso il nuovo Millennio. Ha visto la luce così anche la settima stagione, più o meno come un giorno avremo il settantesimo richiamo per il vaccino anti covid – l’umanità è perversa, ama la serialità in tutto. Dunque, con spirito da attento osservatore del carnevale umano e non senza una certa dose – è proprio il caso di dirlo – di profondo masochismo, mi sono seduto a guardarla.

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Tutto inizia con un funerale – e già mi stavo toccando i coglioni con la mano sinistra. Mr. Big tira le cuoia, mentre sta facendo esercizio fisico sulla cyclette – aveva proprio ragione Sartre: la vita è una condanna a morte in cui, mentre ti prepari a fare la migliore figura sul patibolo, una febbre gialla improvvisa ti porta via. Da quel momento, tornano in scena le vecchie pollastre, tutte decisamente più senescenti e fuori luogo che mai. Manca solo Samantha, trasferitasi frattanto a Londra per lavoro – e già due, lei e Mr. Big, ce li siamo levati di mezzo.

Una nota interessante è che la casa di produzione della cyclette ha visto un calo di oltre’11% del valore delle sue azioni, successivamente alla messa in onda della serie. Insomma, le vendite hanno avuto un netta diminuzione, dopo che qualcuno ha visto il personaggio di una pellicola morire a conclusione di una bella pedalata. Questo per farvi capire quanto possono essere intelligenti gli spettatori medi di questa trasmissione.

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Ma il personaggio che maggiormente emerge nei primi due episodi, dopo Carrie, è sicuramente Miranda, l’ex rossa, ora tutta incanutita. Alla tenera età di 55 anni, decide di prendersi un’ulteriore specializzazione, da avvocato, in qualcosa come diritti umani e altre menate. Lì, però, la sua insegnante è una negra e Miranda, cercando in tutti i modi e con ostinazione di non trattarla da negra, inanella una figura di merda dietro l’altra, fino a farselo dire dall’interessata stessa che lei ha “il complesso del redentore bianco”.

Per farla breve, non si ride e non si chiava. Tanto vale che guardiate la vostra famiglia – anche se, presumibilmente, pochi di voi avranno case faraoniche come le loro. Sì, insomma, tutto il brio e lo spirito sono andati perduti. Prima mancavano i contenuti, ma almeno la forma era simpatica; adesso, è venuto meno anche l’intrattenimento. Resta la noia e il femminismo di bassa lega, seppur in tono minore, almeno in principio. Se poi volete riflettere sulla morte, meglio mettere su Bergman, perché Sex and the City non è il prodotto più indicato. Ma, ripeto, purtroppo la gente si affeziona in modo nevrotico e maniacale, domandando sempre nuove dosi – di vaccino o di letame non fa differenza – per non pensare.

Matteo Fais

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L’AUTORE

MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, “VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

2 commenti su “LA NUOVA SERIE DI SEX AND THE CITY FA ANCORA PIÙ SCHIFO DELLE PRECEDENTI (di Matteo Fais)

  1. Come ricevere la newsletter? Qui in Brasile si discute anche di progressismo, passaporti vaccinali, sinistra, globalismo, Bildeberg, controllo sociale, ecc. Abbiamo un grande filosofo, di nome Olavo de Carvalho, che viene esiliato negli Stati Uniti per sfuggire alle grinfie del sistema.

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