Il Detonatore

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LA FINE DEL MITO DELLA SOCIETA’ PACIFICATA (di Franco Marino) 23/07/2014

Una premessa. Questo articolo, per chi era nel mio profilo Facebook, è stato scritto il 23 Luglio del 2014. Quindi se avete la sensazione di averlo letto è perchè effettivamente è stato già scritto. Mi sono permesso di riproporlo perchè penso che possa avere qualche connessione col momento attuale. E mi scuso per questo

Non ho mai avuto la tendenza tipica dei millenaristi di credere di vivere in una fase decisiva per le sorti dell’umanità, prodromica di apocalissi e sconvolgimenti globali. Al tempo stesso, se dovessi però definire la fase storica in cui viviamo – che potrebbe anche durare molti anni ancora prima dell’inevitabile cambiamento di equilibri – potrei definirla così: la fase della caduta di un mito. Quello della società pacificata. Ma cos’è esattamente una società pacificata? E’ una società che ambisce a regolarsi senza che all’interno di essa vi siano conflitti, scontri, non necessariamente di natura fisica ma aventi tutti un comune denominatore: una persona o una fazione di persone che condividono un identico interesse che tolgono ad un’altra persona o un’altra fazione di persone la facoltà di goderne. Senza scomodare il fatto che non esistono, in natura, specie animali che non debbano lottare per poter contendersi risorse non rinnovabili e non infinite, o per stabilire una primazia all’interno di un gruppo sociale, per identificare l’antistoricità di tale pretesa, è sufficiente semplicemente osservare come la storia dell’umanità sia una storia di guerre sanguinose, a seguito delle quali si sono avuti profondi mutamenti di equilibri e come dunque la lotta e lo scontro siano un momento INEVITABILE della storia.

Quando affermo questo principio, inevitabilmente mi ritrovo ad affrontare l’accusa di “giustificare” le guerre e che io giustifichi l’odio. E a parte sorridere all’idea che un mio articolo possa aizzare un odio che è palese ormai ovunque, l’errore logico alla base di questa contestazione consiste nel non considerare che il concetto di “giusto” ha unicamente una valenza di tipo morale, cioè idealisticamente connaturata al tipo di società che si dà quel valore.
Ma una cosa non accade se è giusta o no, accade se ci sono le condizioni che accada o meno. Se un popolo è ridotto alla fame e decide di affidarsi ad un imbianchino psicopatico con l’accento austriaco, sarà giusto, sarà sbagliato ma tant’è. Si affiderà all’imbianchino psicopatico austriaco e creerà il nazismo con tutto ciò che ne consegue. Giusto o meno che sia. La legge di gravità è giusta o sbagliata? Sbagliatissima: a me piacerebbe volare, risparmierei il costo del biglietto aereo. Ma rimane il fatto che se decido di ignorarla buttandomi dal decimo piano di un palazzo e illudendomi che mi spuntino le ali, è assai probabile (diciamo praticamente sicuro) che io mi sfracelli al suolo in mille pezzi e in una pozza di sangue.
Così analogamente il punto non è se la guerra o meno sia giusta. Se ci sono le condizioni, se un gruppo umano percepirà che l’unica possibilità di sopravvivere è sopprimere il gruppo nemico, la guerra ci sarà e nessuno potrà farci nulla.
La guerra nasce con l’uomo e con l’uomo morirà: dirsi contrari è nobile in linea di principio ma antistorico e irrazionale, sic et simpliciter.

Di fronte ad una realtà così tragicamente ineluttabile, l’umanità ha semplicemente reagito cercando di creare una narrazione che negasse ogni tipo di conflittualità. Non è un caso che le ideologie economiche (liberismo, socialismo, nazionalismo) e quelle sociali (democratismo, femminismo) nascano nell’Ottocento, un secolo che giunto immediatamente dopo l’illuminismo, vide materializzarsi inevitabilmente il conto di un’era, quella del Settecento, in cui si mangiò a sbafo, aumentando enormemente la durata della vita e la popolazione, a cui tuttavia non fece seguito un aumento delle risorse. Per poi, quindi, pagare il conto nell’Ottocento.
Le violente carestie e conseguenti violentissime proteste che ne seguirono, essendosi urbanizzate le società, ammassando enormi sacche di proletariato in pochi chilometri quadrati e potendo così favorire una diffusione – che oggi definiremmo virale – di ogni progetto rivoluzionario, fecero capire alle elite politiche del tempo – quelle che non lo capirono, furono fatte letteralmente fuori – che se non si fosse tentato di costruire narrazioni che assecondassero la protesta, dandole l’illusoria sensazione di essere ascoltata, un’intera massa di nullatenenti affamati avrebbe letteralmente devastato TUTTE le classi dirigenti di TUTTO IL MONDO. Ma se uno va a leggere la storia, scopre che situazioni analoghe si sono già verificate nel passato: e hanno puntualmente provocato guerre devastanti e milioni di morti costituendo, per dirla con Marinetti, la vera e propria igiene del mondo.

L’idealismo fu invece la pretesa di evitare questo conflitto, cercando di proporre, attraverso le ideologie, tipologie di società dove gli inevitabili conflitti venissero sopiti. La cosiddetta “società pacificata”. Che non significa affatto (attenzione!) una società dove manchi la violenza, anzi. Le società pacificate sono, in assoluto, le più violente. E lo stiamo vedendo proprio in questi anni. Ciò che viene meno nella società pacificata è semplicemente il concetto di guerra, con tutte le caratteristiche peculiari di una guerra, compreso il rischio di perderla, laddove invece la società pacificata pianifica una violenza specifica e funzionale ad uno scopo ideologico.
Nel caso del comunismo e del liberismo, la violenza è causale: una lotta di classe come nel comunismo – impropriamente chiamata lotta ma che lotta non è perché non ha i requisiti marziali di lotta – o di meriti (come nel liberismo) redistribuisce le risorse espropriandole al Satana di turno designato dall’ideologia (che nel comunismo è il “padrone” e nel liberismo è il “non produttivo”).
Nel caso del fascismo e del nazismo, la violenza è invece conseguenziale. I nazionalsocialismi, diversamente dal comunismo e dal liberismo, riconoscono la pluralità delle classi sociali come borghesia e proletariato ma la violenza la usano soltanto come conseguenza, ossia quando una delle classi sociali tenta (attraverso un conflitto) di prevalere sull’altra.

La truffa di fondo dell’ideologia (di ogni ideologia) – che la rende accostabile alla religione – è quella di promettere una società dove se si segue la dottrina si sarà tutti felici e chi non la segue è destinato ad una specie di inferno. Comunisti, liberisti e nazionalisti, così diversi tra loro in apparenza, sono uniti dalla convinzione che se la società è ingiusta non è perchè vi siano poche risorse ma semplicemente perchè alcuni se ne stiano impadronendo, dimenticando che proprio il tentativo da parte di una delle parti del conflitto di appropriarsi delle risorse dell’altra parte, è la conferma di tale scarsità. In un mondo dove le risorse bastino per tutti, non c’è bisogno del comunismo, del liberismo e del nazionalismo perchè bastando le risorse, non ci sarebbe bisogno di ideologie che stabiliscano come redistribuirle.
La scarsità delle risorse è, invece, il motivo per cui nascono ideologie profondamente diverse tra loro ma che hanno in comune il tentativo di rimuovere un fatto. E cioè che quando ci sono troppe persone per poche risorse, LA GUERRA è DA SEMPRE nella storia dell’umanità l’unico modo per risolvere il problema, con tutte le indubbie atrocità che essa comporta.

Così, tutte queste costruzioni idealistiche si scontrano con qualcosa di molto reale che è l’architettura del sistema nervoso umano, contro la quale ogni tentativo di andarvi contro si risolve in un sostanziale e sistematico fallimento. Perché il comunista povero odia il ricco ma non le ricchezze, il che spiega l’imborghesimento di molti comunisti una volta che sono emersi professionalmente: che continui a professarsi comunista non rileva, ha smesso di esserlo di fatto. Il liberista ricco odia il povero perché nella fame di quest’ultimo vede in pericolo le proprie ricchezze, il che spiega perché molti ricchi, quando occorre, non esitano a diventare statalisti, a costruire monopoli e cartelli assai illiberali: che continui a professarsi liberista non rileva, ha smesso di esserlo di fatto. E il nazionalista non odia lo straniero perché straniero ma perché egli costituisce un pericolo per il proprio spazio vitale, il che spiega come mai spesso il nazionalismo sfoci nel colonialismo: lo straniero non gli dà fastidio, basta che sia servo e sottomesso. Che si definisca non razzista, non rileva. In quel momento sta lottando per la difesa di un gruppo etnico e per la sottomissione di un altro gruppo etnico.

Tutto ciò ha, semplicemente, a che fare con la propensione umana al “conflitto”, allo “scontro”. E questa è la polvere che le ideologie nel corso di questi due secoli hanno tentato di nascondere sotto il tappeto della storia.
Quel che succede è che essendo le ideologie fondate sull’idealismo, ossia su quella fase della storia della filosofia in cui si è smesso di dimostrare ciò che si sostiene ma ci si è messi in testa di creare un tipo di società diversa, nuova, prima o poi impattano contro la grigia, sorda, tetra e inespugnabile fortezza della realtà. Che ci dice che generalmente agli uomini non frega nulla né di liberismo, né di socialismo reale, né della propria patria. Tutto ciò che vogliono è avere quante più risorse possibili per vivere sereni e appagare i propri appetiti. Oltre a spiegare, per dire, quanto sia sciocco sradicare il razzismo dalla natura umana, perchè il colore della pelle è solo un pretesto, dal momento che il razzismo non è altro che un meccanismo inconscio di autodifesa che la psiche umana elabora quando si trova ad interagire con una persona appartenente ad un gruppo umano differente che viene visto, così, come potenzialmente pericoloso perchè estraneo.

Quando Facebook, per esempio, decide di bannare partiti antisistema, utenti scomodi, se la decisione è aberrante e peraltro illegale – Facebook non può bannare le persone per le proprie idee – è invece perfettamente razionale dal punto di vista conflittuale. Le elite finanziarie americane, che hanno marcatamente favorito l’ascesa di Facebook attraverso investimenti massicci ricorrendo spesso anche alla FED, si sono resi conto che proprio sui social stanno nascendo le avanguardie di resistenza antiglobalista. Per ora democratiche, anche perchè annacquate da partiti in spolvero come il Movimento 5 Stelle o che promettono una crescita come la Lega di Salvini. E che però puzzano lontano un miglio di gatekeeping, di contenimento del malcontento.
Ma, mano mano che si assisterà sempre più ad una violenta e autoritaria scure da parte del potere contro le avanguardie resistenti – perchè certi nodi o vengono sbrogliati o si attorcigliano ancora di più – maggiormente ed inevitabilmente nascerà da parte di quest’ultime la consapevolezza che, come accade in ogni regime, ad un certo punto masse di persone che escono sconfitte dalla redistribuzione, non abbiano altra scelta che ribellarsi in maniera violenta. Con tutte le conseguenze del caso. A partire dal ban dei globalisti da un eventuale social di ispirazione sovranistica, sino allo scontro fisico vero e proprio.

In tal senso, lo scontro tra sovranisti e globalisti SOLO IN APPARENZA è uno scontro identitario.
In realtà, si sta assistendo a qualcosa di già molteplicemente visto passato: un gruppo di persone povere in rivolta contro un gruppo di potere, attraverso l’uso di pretesti (il recupero della propria sovranità che non è il fine bensì il mezzo per abbattere il potere dominante) esattamente come in passato il terzo stato francese, per ribellarsi all’ancien regime usava “libertè”, “egalitè”, e “fraternitè”. Soltanto che stavolta, diversamente dal passato, il conflitto è sovranazionale perché sovranazionale è l’ancien regime. E trattandosi di uno scontro per la sopravvivenza, per appropriarsi di risorse, per forza di cose sarà un conflitto violentissimo che travolgerà tutte le costruzioni idealistiche che hanno tentato, attraverso l’illusione di una società pacificata, di rimuovere l’ineluttabilità del conflitto.

Coloro che parlano di “lotta all’odio”, stanno semplicemente esprimendo l’urgenza e la necessità di soffocare le ragioni dei cosiddetti odiatori. E ovviamente, coloro che rivendicano il diritto di odiare, stanno semplicemente ribadendo il diritto di protestare contro una sottrazione di risorse progressiva che finirà soltanto quando decideranno di reagire con violenza. Non ci sono dialoghi, dibattiti, confronti civili che possano nascere tra queste due parti perché esse nascono unicamente, strutturalmente e istituzionalmente per sopprimersi vicendevolmente. Perché per quanto il sovranismo possa ammantarsi di simboli e vessilli dal forte contenuto spiritualistico, alla fin fine si scopre che non fa altro che rappresentare le ragioni di coloro che sono usciti sconfitti dalla redistribuzione operata dalla globalizzazione. Così come, ovviamente, per quanto il globalismo possa ammantarsi di universalismo umanitario, alla fin fine non fa altro che rappresentare (su scala globale) le ragioni della classe dominante che, in quanto tale, in ogni spazio e in ogni tempo ha sempre guardato con disprezzo e paura le rivendicazioni di un popolo affamato. Ed è sufficiente vedere le bacheche di Twitter e di Facebook dell’una o dell’altra parte per rendersi conto del tipo di scontro. Su quell’immensa cloaca che è Twitter proliferano i profili con descrizioni del tipo “no fascisti”, “no pidioti”, “no grillini”, “no leghisti” per capire che ormai i presupposti per una guerra civile ci sono tutti. Basterà che qualcuno appartenente ad una delle due parti capisca che neutralizzare i propri nemici è l’unico modo per evitare di essere uccisi a propria volta, perchè questa guerra abbia inizio. E’ sufficiente un qualsiasi pretesto. Può essere un’altra crisi finanziaria scatenata come tempesta perfetta – come la precedente – oppure una qualsivoglia catastrofe umanitaria che possa indurre sconvolgimenti tali da accelerare questo percorso. Quello di cui personalmente sono sicuro è che questa situazione non può durare perchè l’umanità è composta da due categorie antropologiche opposte che non aspettano che il pretesto giusto per farsi la guerra perchè siamo troppi per troppe poche risorse in troppo poco spazio.

Così la fase storica che stiamo vivendo non è nient’altro che la lunga morte della società pacificata. Dell’idea che i conflitti si risolvano andando contro la realtà, contro il sistema nervoso umano che di fronte al tentativo da parte di una persona o di un gruppo di persone di appropriarsi delle proprie risorse, ha un unico modo di reagire.
Lottare per distruggere i propri nemici o costringerli alla fuga.

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FRANCO MARINO, 23/07/2014

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