Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

LA PARTITA DI RITORNO DELL’AFGHANISTAN (di Franco Marino)

Le profezie sul futuro sono sempre imprudenti e sono, sistematicamente, quelle che mi fanno chiudere un articolo. Certo, se qualcuno si butta dalla cima di una rupe, non è profetico dire che entro pochi secondi cadrà morto stecchito al suolo. Ma se nessuno di noi può sapere cosa accadrà domani, figuriamoci tra cinque o dieci anni. Tuttavia ci si guadagna l’assoluzione oppure una condanna con molte attenuanti, se si confessa che si hanno delle sensazioni che ci aggrediscono con tale pervicacia, da obbligarci a descriverle. O quantomeno a provarci. Argomentando le proprie ragioni ma senza mai trasformarle in profezie. Quando sentite dire da qualcuno che si sono avverati alcuni suoi sogni premonitori, se ci fate caso vi parla sempre di avveramenti del passato. Non vi dirà mai se, dopo esservi congedati, farete un brutto incidente d’auto. Magari però, se accadrà, vi dirà che lo aveva intuito ma non poteva dirlo per non farvi spaventare.

La mia personale sensazione, che non è una profezia, è che il ritiro degli USA dall’Afghanistan sia la fine di un’epoca, quella dell’interventismo americano e l’inizio di una fase molto ma molto pericolosa: la reazione dei nemici degli USA. Con conseguenze che per l’Occidente potrebbero essere catastrofiche.
Intendiamoci, quello in Afghanistan è stato un fallimento dall’inizio alla fine. E al riguardo c’è poco da dire: se una potenza si assume la responsabilità di invadere un territorio senza mai riuscire concretamente a controllarlo, con una popolazione, quella dei talebani, che resiste con una tale tenacia da costringere gli americani a fare i conti della serva e ritirarsi, è evidente di cosa si stia parlando.
Molti piangono dicendo che ora, poveretti, gli afgani ripiomberanno nella preistoria. Certamente si può considerare preistorico, dal proprio punto di vista occidentale, che le donne girino col burqa, che vengano lapidate le adultere, che sia vietata la musica e il cinema. Ma il punto è che se gli afgani preferiscono a larghissima maggioranza la preistoria, non ci si può far nulla. Si può portare il cavallo all’abbeveratoio ma non si può obbligarlo a bere.
C’è anche chi, per calmierare l’eco della sconfitta, dice che in fin dei conti chissenefrega dell’Afghanistan che tanto è un territorio povero. A parte il fatto che questa scusante ricorda molto quella della volpe e l’uva di Esopo, ma ovviamente non è vero nulla. Il controllo dell’Afghanistan era vitale per la vera ragione che nessuno vi dirà mai: le immense distese di oppio con cui si tengono in vita tutte le principali associazioni criminali occidentali, anch’esse in pericolo. E che quest’ultimo aspetto sia un bene, è tutto da vedere, per motivi di cui parleremo in un altro articolo.

Ma la vera questione è un’altra. La guerra in Afghanistan è servita essenzialmente a far rimanere il conflitto lì. D’altronde, se uno decide di fare la guerra ad una famiglia, dapprima si sincera che in casa propria tutto sia a posto e se ha messo in sicurezza i propri familiari e i propri averi. I talebani in questi vent’anni hanno dovuto pensare unicamente a difendersi. Ma se quando iniziò la guerra, il mondo era molto meno multipolare di adesso, oggi che esistono molte più potenze di un tempo, per giunta nessuna delle quali filoeuropee o filoamericane, chi garantisce la sicurezza dell’Occidente da un’eventuale partita di ritorno, magari stavolta giocata sul suolo americano ed europeo?
Il quesito non è di secondaria importanza. L’Occidente, che ha fatto un gran baccano per due torri abbattute e per qualche kamikaze e che, peggio ancora, ha messo in discussione le fondamenta della propria civiltà per un’influenza un po’ più grave di quelle stagionali, non è più abituato a subire una guerra in casa, di quelle che non si limitano a distruggere un paio di palazzoni e che fanno cinquemila morti ma che distruggono intere città e mandano alla fame, per mesi, milioni di persone o a carestie ed epidemie che di morti ne fanno decine di milioni. E dal momento che vent’anni di occupazione avranno ovviamente prodotto un rancore maggiore in Afghanistan di quello che si aveva vent’anni fa, figuriamoci se non ci sia qualcuno che non vede l’ora di regolare i conti con l’Occidente.
E se a questo si aggiunge che mentre vent’anni fa l’America sembrava imbattibile con i suoi superarmamenti, con la sua superiorità aerea – alla quale per la verità non è mai corrisposta una schiacciante superiorità a terra – cosa potrebbe accadere oggi che gli americani appaiono sempre meno potenti e sembrano sempre più determinati a ritirarsi nei propri territori? Chi frenerà i loro nemici?

L’America ha sempre dimenticato il principio che il bombarolo meglio armato del villaggio soccomberà sempre di fronte ad una gang di pistoleri. Nessuno dei paesi nemici degli americani da solo potrebbe vincere una guerra contro gli USA. Non potrebbe la Russia, forte militarmente ma non ancora economicamente. Non potrebbe la Cina, forte economicamente ma non ancora militarmente. Non potrebbero l’India e l’Iran. Ma se si mettessero assieme e decidessero di dichiarare guerra allo Zio Sam, per l’America sarebbe la fine. E già comunque oggi queste nazioni, agendo in blocco, hanno impedito che gli americani trasformassero la Corea del Nord e la Siria in una nuova Libia. Molti hanno dato merito della cosa a Trump ma sono panzane: anche Biden ha fatto la voce grossa ma si è immediatamente reso conto che un eventuale attacco ad uno di questi paesi sarebbe un suicidio. Dapprima ha dato dell’assassino a Putin per far felice l’ala dei fan più idioti del Partito Democratico. Poi si è accucciato ai piedi di Vladimir, consapevole che oggi come oggi, un’eventuale guerra contro la Russia sarebbe semplicemente la morte degli USA, se non altro perchè tutti si coalizzerebbero contro gli americani.
E dal momento che tutti si sono resi conto che ormai il mondo è multipolare, se a quanto sopra si aggiunge che i talebani – cioè gente che ha cacciato gli americani, non so se mi spiego – potrebbero monetizzare le proprie capacità addestrando altri che non ne possono più di avere gli americani in casa, è facilissimo intuire che a breve la cosa potrebbe espandersi, secondo un film già visto dopo la fine della guerra in Vietnam quando il fior fiore dei nemici degli USA andava reclutando vietcong per addestrarli a lottare contro gli yankee. E calcolando che si tratta di gente con forti agganci nel terrorismo, è facilissimo prevedere che a breve l’Occidente potrebbe dover affrontare altri Undici Settembre. Altro che i deficienti in odore di servizi segreti del Bataclan e simili.

Insomma, se proprio devo descrivere una mia personale sensazione, ho l’impressione che lo scoppio del bubbone afgano rischi di arrivare anche in Europa. Tantopiù se esistono validi motivi razionali per sospettarlo.
Poi potrò aver detto una scemenza ma perlomeno l’ho detta prima e non dopo quando, se si verificherà, tutti avranno l’aria di averla già ampiamente predetta e, se non si verificherà, saranno bravi tutti a non averla detta.

FRANCO MARINO

2 commenti su “LA PARTITA DI RITORNO DELL’AFGHANISTAN (di Franco Marino)

  1. Ancora una volta sono d’accordo con te.. io penso che l’offensiva contro l’Occidente sia già iniziata.. quando le loro milizie saranno in maggioranza sul nostro territorio ( grazie alla nostra miope politica estera e grazie al l’invasione che tolleriamo ed incoraggiamo) allora scoppierà la loro vendetta con tutta la loro violenza…

  2. Speriamo ti sbagli…
    Ma le truppe nemiche, già sono nel territorio..
    Con la copertura di profugo…
    E la loro arma migliore, è, proprio la droga.
    Basta guardare in che società si è arrivati..

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