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FEDEZ IN POLITICA NON E’ LA MALATTIA MA UN SINTOMO (di Franco Marino)

Una delle notizie più battute dai media è l’ingresso di Fedez in politica. E come (purtroppo) è ovvio, ci si divide in due: tra chi guarda la cosa con interesse e chi invece con livore. In entrambi i casi è un atteggiamento sbagliato. Il sentimento che si può provare verso una personalità non deve farci velo. Fedez potrebbe essere un ottimo come un pessimo politico. Il punto è semmai che “Fedez entra in politica” da solo non significa nulla. Infatti, navigando su Google alla ricerca di ragguagli, non si riesce a trovare nessuna risposta alle seguenti domande: fonderà un partito suo? Con quale programma? Per quali elezioni? Senza una risposta a queste e magari altre domande, dire “Entro in politica” non ha maggiore significato di dire “Ho deciso di giocare a calcio”. La gente si chiederebbe “Dove vuoi giocare? In un campo amatoriale o in Serie A?”. Nella prima delle ipotesi, mi basterebbe varcare la porta di casa e a meno di dieci metri avrei un bel campo sportivo con gente di tutte le età che giornalmente vi si balocca e del resto non sono così vecchio da non poter tirare per passatempo qualche calcio ad un pallone. Ma se pretendessi di misurarmi in contesti professionistici, conoscendo i miei quarant’anni la gente avrebbe tutto il diritto di prendermi in giro. “Ho deciso di giocare a calcio”, non è una notizia.

Così abbiamo pochi dati per poterci fare un’idea compiuta. Al riguardo possiamo dire già una prima criticità e cioè che Fedez ha prenotato come dominio fedezelezioni2023.it. Il suo nickname. Perché se avesse prenotato federicoluciaelezioni2023.it, il suo nome anagrafico, nessuno probabilmente si sarebbe accorto di nulla. Ed è, questo, già il primo segnale di una triste ancorché peraltro consolidata continuità col passato perché non siamo certo al primo caso – e temo neanche all’ultimo – di una personalità di successo in altri rami professionali che cerca di sfruttare il suo prestigio per vincere una battaglia politica. Ma secondo me sbaglia anche chi, come ho letto non ricordo più dove, ritiene Fedez l’emblema di una politica malata. Quando al massimo è un sintomo. Di una malattia che nasce dall’abolizione delle preferenze.
Ne parlavamo qualche anno fa in una conversazione tra amici di tutte le età, confrontandoci su come fosse cambiata la politica negli anni, fin quando un attempato signore, attivo sui social, se ne uscì dicendo che se Almirante fosse vivo oggi, avrebbe il 50% mentre se ci fossero stati i social cinquant’anni fa, avrebbe milioni di followers, ma comunque sempre pochi voti. E che il tutto sia da ricondursi all’abolizione delle preferenze.
Non era, quel conviviale, un politologo ma comunque aveva azzeccato esattamente il punto: le preferenze costringevano il politico a doversi misurare con i problemi del territorio. E anche con alcuni vizi ad esso correlate, come il voto di scambio e il clientelismo, per esempio. Ma le preferenze erano anche una chiamata di correo per tutti quei cittadini che spesso votavano mafiosi e ladri senza sapere che lo fossero. O forse proprio per quelle caratteristiche. Dunque il populismo sarebbe suonato ridicolo. Mentre l’abolizione delle preferenze ha trasformato i parlamentari negli yesman dei capipartito, con tutti i vizi di una situazione del genere, a partire dalla compravendita dei parlamentari fino ad arrivare alla trasformazione dei partiti in un ripostiglio della casa del capo. La cittadinanza si è sentita assolta da ogni peccato ed ecco la proliferazione dei partiti populisti.

Tutto questo per dire che la vera questione non è che Fedez entri in politica o meno. Ma che ci entrerà come Fedez. Facendo credere ai suoi infiniti seguaci che il suo nome sia garanzia di successo anche in politica. Un fenomeno non nuovo ma che puntualmente ogni volta si rivela fallimentare, come dimostra in tal senso anche la negativa esperienza della buonanima di Battiato. Che molti votarono nell’illusione che le sue impareggiabili melodie coincidessero con un’azione politica ugualmente performante. Fragorosamente disillusa dal nulla che quel grande cantautore combinò durante il suo assessorato.
Pochi sembrano rendersi conto che la politica, quando è seria, richiede un’alta professionalità. Che non basta essersi affermati in un campo, per essere automaticamente bravi anche in altri. Poi vedremo se il popolare rapper, oltre che fare dischi di successo, si rivelerà anche un bravo gestore della cosa pubblica. Ne dubitiamo fortemente anche se glielo (e ce lo) auguriamo.
Il suo primo passo, tuttavia, non fa ben sperare. Rimanda a logiche completamente vecchie che appaiono irritanti e patetiche, specie se vengono da un nome nuovo.

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FRANCO MARINO

3 commenti su “FEDEZ IN POLITICA NON E’ LA MALATTIA MA UN SINTOMO (di Franco Marino)

  1. Sono stata dentro il meccanismo elettorale di un piccolo comune e ho constatato che anche le preferenze sono una emerita schifezza. Viene scritto il nome del candidato amico/parente/collega ecc. oppure di quello sempre al bar o di chi ti serve il prosciutto buono, della dietista che da il suo bigliettino a dx e sx. Di nessuno di questi vengono valutate e premiate le qualità effettive e così in consiglio comunale ci finiscono i peggiori.

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