Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

IL CANCRO DELLA GIUSTIZIA ITALIANA (di Franco Marino)

Ho poca fiducia nelle discussioni di questi giorni sulla riforma Cartabia della giustizia. Ne ho letto un pezzetto per rendermi conto di come si parli per l’ennesima volta del nulla. Del resto, chiunque si sia interessato di riforma della giustizia e abbia raggiunto nel contempo un’età importante, sa benissimo che da anni si parla di riformarla ma ogni riforma non sposta di una virgola il dato di fondo.
Il nostro è un paese che chiama pragmatismo l’alibi di non voler davvero procedere con decisione nel guarire una malattia.
Se qualcuno di voi lettori ha conosciuto la dolorosa esperienza del cancro, può confermare che ci si può definire guariti in una sola circostanza: quando ogni cellula cancerogena sparisce dal corpo umano.
Fino a quel momento, una robusta chemioterapia può ridurre il tumore primitivo e le sue metastasi, un’operazione può diminuirne le dimensioni. Ma il paziente non può definirsi guarito. Ragionamenti come “Beh ma bisogna essere pragmatici e non puntare troppo in alto pretendendo di guarire la persona” hanno senso se effettivamente la persona sopravvive in condizioni tali da non offenderne la dignità. Ma il dato di fatto rimane che se il cancro continua a permanere nel corpo del paziente, una volta o l’altra muore. Perchè il cancro ha il brutto vizio di proliferare anche quando rimanesse una sola cellula malata in corpo.

La giustizia italiana, diciamocelo senza troppi giri di parole, è un cancro di questo paese. E lo è nel vero senso della parola. Perchè nessun individuo sano di mente investirebbe un centesimo in un paese dove basta fare un passo sbagliato e si finisce nel mirino di questa o di quella conventicola o camarilla. La giustizia italiana, salvo eccezioni, è lenta, politicizzata, inaffidabile e fancazzista. I magistrati sono una casta superprotetta e riverita che lavora meno della metà di un impiegato statale normale (che già di per sè tende a lavorare poco) ma guadagnando, quando va male, più del doppio. Di fronte ai celebrati casi di valorosi magistrati che cadono vittime delle mafie, la sensazione corrente è di essere fronte ad una congrega di pagliacci in divisa da militanti politici di questa o di quella corrente (e sì, nella magistratura esistono correnti politiche come è noto) che hanno poco a cuore gli interessi dei cittadini e molto i propri.

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Di fronte a questo cancro bisogna capire quale sia la soluzione più giusta. Andreotti una volta, con la sua gustosa e acida ironia, disse che esistono due tipologie di pazzi: quelli che si credono Dio e quelli che vorrebbero riformare le ferrovie dello stato. Avrebbe potuto aggiungere anche la giustizia e il discorso non avrebbe stonato perchè effettivamente l’idea di qualcuno che si presentasse sul proscenio e dicesse “Voglio riformare la giustizia” potrebbe tranquillamente definirsi una follia. Ma è una follia anche pensare di poter sconfiggere un giorno, una volta e per sempre, il cancro. E però, se non accadrà, si continuerà a morire di cancro. Quindi il punto è se si vuole continuare a sopravvivere – in fondo era lo stesso Andreotti a dire che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia – o se si vuole davvero cambiare la giustizia.

I principi di fondo di una vera riforma della giustizia sono molto semplici.
Il giudice non è un’entità divina calata dall’alto. E’ un uomo come tutti gli altri. Mangia, beve, va in bagno, fa all’amore. Ha pregi e difetti, nobiltà e meschinità. E in quanto tale è corruttibile e ricattabile. Non è infallibile. Lo stesso discorso si applica ai politici. Solo che non si capisce perchè, se un politico sbaglia e viene rimosso dai suoi elettori, non debba essere lo stesso per un giudice. Se dico questo è perchè non è possibile alcuna reale riforma se non si mette prima in discussione il primato morale dei giudici. L’idea che la giustizia giudicante e inquirente sia una semplice funzione pubblica, chiamata ad applicare le leggi – fossero le più sbagliate possibili – deve prevalere rispetto a quella, iconografica, vellicata da pessime fiction, da giornalisti somari, del magistrato perennemente impegnato alla ricerca di un’eterna palingenesi morale in cui il Bene trionfa sul Male, in cui la giustizia trionfa sull’ingiustizia.
Un giudice, in un paese normale, non è MAI questo. E’ un semplice funzionario di stato. Che non fa altro che applicare – e non deve fare altrimenti – la legge, fosse anche che questa gli intimasse di ordinare ai carabinieri di estorcere gli esercenti. E in un paese normale, un giudice – anche se tutte le costituzioni del mondo ne rivendicano l’indipendenza – in realtà è sempre sottoposto in qualche modo al potere legislativo o esecutivo espresso dalla maggioranza del momento.
E’ quello, paradossalmente, che ne assicura l’indipendenza. Perchè una politica che risponde anche della giustizia, farà in modo durante il suo esecutivo di renderla funzionante, efficiente e apolitica. Mentre in Italia, i politici sono in balia di un potere che, in tutti i paesi del mondo, è sottoposto alla politica.

E la lotta alla mafia? Alla corruzione? Questa spetta solo e soltanto alla politica e dunque ai cittadini, di cui la politica è emanazione. Se i cittadini non hanno l’intelligenza di capire che una politica corrotta e ladra e le mafie danneggiano i loro interessi e che su un medesimo territorio le persone oneste e i mafiosi non possono convivere, non può per nessuna ragione pensarci al posto loro un gruppo di giudici, anche coraggiosi, ma che in quel momento travalicherebbero il proprio ruolo di puri notai.
Se ad un magistrato il sistema com’è non va bene, è del tutto legittimato a volerlo cambiare. Ma in quel momento, semplicemente, smette di fare il magistrato e fonda un partito. Ragione per cui, quando Di Pietro, Ingroia, Emiliano, De Magistris hanno deciso di farsi dei partiti e di entrare in politica, pur non stimandoli nè sul piano professionale nè su quello personale, personalmente non ho avuto nulla da dire. Semplicemente, in quel momento non erano più magistrati e si sono dovuti misurare con le difficoltà di un mestiere e di una cultura totalmente incompatibili col mestiere e la cultura giuridica. Del resto, di magistrati poi divenuti fior di politici, si pensi a Scalfaro e Cossiga, è piena la storia repubblicana.

Ma cosa pretendiamo? Questo è il paese in cui si è perseguitato un giudice come Corrado Carnevale – poi pienamente assolto e riabilitato – perchè, ohibò, ha annullato alcune sentenze per vizi procedurali e lo si è definito “ammazzasentenze”. Cioè di fatto, gli stessi giudici che poi concionavano continui sermoni in difesa della legalità, spalleggiati da giornalisti loro amici e complici, pretendevano che quel giudice violasse la procedura per condannare dei mafiosi. Dimenticando che anche costoro sono cittadini con dei diritti e che proprio se si vuole condurre una lotta di principio contro le mafie, bisogna dimostrare di avere una cultura dei diritti. Altrimenti tra una mafia che si autodefinisce Stato e la mafia vera e propria, i cittadini sceglieranno sempre la mafia che almeno non si presenta diversa da quello che è.
Così mentre Carnevale ha convissuto per molti anni con il sospetto di essere un’ammazzasentenze solo perchè non ha violato le procedure, noi umili cittadini conviviamo da sempre con la certezza che i giudici siano degli ammazzagiustizia. Che francamente è molto peggio.

La giustizia italiana, come detto, è un cancro maligno. Forse è irriformabile come sostengono alcuni ma io comincio a pensare che questo sia un grande alibi. E così come nessuna persona sana, sapendo che nessuno è in grado di debellare il cancro, vivrebbe mai in un palazzo pieno di amianto, parimenti, nessuna persona sana di mente investirebbe un euro in questo paese con un cancro così pericoloso.
Questo è il paese dove ieri un inquilino, strafatto di droga e ubriaco, che non mi paga l’affitto da un anno, dapprima mi ha devastato l’appartamento poi di fronte alle mie vigorose proteste è sceso giù con un coltello e ha cercato di aggredirmi. Con le forze dell’ordine che, da me chiamate, non hanno fatto una piega e mi hanno detto di denunciare perchè non c’è flagranza di reato. Mentre il signorino ha ripreso possesso di un appartamento che da un anno non paga.
E mi è andata bene perchè se casomai, invece di gonfiarlo di botte, lo avessi ammazzato, la giustizia italiana avrebbe aperto un processo della durata magari di dieci anni, per decidere se sono da considerare un truce assassino che ha ucciso una povera vittima del sistema oppure un povero diavolo che ha difeso se stesso e la sua proprietà dalla tronfia arroganza di un tossico delinquente. Con un’inutile cugina poliziotta la cui unica utilità è quella di fare la morale sull’importanza di non reagire e di lasciare che la giustizia faccia il suo corso. Salvo poi invocare sul suo profilo facebook misure draconiane contro i non vaccinati e rompere le palle ai cittadini con greenpass, obblighi vaccinali.
Ieri un virologo ha osato vantarsi del fatto di aver salvato dall’annegamento un no-vax, dicendo che però ha commesso un’imprudenza. Ignorando che se non l’avesse fatto, sarebbe potuto essere perseguibile per omissione di soccorso.


Con questi chiari di luna, che volete che mi freghi della riforma Cartabia? Che volete che mi freghi della lotta alla mafia e alla corruzione?
Ma di cosa parliamo? Culla del diritto? No, l’Italia è il paese del rovescio.
E purtroppo non è il rovescio di Djokovic e di Federer.

FRANCO MARINO

2 commenti su “IL CANCRO DELLA GIUSTIZIA ITALIANA (di Franco Marino)

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