Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

MORISI E LA POLITICA “BESTIALE” (di Franco Marino)

Non so come e quando usciremo da questa orribile vicenda del covid – e la teoria del Liberatore espressa recentemente qui http://www.ildetonatore.it/2021/11/27/e-se-invece-della-variante-sudafricana-stesse-arrivando-il-liberatore-di-franco-marino/ è, per ora, soltanto una teoria, che io ritengo probabile ma che non è supportata da indizi schiaccianti, e che per giunta non sfocerà necessariamente in qualcosa di migliore e di democratico. Ma quel che so è che la democrazia sopravvivrà soltanto se si doterà di alcuni robusti anticorpi. Tra questi, l’introduzione del reato di discriminazione politica: se in questo paese viene considerato legittimo mettere alla gogna uno perché tocca il sedere ad una giornalista, non si vede perché si debba considerare meno importante punire chi tenta, attraverso la pressione psicologica, di condizionare chi ha un determinato pensiero politico.

Un altro anticorpo dovrà essere quello che vieta qualsiasi indiscrezione relativa alla vita privata di un esponente politico. In altre parole, di tutta la vicenda Morisi, l’unica cosa che mi è interessata è la parte politica della sua azione. Non mi è mai fregato nulla della sua vita privata, che avesse gusti sessuali di un certo tipo, che amasse farsi chiamare “Sissy” e altri particolari erano tutte cose ben note e che non avrebbero dovuto esserlo, né allora né in questa circostanza. Un paese davvero “inclusivo” non è solo quello che si scandalizza alla prima parola fuori posto ma anche quello dove la vita privata di Morisi non fa scandalo perché si ritiene del tutto normale, non solo quando si appartiene al PD o all’Arcigay (che ormai paiono la stessa cosa) che uno possa avere determinate idee politiche e in privato fare, è proprio il caso di dirlo e mi si scusi l’espressione colorita, “il cazzo che gli pare”. L’idea che se uno è di destra non possa essere gay è un’idiozia. Casapound è piena di omosessuali dichiarati, tanto per dire. Foglia di fico per poter difendersi dalle accuse di omofobia? Chissà. Certo è che in quel partito di gay ce ne sono e nessuno si è mai sognato di torcere loro un capello.

Qui mi interessa la questione comunicativa perché rimango sinceramente offeso nella mia intelligenza, poca o tanta che sia, quando leggo i moralismi sulla Bestia di Salvini. Cerchiamo di essere seri. Ogni partito ha la sua squadra di troll pagati più o meno sottobanco dai partiti. Ogni partito ha organizzazioni digitali dai meccanismi opachi, dai follower di dubbia provenienza, come spesso sono di dubbia provenienza molte organizzazioni “socialare” che nascono specialmente su Twitter. Ogni partito ha contribuito all’imbarbarimento del dibattito pubblico. Ogni partito ha la sua bestia.
Chiarito questo e dunque appurato che il problema è sistemico, bisogna anche capire come si è arrivati a questo punto e, al riguardo, la spiegazione è semplice. In Italia i partiti populisti – tutti i partiti lo sono, anche e soprattutto quelli che in teoria dicono di combattere il populismo (ma su questo faremo un articolo a parte) – sono nati e hanno cominciato a furoreggiare in un momento ben preciso: quando sono state abolite le preferenze. Se voi ricordate i politici della prima repubblica, sicuramente non vi saranno sfuggiti abili comunicatori come Almirante. Il quale tuttavia di voti ne prendeva sempre relativamente pochi rispetto alle sue doti di affabulatore, per la semplice ragione che un tempo la qualità della politica si verificava sul territorio. I partiti, che in teoria si occupavano di massimi sistemi, nella pratica avevano più o meno la medesima funzione che oggi hanno i patronati, cioè quella di risolvere i problemi concreti della gente. Solo che mentre gran parte di certe pratiche, oggi, sono illegali – e molti patronati di fatto si muovono nell’illegalità e corrompendo i pubblici uffici – un tempo magari lo erano anche ma si tollerava la cosa. I partiti fomentavano carriere, procuravano favori, facevano in sostanza clientele. Di conseguenza, Almirante affascinava eccome, certo: oggi uno come lui prenderebbe tranquillamente il 40%. A quei tempi la gente lo ascoltava, ne lodava la verve, la brillantezza comunicativa, ma poi tornava a casa e votava DC, consapevole che quel parlamentare locale, dall’immagine molto rozza e gretta, di lì a poco avrebbe trovato un posto di lavoro al figliuolo. Mentre Almirante rimaneva un grande principe dell’arte oratoria che tuttavia di voti ne prendeva relativamente pochi.

Tutto questo, dal Porcellum in poi, non è stato più vero. I parlamentari, oggi nominati dai partiti, non hanno più alcun rapporto col territorio. Se io oggi ho un problema, l’unica possibilità che ho è di parlarne con un patronato. Quando mio padre si è aggravato e abbiamo avuto bisogno dell’accompagnamento per pagare il badante, che ci spettava di diritto in quanto era invalido al 100%, ho dovuto pagare (se non ricordo male) 1600 euro un patronato che si è occupato di accelerare una pratica che qualche funzionario pubblico – non più dipendente dal parlamentare eletto in un territorio e certo non soggetto all’autorità di politici locali – aveva semplicemente accantonato, per motivi di dubbia origine, dal momento che l’invalidità fisica e cognitiva di mio padre era palese.
In altri tempi, il mio problema si sarebbe risolto se avessi votato un determinato partito, che in cambio avrebbe avuto il mio voto. E senza dubbio, quello delle preferenze era un sistema che sicuramente si prestava a molte zone grigie ma che perlomeno dava l’idea della presenza dei partiti sul territorio e soprattutto chiamava in correo quei cittadini che di volta in volta votavano ladri e mafiosi.
Oggi tutto questo non c’è più. Le elezioni politiche sono concorsi di bellezza dove non vincono più quei politici che hanno idee e spessore ma abilissimi comunicatori – guarda caso tutti con esperienze radiofoniche, televisive o cybernautiche – che tuttavia di sostanza ne hanno poca.
Se ci fate caso, le parabole politiche dei grandi leader hanno una prima fase dove giungono allo sfolgorante successo per poi crollare miseramente. E’ stato il caso di Renzi e Grillo, lo è oggi di Salvini, lo sarà domani – non si facessero illusioni i suoi sostenitori – la Meloni.
Si tratta di copioni ben stabiliti: in una prima fase, questi comunicatori trascinano il furore di popolo nelle urne, dando la sensazione all’elettore che se voteranno loro, l’Italia uscirà dall’Euro e diventerà un Impero Coloniale. Poi una volta entrati nelle stanze dei bottoni, magicamente ci si accorge che la questione è un bel po’ più complicata e altrettanto metafisicamente i leader diventano più prudenti, attendisti, si accorgono che l’Euro è inevitabile e va cambiato dall’interno. Fino a chiudere il cerchio diventando sostenitori incondizionati. Basterebbe confrontare il Brunetta di ieri con quello di oggi per rendersi conto della metamorfosi.

In una situazione di questo tipo, avere una “bestia” è fondamentale per padroneggiare il dibattito pubblico. Ed è un’arma che se non hai, non puoi semplicemente andare avanti. Tutte le bestie comunicano come la Bestia di Salvini. Tutte fanno cyberbullismo ai danni di chiunque esprima una tesi dissonante. Tutte funzionano secondo un meccanismo per cui, ad una data ora, qualcuno dà l’ordine di tempestare di insulti chi dice, sui social, qualcosa di “fuori dal coro” ed è un meccanismo a cui i social si prestano e si presteranno sempre perché è la loro struttura a funzionare così. I social network moderni fondano la loro forza sul fenomeno che gli orecchianti anglofili definirebbero “echo chamber”, tradotto “Io dico una cosa e traggo forza dal fatto che tu metta like ai miei post”. Non è una cosa che ha inventato Morisi, anzi si può dire che lui sia stato uno dei più tardivi e meno furbi in tal senso. Perché che i follower di Salvini siano, in buona parte, farlocchi, è qualcosa che chiunque frequenti i suoi profili può agevolmente notare. Né si può certo accusare Morisi di essere la parte attiva del rapporto con Salvini, in quanto tutto ciò che quell’esperto di comunicazione ha fatto, ha visto l’appoggio del leader della Lega né del resto è pensabile che i 400.000 euro che sono serviti a costruire la bestia li abbia presi Morisi dal proprio patrimonio.
Non è la bestia il problema. Il guaio è che oggi la politica non è più rapporto con la gente ma puro spettacolo. Le persone pensano che fare politica sia andare a fare i pavoni nei talk-show politici e non, invece, risolvere i problemi sul territorio. Del resto, che la politica non risolva più i problemi lo si vede anche nell’aumento dell’astensionismo. E la cosa grave è che si inizia a vederlo persino in quelle elezioni che le preferenze ancora non le hanno abolite, come quelle amministrative.

Ma, almeno su questo, la colpa non è né di Morisi né delle altre bestie. Semplicemente sono finiti i soldi. E quei pochi rimasti, vengono dedicati unicamente a tenere in piedi il business pandemico.
Ed è forse per questo che la politica è stata sradicata dai territori: se fossero rimaste le preferenze, i partiti di oggi sarebbero già stati cancellati. E non da oggi, ma almeno da una decina di anni.
La reintroduzione delle preferenze, oltre ad essere l’unica cura contro le Bestie, è un altro degli anticorpi che andrà introdotto nella nuova democrazia.

FRANCO MARINO
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FRANCO MARINO

3 commenti su “MORISI E LA POLITICA “BESTIALE” (di Franco Marino)

  1. Sono d’accordo con quanto scritto nell’articolo.
    Aggiungo però che essere gay ad essere di Casapound mi sembra una contraddizione in termini.

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