Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

STUDIO APERTO E TG4 CADONO NEL POZZO (di Franco Marino)

Anche senza essere agronomi, basta avere un terreno per sapere che non bisogna metterci troppi pozzi. E la ragione è ovvia: le falde acquifere non aumentano certo in proporzione all’aumento dei pozzi e alla lunga rischiano di inaridirsi. I pozzi vanno aumentati quando si scoprono nuove falde. In quel caso ha senso. Chiunque avvii un prodotto editoriale, in pratica costruisce un pozzo. Deve costruirlo in un posto vicino ad un buon parco lettori, possibilmente poco esplorato. Viceversa, contribuisce all’inaridimento del giornalismo (della falda acquifera) e lui per primo raccoglie pochi lettori (poca acqua).

Ma questo di fatto fa sorgere spontanea la domanda: come fare un buon giornale? Non essendo un editore né un direttore, la mia risposta non sarebbe autorevole. Ma per quasi otto anni ho avuto un blog da diecimila visite uniche in media al giorno e nei successivi dieci anni ho creato un profilo e una pagina da cinquantamila follower. Numeri che non sono malvagi. Come creatore di contenuti di interesse, penso di sapere il fatto mio. Ma come ci si riesce? Anzitutto, sgrassando l’analisi del proprio potenziale elettorato da ottimistici pregiudizi, senza farsi infinocchiare da moralismi del tipo “Dobbiamo essere i cani da guardia del potere”, “i fatti prima delle opinioni”, “l’imparzialità”. Il lettore non vuole le notizie, non vuole l’imparzialità, ma semplicemente entrare in una consorteria che rafforzi le opinioni che ha già deciso di abbracciare. Specialmente in un’era in cui le notizie le danno direttamente in un tweet gli stessi protagonisti.
Dice: ma allora tu scrivi per compiacere i lettori? No. Semplicemente quando ho deciso nel 2003 di mettere nero su bianco i miei pensieri, mi sono chiesto se potessero piacere a qualcuno, se ci fosse un “mercato”, mi sono detto di sì e fortunatamente i numeri mi hanno dato ragione.
Questo però non spiega solo quel po’ di seguito che ho (che considero un successo enorme se rapportato ad un investimento tra il modesto e l’inesistente) ma anche il successo passato di grandi giornali come Repubblica e Il Giornale. Che non erano giornali ma comunità di lettori uniti dai medesimi valori e che in un giornale non si limitavano a cercare le notizie: semplicemente, cercavano una casa comune nella quale riconoscersi. E spiega anche il formidabile successo – poi potranno esserci antipatici, ma bisogna riconoscergli il talento comunicativo – della Lucarelli, di Scanzi, di Travaglio e di tanti piccoli e grandi influencer. I quali certamente hanno anche una brillante penna e un accattivante scilinguagnolo che non guastano, ma anzitutto posseggono la primaria qualità di indovinare le temperie del tempo che vivono e di conoscere i confini entro cui possono praticare la loro influenza. La Lucarelli è cosciente che il giorno in cui, anche per caso, le scappasse di dire qualcosa di destra, verrebbe abbandonata da molti lettori di sinistra (e, va da sè, ne acquisterebbe altri a destra). Così come molto più modestamente il nostro giornale perderebbe moltissime visite se cambiassimo linea editoriale. E ne acquisterebbe a sinistra.

Come si concilia questo con la chiusura delle redazioni di Studio Aperto e del TG4? Qui si ritorna alla teoria del pozzo. Ormai ce ne sono troppi che sfruttano la stessa falda acquifera. Un tempo chiunque guardasse il TG4 ci leggeva le quotidiane professioni di Fede (nomen omen) nei confronti di Berlusconi. Quel pittoresco giornalista si cattivava i lazzi delle lobby della risata rossa, ma i suoi ascolti erano alti perché era uno dei pochi a sfruttare un certo bacino elettorale. Oggi il TG4 è indistinguibile da qualsiasi altro telegiornale, completamente appiattito sulla linea del medicalmente corretto. Idem Studio Aperto. C’è da stupirsi che stiano crollando gli ascolti e le visite?
Un vecchio detto insegnava che, se qualcuno ti dà dell’asino, hai il diritto di offenderti e protestare, ma se a dirtelo cominciano ad essere molti, ti conviene cominciare a ragliare. Finché i partiti cosiddetti populisti sono stati un’anomalia, l’establishment si è limitato a disprezzarli. Ma ora che la protesta sta dilagando – e la crisi dei partiti che rappresentavano le istanze della protesta, è solo istituzionale, ciò significa che la protesta rischia di finire nell’eversione – è inutile liquidarli con un’alzata di spalle. È inutile esorcizzarli con definizioni altezzose come nazionalisti, xenofobi, estremisti, novax, sfascisti. Ormai è necessario tenerne conto. Se tanti cittadini, anche nei Paesi più sviluppati, sono talmente “arrabbiati” da non curarsi per nulla di ciò che dicono in coro i grandi politici, i grandi giornali, i grandi intellettuali, è segno che non contestano questo o quel partito, questa o quella linea di governo, ma qualcosa di più profondo e di più importante: lo stesso modello sociale. Che è una falda acquifera ormai logora e in via di esaurimento.

Viceversa, si stanno scoprendo nuove falde acquifere. Ma molti editori e direttori di giornale, invece, si illudono che costruendone nuovi sulla stessa falda, o cambiandone la struttura, l’acqua ricomincerà a sgorgare.
Salvo poi piangere perché di acqua non ce n’è più. E cadere dentro i pozzi.

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FRANCO MARINO

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