Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

DIFFERENZE TRA PAOLO ROSSI E MARADONA (di Franco Marino)

A distanza di due settimane se ne sono andati due big dello sport. Il più grande fuoriclasse di tutti i tempi – sia perchè si misurò, da trionfatore, nel campionato più difficile di tutti i tempi (cosa che nè Pelè, nè Cruijff nè Di Stefano, talvolta ritenuti superiori a lui, fecero) – e il goleador della Nazionale che vinse il mondiale nel 1982, una vittoria inaspettata perchè ottenuta al termine di una qualificazione stentata e di un primo turno a stretto rischio di eliminazione. Poi col Brasile si sbloccò e diede inizio alla favola di Pablito. Ma quella non fu solo la sua vittoria. Fu la vittoria di un portiere come Zoff capace, a 40 anni, ancora di parate incredibili, fu la vittoria di una difesa di granito, di Scirea, di Collovati, di baby Bergomi e dello spietato Gentile, che ridicolizzò sia Zico che Maradona. Fu il mondiale dell’urlo di Tardelli e delle magie di Bruno Conti e Cabrini sulle fasce, insomma fu un mondiale di gruppo, di squadra.
Con la morte di Maradona invece si è celebrato solo Maradona. Le punizioni di Maradona, i dribbling di Maradona, le follie di Maradona, le dichiarazioni di Maradona, i vizi di Maradona. Solo Maradona, nient’altro che Maradona. E non è giusto perchè quel Napoli non era solo Maradona. Si è sempre detto che le squadre di Maradona fossero scarse e nobilitate solo dal genio del Pibe de Oro e può dirlo solo chi non capisce nulla di calcio.
Nell’Argentina di quegli anni c’erano fior di calciatori, da Burruchaga a Valdano, passando per Ruggeri, Brown, il monumentale Ricardo Bochini (che Maradona chiamava Maestro e a cui dava del Lei, tanto per dire) non fuoriclasse ma neanche pipponi.
Nel Napoli, decisive furono le geometrie di Romano prima e Alemao poi. I gol di Giordano prima e di Careca poi. La grinta di Bagni prima e di Crippa poi. E poi la sostanza di gente che c’era sia prima che poi, il piede vellutato e la solidità di Renica, la difesa ferrea di Ciro Ferrara, lo spirito combattivo di De Napoli, il peso in avanti di Carnevale e tanti altri che sfuggono a questa lista. Con la morte di Maradona sono finiti nell’ombra tutti coloro – e furono tantissimi – che contribuirono a costruirne la grandezza perchè quel primo campionato di un Napoli ottavo in classifica fece capire a tutti che se non si fosse fatta una grande squadra, anche con Maradona non si sarebbe vinto nulla.


Con la morte di Paolo Rossi invece non sono ritornati alla mente solo i suoi gol mondiali, da opportunista puro, che se non fossero stati così importanti non sarebbero certo rimasti nella storia per la loro bellezza, ma lo spirito di una Nazionale che ha segnato un’epoca e che con la sua morte si è riunita attorno a lui. E, tranne il povero Scirea, c’erano proprio tutti. C’erano Tardelli, Conti, Altobelli, Antognoni, Bergomi, Franco Causio, a simboleggiare quello che non fu solo il Mondiale di Pablito ma anzitutto la storia di una grandissima squadra che ottenne un trionfo inaspettato, contro tutto e tutti, contro chi malignava di una presunta liason omosessuale tra Rossi e Cabrini – che fece da detonatore al silenzio stampa indetto dagli azzurri – chi ironizzava su Bearzot definito pugile suonato. E Rossi fu il protagonista inaspettato: sia perchè anche lui iniziò male quel torneo, a secco nelle prime quattro partite, sia perchè era reduce da una lunga squalifica che non faceva certo ben sperare circa il suo stato di forma.
Ma al di là delle prodezze calcistiche, alla morte di Rossi, nei racconti di tutti non c’era la celebrazione pelosa di un distributore di banconote ai camerieri – come se la stima delle persone si conquistasse a suon di danari e non con la forza dell’esempio – ma il dolore per la bellezza della persona, morta nel corpo ma viva nei ricordi.
Paolo Rossi non lascia figli sparsi per il mondo a contendersi incarogniti le sue eredità, non lascia ombre sul suo passato, se non quella di una condanna per calcioscommesse che non ha mai convinto nessuno. Lascia il ricordo di un grande calciatore, non un fuoriclasse tale da offuscare tutti gli altri, che aveva un ruolo ben preciso quello di segnare ma sempre tenendo presente che senza i compagni non sarebbe andato da nessuna parte ma soprattutto lascia il ricordo di una bella persona, educata e capace, a dispetto di molti colleghi, di esprimersi in un italiano impeccabile e di far mostra di una semplicità e di una simpatia che oggi non si trova più non solo nel calcio ma forse da nessun’altra parte.

Da tifoso del Napoli, avrei preferito mille volte che lo scudetto fosse vinto da una squadra simile a quella Nazionale che non da un fuoriclasse così forte da offuscare tutti gli altri, del cui fantasma nessuno riesce più a liberarsi ma soprattutto di una stella che ha brillato, e per poco tempo, di una luce così accecante che oggi nessuno riesce più a guardare ad un futuro. Mentre la Nazionale poi un altro Mondiale, sempre puntando sul gruppo, l’ha vinto.
Paolo Rossi era parte di una bellissima storia di sport. Maradona era una storia maledetta e basta. Di un immenso talento sprecato nella droga, di soldi buttati a mare nello spregio della povera gente.
Tra Paolo Rossi e Maradona ovviamente non è possibile alcun confronto per quanto riguarda la grandezza dei calciatori. Paolo Rossi era un ottimo finalizzatore, Maradona era il migliore dei migliori. Ma non me la si meni col fatto che Maradona non ambisse ad essere un esempio. E’ vero ma non è un’attenuante. Il calcio come tutti gli sport serve a propagare dei valori e quindi ogni sportivo ha il dovere di essere un esempio.
Paolo Rossi è stato un esempio, Maradona no.

FRANCO MARINO

Un commento su “DIFFERENZE TRA PAOLO ROSSI E MARADONA (di Franco Marino)

  1. Non mi intendo di calcio e forse proprio per questo non lo seguo, troppi soldi, troppa fighetteria.
    Questo bellissimo articolo ha riacceso in me l’ammirazione che ho però sempre avuto nei confronti di Paolo Rossi, uno che si faceva i fatti suoi ed era in pace con tutti. Un esempio come uomo, educatissimo, speciale.
    Le partite del mondiale ‘82 vanno fatte vedere ai propri figli, sono magiche.
    Quel mondo che abbiamo vissuto da ragazzi, calcistico ed umano, dobbiamo riprendercelo con la forza. La squadra italiana era composta da italiani, quella brasiliana da brasiliani, quella tedesca da tedeschi, quella africana da africani. Ciò era normale oltre che giusto.

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