Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

IL CALCIO E’ UN MORTO CHE CAMMINA (di Franco Marino)

Parlo sempre malvolentieri di calcio per una ragione semplicissima che non ha nulla a che fare con una mia avversione nei confronti di questo sport: che ho amato così tanto in anni giovanili da pensare addirittura di diventare direttore sportivo. La ragione è che ormai il calcio non ha più niente di serio, pretendendo nel contempo di esserlo. Il Napoli è fortemente candidato a vincere il sospirato terzo scudetto ma sinceramente la prospettiva, oltre che farmi piacere da napoletano, non mi crea altre emozioni. Se la prospettiva si fosse palesata una decina o una quindicina di anni fa, avrei vissuto il momento così come lo vissi per il secondo scudetto, con un’attesa così elettrizzante da viverla come uno dei momenti più felici della mia vita.
Quando decido di parlare di calcio è perché penso che qualche suo evento ad esso correlato possa agganciarsi ai temi di attualità ben più rilevanti. Ed è esattamente a questo che penso quando affronto il tema dello scandalo che rischia di inguaiare la Juventus, ossia quello delle plusvalenze fittizie e altre cose.

Al riguardo, non sono certo in grado di capire se la Juventus sia colpevole di quanto le attribuiscono. Non so neanche se la cosa sia sistematica come, craxianamente (cioè sono tutti colpevoli, dunque io sono innocente), tentano di dire i dirigenti juventini quando parlano di sistema consolidato. Quel che so è che, anche se si fa di tutto per non dirlo, per nascondere la cosa sotto mille artifizi dialettici, la realtà è che il calcio è un morto che cammina. E certo non soltanto per colpa della Juventus. Anzi si può dire che quando Agnelli ha tentato, molto grossolanamente, di proporre l’iniziativa della Superlega, che certamente ha fatto storcere il naso ai tradizionalisti, di fatto ha lanciato un campanello d’allarme e cioè “sono finiti i soldi e dunque dobbiamo inventarci qualcosa”. D’altra parte, se vari un corposo aumento di capitale (cioè pigli i soldi da altre parti) vuol dire che i tuoi conti sono “messi male male male”, come recita una gag comica.

Dicevamo che il calcio è un morto che cammina. Ed essendo un’industria di notevole importanza e dunque in crisi come tutto il sistema economico, i motivi sono analoghi: spende più di quel che guadagna ed è esposto alla concorrenza di giganti geopolitici e potentati economici che hanno sede oltre i confini europei. Il medesimo meccanismo alla base del fallimento ideologico della globalizzazione. A guadagnarci sono soltanto i calciatori che si arricchiscono così tanto che a fine carriera si comprano un club (Ronaldo, quello dell’Inter, si è preso il Real Valladolid e non credo nemmeno che sia l’unico calciatore) esiste un enorme sottobosco di procuratori che, sebbene accusati di essere il male assoluto, in realtà non fanno altro che approfittare delle contraddizioni di un sistema malato. Gli unici a non guadagnarci sono i presidenti, che sono poi quelli che quei soldi li mettono.
Un sistema così non è destinato a durare. Se il problema fossero solo i debiti della Juventus, si potrebbe tranquillamente radiare i bianconeri dal calcio e pensare che la cosa finisca lì. In realtà, il 90% dei club europei sono stracolmi di debiti. Quindi, esattamente come Calciopoli nasceva in realtà da un punto di vista giusto e si rovinò nel momento in cui pretese di identificare nella Juventus l’unica colpevole di quel sistema, oltretutto commettendo una lunghissima serie di forzature giudiziarie e di scorrettezze (una a caso, la divulgazione dell’intercettazione dove Alessandro Moggi, figlio di Luciano, corteggiava credo Ilaria D’Amico o cose di questo tipo) molto gravi, analogamente si rischia di commettere un errore se si pensa che le malattie del calcio di oggi dipendano dalla Juventus.

Perché il calcio – ma questo non lo dice nessuno – è in grossa crisi di popolarità. Naturalmente, così come nessuno vi dice che il sistema occidentale sia in crisi, nessuno vi parlerà mai di crisi di popolarità di uno dei suoi asset. Ma questa è la realtà. Sono i numeri. Le presenze negli stadi sono crollate e non c’entrano nulla le TV. Che ci sono da vent’anni ma gli stadi una ventina di anni fa erano pieni. La promozione del Napoli in serie A del 2000 vide il tutto esaurito allo stadio. Oggi le partite di cartello non vedono mai il tutto esaurito, salvo quando si tratta di finali o semifinali di Champions League. E quando con mio padre andammo, qualche anno fa, a vedere allo stadio la nostra ultima partita assieme, mi ricordo che mi disse “E’ strano, non è più come ai miei tempi quando facevamo 80.000 spettatori pure per una partita di serie B, c’è un’altra atmosfera”. E al riguardo bisogna anche chiedersi il perché e il motivo è semplice.
Come ben osservò Pasolini, che del calcio fu un grande appassionato, il meccanismo alla base del suo successo è l’identificazione del tifoso col suo campanile. Se andate ad osservare le singole squadre di calcio, quasi nessuna di queste ha un calciatore della sua città. Il Napoli l’unico napoletano, Lorenzo Insigne, è di Frattamaggiore. Per il resto sono quasi tutti stranieri. Che identificazione può esserci?
Non sto naturalmente dicendo che il Napoli debba essere fatto solo da napoletani, la Roma solo da romani, il Milan solo da milanesi e via discorrendo. Ma un minimo di corrispondenza ci deve essere. Il Napoli che vinse lo scudetto nel 1987 aveva tra le sue fila una decina di calciatori tra napoletani e campani. La Roma aveva tantissimi romani, l’Inter tanti milanesi. Oggi tutte queste squadre sono piene zeppe di stranieri, i quali oltretutto alla prima offerta migliore se ne vanno senza il minimo rimpianto. Viene così meno il meccanismo di identificazione alla base del tifo, il tutto favorito anche dal fatto che, rispetto al passato, oggi calciatori, allenatori e presidenti sono inavvicinabili, oltre che fatti con lo stampino, con dichiarazioni tutte uguali, tutte politicamente corrette, tutte protese a non andare mai oltre il seminato. Un’intervista come quella, memorabile, che Beppe Viola fece in tram a Gianni Rivera, oggi sarebbe improponibile. Come sarebbe improponibile una figura come lo stesso Rivera, elegante ma politicamente scorretta. Come lo sarebbe uno come Maradona.
E non è nostalgia. Basta confrontare le interviste dei personaggi di ieri con quelli di oggi. Quelli di ieri magari cannavano un congiuntivo, avevano la terza media ma perlomeno esprimevano idee coraggiose. Quelli di oggi sono laureati, parlano bene, azzeccano la consecutio temporum ma dicono banalità incredibili, tant’è che qualche anno fa io e mio padre ad ogni intervista di ogni calciatore ci divertivamo ad indovinare in anticipo ciò che avrebbe risposto ad ogni domanda, con un’esattezza quasi al 100%.

Il calcio del resto è lo specchio di questa fase storica: conformista, ipocrita, inavvicinabile ma soprattutto perennemente al di sopra dei propri effettivi mezzi. Proprio come la politica. Fin quando un giorno ci si accorge che se si governa contro i propri elettori – e dunque nel calcio, contro i propri tifosi – il sistema non regge più e comincia ad imbarcare acqua.
Non so poi se si sia di fronte all’alba di una nuova Calciopoli oppure se la vicenda finirà a tarallucci e vino. Dico solo che sarebbe illusorio sia illudersi che radiando la Juventus il calcio tornerà qualcosa di sano, sia pensare che un eventuale proscioglimento denoti che il sistema sia sano.
Il calcio ormai è un morto che cammina. E la colpa non è della Juventus. O meglio, non solo della Juventus. Così come non era solo colpa del PSI il fenomeno delle tangenti e solo colpa del PD se la politica di oggi è in crisi.
E quando è il mondo ad andare male, non ci si può aspettare che il calcio non si adegui alla realtà delle cose.

FRANCO MARINO
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FRANCO MARINO

Un commento su “IL CALCIO E’ UN MORTO CHE CAMMINA (di Franco Marino)

  1. Ciao Franco.
    Il calcio è malato ed i debiti li hanno tutti; le plusvalenze sono state per anni un metodo farlocco per far quadrare i bilanci, pesantemente in rosso.
    Vorrei però capire il perchè si sveglino solo ora, visto che la pratica è in uso da anni e da parte di tutti.

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