Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

L’IDENTIKIT DEL NEGAZIONISTA (di Franco Marino)

Essere stato tra coloro che sin dal primo momento non hanno creduto alle narrazioni ufficiali del covid-19 mi ha posto immediatamente nella galleria dei negazionisti. Sin quando uno dei lettori più affezionati, di quelli che mi seguono cioè dal 2003, non mi ha posto una domanda curiosa e cioè: “Secondo te, il tuo modo di pensare può corrispondere ad un identikit sulla tua persona? Come si diventa Franco Marino?”.

Così la mente subito ricorre ad un aneddoto dell’Epifania di ormai tantissimi anni fa quando, ad un certo punto, un vicino di casa con cui avevamo fraternizzato, bussa alla porta e fa il suo ingresso travestito da Befana, cantando “La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte”. E io “Mamma ma è Fulvio!”. E mamma “No Francy, non è Fulvio, è la Befana!” “Ma mamma, è Fulvio dai si riconosce, dai smettila Fulvio che ti ho riconosciuto”. Alchè la moglie di Fulvio subito disse “Ma no! E’ davvero la Befana, Fulvio è in piscina a vedere il figlio che gioca a pallanuoto”.
Ora, a prescindere dall’evidente somiglianza tra Fulvio e l’aspirante befana e dal fatto che ovviamente guarda caso il Fulvio in abiti borghesi non c’era, l’idea che quattordici temerari (più, si suppone, le riserve) andassero la sera del 6 Gennaio a giocare a pallanuoto nell’unica piscina del paese, per giunta all’aperto, nel paesino in alta collina dove all’epoca vivevo, dove a Gennaio, di regola, nevicava e faceva un freddo cane, non avrebbe convinto nessun bambino razionale, anche più piccolo. Ma questo già dava l’idea di ciò che ero a quei tempi: uno la cui fiducia non era facile da conquistare, su nulla. Neanche su temi così giocosi. Uno scettico di natura. E fu lo stesso scetticismo che mi fece passare da bambino fervido credente ad adolescente altrettanto fervido nel suo esatto contrario. Un bambino normalmente credulone, avrebbe creduto che quella fosse la Befana. Io ero, invece, quello che puntualmente smontava la magia intrinseca di ogni favola, che non credeva a Babbo Natale e che ovviamente capì subito come si facessero davvero i bambini, ben prima che me lo dicessero i miei che peraltro sull’argomento non è che avessero particolari tabù.
Un gran rompipalle ma fin qui è la mia natura. E la natura si può governare, certo non sovvertire.

A questo si associa il mio percorso di vita.
Svolgo un mestiere, quello di lavoratore autonomo nel ramo dell’informatica, che non ha niente di più nobile degli altri, tranne la caratteristica che si deve fare di conto ogni giorno. Tutto nella mia vita si riduce ad un bilancio tra ciò che si guadagna e ciò che si spende. E con la morte di mio padre, la cosa è diventata ancora più netta. Non che io prima mi facessi mantenere da mio padre. Ma diciamo che se le cose andavano male, potevo contare su di lui. Se alla mia età l’unica cosa che, dal punto di vista economico, mi ritrovo a temere sono gli eventuali debiti che erediterò da mio padre ma di sicuro non i miei, vuol dire che finora questo principio l’ho applicato alla perfezione. Sono uno che non spende mai più di quello che guadagna, che rifiuta per principio ogni prestito – da amici e da eventuali direttori di banca – e che quando in passato è capitato che qualcuno volesse dargli una mano, ha sempre premesso “guarda che io non so se posso restituirteli, sei sicuro di volermi aiutare lo stesso?”, accettando solo laddove fossi arcisicuro di questo. Piuttosto sarei andato a rubare.
Ma la morte di mio padre, siamo onesti, mi priva non solo di un punto di riferimento umano ma anche materiale.

Tutto preso come sono a dover schivare pericoli, rischi, inganni, paure, ogni narrazione viene sottoposta da me ad uno scan preventivo. In ogni suo aspetto. Nella politica e nella vita di tutti i giorni. Quando ci fu l’attentato dell’11 Settembre, per principio dubitai della sua autenticità. Come dubitavo di tutta quella valanga di autocelebrazione che Berlusconi, di cui pure sono stato elettore per tanti anni, inviò in campagna elettorale nel 2001. Dubito del ruolo degli USA di salvatori ma anche del ruolo di eroi dei loro innumerevoli nemici, nutrendo una stima profonda per Putin che tuttavia non sconfina mai nell’adorazione che verso di lui vedo provenire da una certa destra.
Non credo nella giustizia, nel senso che le riconosco il fondamentale ruolo in uno stato di diritto ma non quello di arbiter elegantiae proteso verso una eterna palingenesi morale o peggio ancora di Sangiorgio della Purificazione (per dirla con Montanelli) che un pessimo giornalismo le ha assegnato.
E non mi fido a tal proposito neanche del giornalismo. Infatti, quando leggo un articolo di un giornalista, cerco sempre di vedere chi è l’editore e che interessi economici e politici ha.
La narrazione covid-19 non ha fatto eccezione. Sin dal primo momento ho guardato i dati, puri e semplici, e quelli non mi hanno mai convinto. Col tempo, sono saltate fuori le numerosissime incongruenze, i chiarissimi interessi che spingevano questo o quell’altro provvedimento e col tempo sono giunto alla conclusione che questa storia sia una grandissima truffa, anche se naturalmente manca la prova regina (se ci fosse, a quest’ora la classe politica già sarebbe a testa in giù)

All’identikit dell’osservatore scettico, si associa la mia situazione di lavoratore autonomo, precario, colpito come tanti dalla crisi.
Io non sono un funzionario statale, a me non spettano tredicesime, ferie pagate, io guadagno se lavoro e se non lavoro, non guadagno. E se non guadagno e non ho i soldi per mantenere mia figlia, arrivano i servizi sociali a togliermela. Vivo così con l’incubo della crisi economica che per me, che sono così profondamente legato a mia figlia, costituisce ben più del rischio di ritrovarmi a fare il barbone.
La crisi del covid-19 ha dato un durissimo colpo al mio lavoro. Questi mesi mi hanno tolto tantissime certezze, mi hanno reso profondamente inquieto, sospettoso, nervoso. Ho persino considerato l’ipotesi di tentare un concorso statale ma tutte le volte che lo accenno, mi sento rispondere “Uno come te, statale, si godrebbe solo due mesi di stipendio fisso. Al terzo si metterebbe a lanciare dall’ufficio sassi sui passanti per la noia”. E ciò nondimeno, non vedere alla fine del mese quel benedetto accredito sul mio conto vi assicuro che è motivo di non poche paure, specialmente se si considera che le spese invece, rimangono fisse eccome.
Non faccio drammi in primis perchè è una vita che ho scelto io, contro tutto e tutti. In secundis, perchè non sono un caso isolato e mai come in questo caso – non me ne vogliano le altre partite IVA – il mal comune è un mezzo gaudio. Vivo in un paese dove esistono decine di migliaia di partite IVA nella mia condizione. Gente che vive di quel lavoro che è fondamentale per mandare avanti tutti coloro che, invece, durante il lockdown, comodamente seduti sui loro divani, pontificavano su Twitter e su Facebook circa l’importanza di “restare a casa”, improvvisandosi virologi e solo nella presunzione che l’adesione acritica alle dottrine ufficiali, conferisse loro un’osmotica superiorità culturale e intellettuale, non sapendo che sono semplicemente somari che hanno scelto l’omino di burro giusto.
A noi partite IVA non la raccontate che un virus è più pericoloso di una gravissima crisi economica. Perchè noi che ogni giorno lavoriamo come animali per far quadrare i bilanci aziendali e familiari, sappiamo benissimo cosa significa essere in rosso, essere in crisi. Significa che qualcuno può pure perdere la testa, guardarsi dentro e pensare: “Ho quasi quarant’anni, sono orfano, non ho più nessuno a cui chiedere aiuto se fallisco, non ho più nessuno che si occupi di me se io mi ammalo, non avrò una pensione se non una pensioncina sociale minima che sicuramente non mi basterà per tutte le necessità. E’ vita una vita così?”.
E a quel punto tre sono i casi. O si ammazza per disperazione, o muore di cancro o di infarto mentre è preso ad inseguire quei cento euro che servono per pagare una bolletta scaduta oppure decide di fare come Hitler che, orfano e privo di prospettive, capì che l’unica strada era dichiarare guerra al sistema, associandosi a tanti disperati come lui. Ed ecco il nazismo. Che non fu un cancro proliferato in un corpo sano ma l’inevitabile reazione di un paese disperato e di cui Hitler non fu che un interprete più abile e carismatico di altri.

A quelli come noi il covid-19 fa un baffo. Perchè correre un basso rischio di ammalarsi di polmonite da covid è NIENTE rispetto all’idea di perdere il lavoro di una vita, i risparmi, di vedersi portare via le persone care. Perchè di tutte le cose che accadono quando un paese sprofonda nella miseria e nell’inquietudine – e presto, magra consolazione, lo capiranno a loro spese anche i lobotomizzati covidioti – prendersi il covid-19 è e sarà sempre quella meno grave.
La vicenda della madre, Viviana Parisi, che si è suicidata e ha ammazzato il figlio Gioele per via della psicosi covid è un estremo. Ma figlio del livello di psicosi che è stato introdotto in un paese dove si vuole semplicemente ricominciare a vivere perchè è anche l’unico modo di lavorare e produrre.

Così l’identikit è chiaro. I negazionisti sono solo individui che vogliono lavorare e vivere.
Solo chi non ha ansie e paure del futuro crede davvero che un virus possa far più paura della miseria.
I covidioti è gente che anche se starà ferma un anno si illude che avrà il suo stipendio garantito a fine mese, o la sua pensione. Ignorando che i loro emolumenti sono garantiti da noi partite IVA. Se ci fermiamo noi, si fermano anche loro.
E quando avverrà la resa dei conti, non si illudano i covidioti che non ci ricorderemo di loro, delle loro prese in giro a carico di chiunque in questi mesi abbia lottato per riprendersi il diritto di vivere come persone normali.
La resa dei conti, quando avverrà, sarà durissima. Prima o poi un “Hitler” troppo disperato e troppo incazzato per rassegnarsi ad una vita di merda e che farà il primo passo, salterà fuori.

FRANCO MARINO

4 commenti su “L’IDENTIKIT DEL NEGAZIONISTA (di Franco Marino)

  1. Hai espresso perfettamente il sentimento di noi persone normali, magari non partite IVA ma semplici dipendenti di aziende private che sarebbero ridotti alla disperazione nel caso l’azienda chiudesse per covid.
    Vogliamo solo vivere più o meno normalmente perché magari dal covid possiamo guarire ma se a 50 anni in italia perdi il lavoro, la morte è certa.

  2. Tu non sei negazionista: semplicemente hai una visione diversa sul rapporto costi/benefici dell’attuale approccio al suo contenimento.
    Il negazionista ritiene che non esista nessuna infezione o polmonite da CoViD, ritiene che le ambulanze girino vuote per seminare terrore, che i medici di tutta Italia si mascherino ogni giorno con le tute per aggirarsi in reparti vuoti con manichini o altri colleghi che a turno si sdraiano per “fare” i pazienti, che quando sono ricoverati senza fiato in condizioni disperate con RX ai polmoni praticamente bianche (esperienza della mia compagna) insistono ad essere dimessi dalla terapia intensiva perchè non hanno nulla visto che il CoViD è un’invenzione dei giornali (stessa cosa già emersa in America con gente che muore chiedendo cosa ha veramente, che non possono morire di CoViD perchè non è vero, che l’ultima telefonata ai parenti prima di essere intubati la fanno con rabbia anzichè con il dispiacere/amore che sarebbe normale….).
    Quello dei negazionisti, che ora tramite i social fanno gruppo e si rafforzano nella “bolla” di chi la pensa come loro (“mi hanno dato un sacco di like, vuol dire che ho proprio ragione…”) è quello del classico meccanismo di difesa della negazione (una delle fasi che tendiamo a sperimentare tutti di fronte a gravi accadimenti) che in un momento di angoscia (senza cioè un nemico ben definito e visibile da cui difendersi) prolungata in taluni soggetti probabilmente predisposti per ansia/depressione,/tendenza al vittimismo/complottismo, consente loro di vivere in maggiore benessere pensando che il problema non ci sia ed anzi loro siano pure più avveduti degli altri.
    Sul contenimento anch’io penso che sarà un disastro economico e che le chiusure avrebbero dovuto essere più “chirurgiche” limitandole alle sole attività veramente rischiose (concentrando su loro i “ristori” in maniera più sostanziosa), ma ciò non fa di me un negazionista…

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