Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

L’EDITORIALE – DA LONDRA ALLA VITA IN CAMPAGNA, DOPO AVER LETTO SPENGLER ED ESSERMI RESO CONTO DELLA DECADENZA DELL’OCCIDENTE (di Ignazio Posadinu)

Ricordo che mi trovavo a Londra. Non ci vivevo più da anni, e, a dire il vero, avevo terminato anche l’esperienza parigina, cinque anni di discesa negli abissi del mondo globalizzato, a lavorare per una multinazionale che mi aveva succhiato come una sanguisuga il tempo e la voglia di vivere, in cambio di uno stipendio di cui non sapevo più che farmene.

Eppure non avevo ancora deciso davvero che direzione prendere e giravo come in vacanza fra l’Europa orientale, quella baltica, e incontrando i pochissimi amici che ancora conservavo in quelle due metropoli d’Occidente che paiono ai più come il centro del mondo, i magneti attorno a cui tutto gravita – aggiungiamoci New York e il cliché è completo.

Così ero di nuovo a Londra, mentre ancora pensavo aperta la possibilità di tornare a viverci e lavorare, magari in qualche ufficio dove usare le lingue straniere – il mio principale talento spendibile sul mercato – e ricominciare così come avevo fatto sette o otto anni prima, quando ero sbarcato nella capitale britannica pieno di vaghissime quanto illusorie idee sul mio futuro. Certo che, per chi nasce nella provincia profonda del sud Italia, e per di più in un posto, la Sardegna, isolata per definizione, l’idea di andare a vivere a Londra è il massimo a cui aspirare. C’è tutto, si dice, ed è lontano dalla ristrettezza mentale e dalla scarsità di scelta su cosa fare, sia nel tempo libero che nella vita, tanto che pare l’unica scelta sensata da prendere. Fuggire, tagliare i ponti, e alzarsi in volo verso il Big Ben come un evaso che ha tagliato la corda.

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La realtà era stata ben diversa, ma le illusioni sono dure a morire e, persino dopo un atterraggio durissimo nello squallore dell’esistenza urbana, a rincorrere autobus e a trascinarsi poi verso un letto in un appartamento che non sarà mai davvero “casa”, ci si inganna da sé, convincendosi che la grande occasione sta per arrivare e che comunque è sempre meglio di cosa si è lasciato.

Tranne quel giorno.

Stavo su uno di quegli autobus a due piani, i double-deckers, che adoravo. In realtà adoravo viaggiare al piano superiore, dove ci si sente quasi volare sul traffico e si gode una vista del tutto diversa da quella riservata ai pedoni o a chi è chiuso nell’abitacolo di un’auto. Credo che fossimo a Oxford Street, in pieno centro, imbottigliati come gli altri e, ad un certo punto, durante una di quelle soste forzate in attesa di un semaforo verde, ci fermammo di fronte all’uscita di una metropolitana.

Là, proprio sotto di me, vidi uscire, come vomitato dal terreno, un fiume di gente. Camminavano rapidi, tutti spalla a spalla, e una volta fuori si spargevano in tutte le direzioni come formiche, sciame composto da unità senza nome e senza identità, tutti silenziosi, spesso con le cuffie nelle orecchie per esser meglio isolati, diretti da qualche parte in modo meccanico, da automi, riuniti in un flusso interminabile, brulicante, senza fine apparente. Uno spettacolo che mi fece venire la pelle d’oca. Era l’annullamento dell’individuo, l’apoteosi brutale e disumana della massa, la fine di ogni poesia dell’esistenza.

Avevo appena letto Spengler e mi tornarono in mente le sue parole sulla crescita inarrestabile, tumorale, delle metropoli verso la fine della nostra Civiltà. Mai ho trovato corrispondenza più precisa nella realtà alle parole di un filosofo. Capii definitivamente che quello non era un posto per i miei sogni, né per quelli di un essere umano dotato di sanità mentale. Mi resi conto che vivere in una metropoli avrebbe significato perdermi per sempre in quello sciame di estranei, come un insetto, ignoto a chi mi stava accanto e, al massimo, di impiccio se non avessi marciato abbastanza in fretta per chi mi stava dietro. Avrei vissuto in un cubo di cemento, isolato dal mondo al cui centro supponevo di essere, confuso fra milioni di disgraziati come me di cui non mi importava nulla e a cui, reciprocamente, non sarebbe importato niente di me. Avrei ricevuto un tot di denaro sul mio conto da spendere in cianfrusaglie inutili, le stesse di cui traboccavano le vetrine dei negozi e che riempivano i cartelloni e gli spot pubblicitari, per sostenere un’economia basata sull’infelicità di persone come me e che prospera solo se quelli come me si dissanguano per essa. Sarei ingrigito senza cielo, senza terra, in un mondo sintetico di calcestruzzo, asfalto e vetri antisfondamento, sino a che non mi sarei rattrappito da qualche parte, in attesa della fine.

Capii che non era quello che volevo, né lo avevo mai voluto.

Anni a studiare le cose sbagliate in Economia, a fare il lavoro sbagliato in una multinazionale, a frequentare le persone sbagliate il cui mondo e la cui lingua non erano i miei, alla fine dei quali avevo accolto con gioia il naufragio di una carriera che mi era ormai odiosa, sino a che la grande crisi del 2008 non mi aveva liberato. Rinacqui davvero solo allora, grazie a quella che, per gli economisti e i telegiornali, era una catastrofe epocale. E che mi permise di guardarmi attorno, capace per la prima volta, dopo anni, di sentirmi libero e capace di decidere che strada prendere.

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Dopo qualche anno di vagabondaggi in Europa centrale, orientale e sul Baltico, decisi di averne abbastanza della civiltà. Insieme alla donna che avevo incontrato nel corso di quella vita erratica e dei figli che nel frattempo ci erano nati, tornai in quell’un tempo odiata provincia come se solo là l’aria che respiravo fosse davvero un sollievo per i miei polmoni. Ho lasciato il computer e i file excel per il trattore e il bestiame, e, quando dalla veranda della mia casa di campagna vedo l’orizzonte, con sempre gli stessi campi in lontananza, i resti del nuraghe proprio di fronte, e il cielo, e gli alberi, e il vento e qualche rara auto che passa sulla strada, giù in lontananza, quale unico segno che, oltre a me, c’è ancora qualcosa attorno, mi sento a casa solo là. E non ho più alcun desiderio di partire da nessuna parte.

È in questo modo che, idealmente, ho distolto lo sguardo dall’immagine di quello sciame umano eruttato dalla metropolitana di Londra. Fu la classica goccia, ciò dopo il quale non potei più ingannarmi sulla modernità e su ciò che essa rappresentava per me. Ne distolsi lo sguardo come da un abisso, memore di ciò che ne scrisse Nietzsche, quando metteva in guardia dal fissarlo troppo a lungo perché, alla fine, sarà esso a guardare in te.

Ignazio Posadinu

2 commenti su “L’EDITORIALE – DA LONDRA ALLA VITA IN CAMPAGNA, DOPO AVER LETTO SPENGLER ED ESSERMI RESO CONTO DELLA DECADENZA DELL’OCCIDENTE (di Ignazio Posadinu)

  1. Buongiorno a tutti. Anche io sono sardo e ho percorso in passato lo stesso tragitto (luoghi simili ma diversi) dell’autore di questo significativo e bellissimo articolo. Stesse sensazioni, stesse impressioni, anche se il ritorno non è stato semplice e tuttora non lo è. La corrente di questa società turbocapitalista ti spinge verso la sua direzione. Non è facile andare controcorrente. Sarebbe troppo chiedere all’autore se è possibile mettersi in contatto con lui? Un confronto, anche per sentirsi meno soli. Lascio la mia mail qualora fosse possibile : aldomontisci@libero.it.
    Grazie per i contenuti che diffondete. Aldo.

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