Il Detonatore

Facciamo esplodere la banalità

IL TRUCCO PIÙ RIUSCITO DEL SISTEMA (di Theodore John Kaczynski – trad. it di Clara Carluccio e Matteo Fais – Introduzione di Matteo Fais)

IL TRUCCO PIÙ RIUSCITO DEL SISTEMA

di Theodore John Kaczynski

(trad. it di Clara Carluccio e Matteo Fais – Introduzione di Matteo Fais)

IL TERRORISTA CHE È IN ME 

Introduzione di Matteo Fais

Sono le 7 di mattina. Il tuo smartphone vibra. È Amazon che ti dà il buongiorno, con il suo “Solo per oggi: oltre il 60% di sconto su…”. Accade così ogni giorno, ogni dannata mattina. La notte, invece, verso le 23, arriva su Telegram, dal canale di una modella-influencer, la segnalazione dell’uscita del suo ultimo video. Promette di mostrare il buco del culo senza perizoma, su OnlyFans. Basta pagare, per vedere la rappresentazione di una vita che non ti apparterrà mai.

Dimmi, è veramente questo ciò che sognavi? Riesci a dormire serenamente, la notte, dopo tutto questo bombardamento di stimoli inutili? Scommetto che passi ore di fronte allo schermo del televisore, con la tua PlayStation, a provare l’emozione del sangue virtuale, dopo aver ucciso un ben poco realistico nemico di pixel, la cui malvagità è rappresentata in 4k. Se hai degli amici, e non riesci ad accontentarti della validazione data dai soliti 20 like su Facebook, quando ci esci, vi dovete tutti sbronzare perché non avete un bel niente da raccontarvi, ma l’alcol aiuta a dire una sacco di cazzate per cui ridere inutilmente.

Si può chiamare felicità questa? Niente per cui vivere o morire. Nessun amore e nessuna famiglia. Oramai, arrivi a bearti di poter mostrare il green pass alla cameriera, quando ti siedi al tavolo, perché almeno qualcuno ti rivolge la parola.

Chissà quanti uomini e donne, ogni giorno, sperimentano qualcosa di simile. Chiusi in un box più che in un appartamento, conducono un’esistenza mesta e, in fondo, terribilmente sordida. Non si chiedono neppure se sia giusto, di chi sia la colpa. La realtà è ciò che è, bisogna accettarla, al limite diluirne l’insopportabilità sul fondo del bicchiere, con qualche goccia di Xanax.

Per fortuna, non tutti sopportano. Alcuni, al cospetto di tanto disagio, oppongono il grande rifiuto esistenziale, come Theodore Kaczynski, in arte Unabomber, matematico di formazione, terrorista per vocazione e indomito avversario della società tecnologica. La sua vita adulta, prima di essere arrestato e rinchiuso in carcere, si svolse a Lincoln, in Montana, nei boschi, in una condizione di eremitaggio quasi totale.

Kaczynski, Ted per gli amici e i suoi seguaci, odiava questa società del controllo, in cui niente è reale e si vive sempre a debita distanza dalla natura, da tutto ciò che è concreto. Per questo, coltivava il suo orto, camminava sui monti e meditava. Tali riflessioni, prima della sua cattura, si condensarono in quello che è probabilmente uno dei più illuminati pamphlet della fine del ’900, La società industriale e il suo futuro. Il testo fu pubblicato, sotto minaccia di far saltare in aria un aereo e su consiglio dell’FBI, dal “New York Times” e dal “Washington Post”. Da allora, l’incendiario poema in prosa matematica – il suo stile è decisamente peculiare di chi ha studiato quella materia – contro tutte le storture del nostro tempo non ha mai smesso di circolare nella nicchia di irriducibili che proprio non si voglio piegare a considerare normale la realtà che ci circonda, dal politicamente corretto all’introduzione di tutti questi strumenti – per esempio l’automobile – che sembrano liberarci, ma in ultimo ci rendono solo più schiavi del Sistema.

Il testo, data la risonanza mondiale, è stato tradotto anche – più o meno decentemente – in italiano. Ma esiste tutta un’altra porzione dell’opera di Kaczynski che resta inedita da noi. A parte il suo diario, vi è una raccolta dal titolo Tecnological Slavery e un altro libro, Anti-Tech Revolution: Why and How che non hanno trovato spazio nel nostro mercato editoriale, una volta che la vicenda Unabomber è scomparsa dalle cronache.

Nel primo volume citato è contenuto un testo di mirabile spessore intellettuale e altrettanto cristallina chiarezza espositiva che meritava assolutamente di essere portato a conoscenza del pubblico italiano, The System’s Neatest Trick. Dopo averlo letto, non ho potuto fare a meno di proporre alla mia adorata amica e collaboratrice Clara Carluccio – data anche la sua assoluta padronanza della lingua inglese – una trasposizione per l’Italia. La Carluccio ha condiviso il mio entusiasmo per il breve scritto e ha accettato la sfida. Quello che troverete nelle pagine a seguire è il risultato del nostro sforzo, credo ben più che riuscito. 

Sappiate che, se abbiamo deciso di cimentarci in un qualcosa di comunque tanto laborioso, è perché riteniamo che una simile opera sia fondamentale per capire il mondo, o meglio il Sistema, che ci circonda e ci sovrasta con la sua inquietante volontà di plasmarci come meglio crede, a mezzo della sua potenza persuasiva mediatica. Noi che non lo accettiamo, non possiamo permetterlo. Questa traduzione è la nostra risposta, l’ultima molotov disperata che lanciamo contro il Potere per dirgli che, comunque vada, non ci avranno mai. 

N.d.T: Il testo di Kaczynski è corredato da una lunghissima serie di note che abbiamo preferito non riportare, onde evitare di far impazzire il lettore durante la fruizione online di esso. Del resto, riteniamo che queste non siano essenziali alla piena comprensione dei contenuti dell’opera, da parte dei frequentatori del nostro sito – l’unica cosa che realmente ci interessa.

Matteo Fais

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Il lusso supremo della società fondata sulla necessità tecnologica sta nel concedere la possibilità di una rivolta senza peso, con un sorriso acquiescente.

Jacques Ellul

Il Sistema ha giocato un brutto tiro ai potenziali rivoluzionari e ribelli di oggi. Si tratta di un trucco così sopraffino che, se fosse stato coscientemente voluto, lo si potrebbe quasi ammirare per la sua matematica eleganza.

1. COSA NON È IL SISTEMA

Cominciamo col chiarire cosa non è il Sistema. Il Sistema non è George W. Bush e i suoi consiglieri e delegati, non sono i poliziotti che maltrattano i manifestanti, non sono i dirigenti delle multinazionali e non sono i tanti Dottor Frankenstein che, nei loro laboratori, manipolano criminalmente con i geni di ogni cosa vivente. Tutte queste persone servono il Sistema ma, di per sé, non costituiscono il Sistema. Infatti, i valori, gli atteggiamenti, le convinzioni, i comportamenti personali e individuali di ciascuna di queste persone possono essere significativamente in conflitto con le esigenze di questo.

Per illustrare con un esempio, il Sistema chiede il rispetto del diritto di proprietà ma a volte dirigenti, poliziotti, scienziati e politici, rubano. (Parlando di furto non dobbiamo limitarci a intendere l’effettiva sottrazione di oggetti fisici. Possiamo includere tutti i mezzi illegali di acquisizione di proprietà, come l’imbroglio sull’imposta di reddito, l’accettazione di tangenti e qualsiasi altra forma di concussione o corruzione). Ma il fatto che dirigenti, poliziotti, scienziati e politici a volte rubino non significa che il furto sia un fondamento. Al contrario, quando un poliziotto o un politico ruba, si sta ribellano contro l’obbligo del Sistema al rispetto della legge e della proprietà. Eppure, anche quando sottraggono qualcosa, queste persone rimangono al servizio di esso, fintantoché manifestano pubblicamente il loro sostegno verso la legge e la proprietà.

Qualunque illegalità possa essere commessa da politici, poliziotti o dirigenti in quanto individui, furto, concussione o corruzione, non sono comunque parte costitutiva del Sistema, ma sue malattie. Meno furti ci sono e meglio questo funziona, ed è per tal motivo che i servitori e i sostenitori raccomandano sempre in pubblico l’ubbidienza alla legge, anche se a volte possono trovare vantaggioso violarla privatamente.

Per fare un altro esempio. Sebbene la polizia sia la forza esecutrice della volontà del Sistema, la sua brutalità non fa parte di questo. Quando dei poliziotti picchiano a sangue un sospettato, non stanno facendo la sua volontà, stanno solo sfogando la propria rabbia e ostilità. L’obiettivo del Sistema non è la brutalità o la mera espressione della rabbia. Per quanto riguarda il lavoro di polizia, l’obiettivo del Sistema è obbligare all’obbedienza delle sue regole e farlo con il minor numero possibile di disagi, violenza e cattiva pubblicità. Quindi, dal suo punto di vista, il poliziotto ideale è quello che non si arrabbia mai, non usa mai più forza del necessario e, per quanto possibile, si affida alla manipolazione, piuttosto che alla forza, per tenere le persone sotto controllo. La brutalità della polizia è quindi solo un’altra malattia del Sistema, ma non fa parte di questo.

Per intenderci, guardate all’atteggiamento dei media. Il mainstream condanna quasi universalmente la brutalità della polizia. Naturalmente, l’atteggiamento dei media mainstream rappresenta, di regola, la visione egemone delle classi dominanti, nella nostra società, riguardo ciò che è bene per il Sistema.

Quanto appena detto su furto, corruzione e brutalità della polizia, si applica anche a questioni di discriminazione e vittimizzazione come razzismo, sessismo, omofobia, povertà e sfruttamento lavorativo. Tutto ciò è un male per il Sistema. Ad esempio, più le persone di colore si sentono disprezzate o escluse, maggiore è la probabilità che si dedichino al crimine, trascurando di svolgere un determinato percorso che li potrebbe rendere utili al Sistema.

La tecnologia moderna, grazie ai mezzi di trasporto rapidi e a lunga percorrenza, e al taglio netto con i modi di vita tradizionale, ha portato alla mescolanza delle popolazioni, così che oggigiorno persone di diverse razze, nazionalità, culture e religioni devono vivere e lavorare fianco a fianco. Se queste si odiano o si respingono a vicenda sulla base della razza, etnia, religione, o preferenze sessuali, ecc, i conflitti che ne derivano interferiscono con il funzionamento del Sistema. A parte alcune vecchie reliquie fossili del passato come Jesse Helms, i leader del Sistema lo sanno molto bene, ed è per questo che a scuola e attraverso i media ci viene insegnato a credere che il razzismo, il sessismo, l’omofobia e il resto siano mali sociali da eliminare.

Senza dubbio, alcuni dei leader, come dei politici, scienziati e dirigenti, segretamente ritengono che il ruolo di una donna sia occuparsi della casa o che l’omosessualità e il matrimonio interrazziale siano ripugnanti. Ma, anche se la maggior parte di loro pensasse questo, non significherebbe che il razzismo, il sessismo e l’omofobia facciano parte del Sistema – non più di quanto l’esistenza del furto, tra i leader, significhi che il furto è costitutivo di esso. Così come il Sistema deve promuovere il rispetto della legge e della proprietà per il bene della propria sicurezza, esso deve anche scoraggiare il razzismo e altre forme di vittimizzazione per il medesimo motivo. Ecco perché il Sistema, nonostante eventuali deviazioni da parte di singoli membri dell’élite, è fondamentalmente impegnato a sopprimerle.

Per averne prova, osservate ancora l’atteggiamento dei media mainstream. Nonostante il timido dissenso occasionale di alcuni dei commentatori più audaci e reazionari, la propaganda favorisce in modo schiacciante l’uguaglianza razziale e di genere, come l’accettazione dell’omosessualità e del matrimonio interrazziale.

Il Sistema ha bisogno di una popolazione che sia mite, pacifica, addomesticata, docile e obbediente. Deve evitare qualsiasi conflitto o blocco che potrebbe interferire con il funzionamento ordinato della macchina sociale. Oltre a sopprimere le ostilità razziali, etniche, religiose e di qualsivoglia altro tipo, deve anche sopprimere o sfruttare a proprio vantaggio tutte le altre tendenze che potrebbero portare blocchi o disordini, come il machismo, gli impulsi aggressivi e qualsiasi inclinazione alla violenza.

Naturalmente, gli antagonismi razziali ed etnici tradizionali muoiono lentamente, come il machismo, l’aggressività e gli impulsi violenti non sono facilmente reprimibili, e gli atteggiamenti ostili verso il sesso e l’identità di genere non scompaiono dal giorno alla notte. Ci sono quindi molti individui che resistono a questi cambiamenti e il Sistema si trova di fronte al problema di superare la loro resistenza.

2. COME IL SISTEMA SFRUTTA L’IMPULSO A RIBELLARSI

Tutti noi, nella società moderna, siamo imprigionati entro le maglie di una fitta rete di regole e regolamenti. Siamo alla mercé di grandi organizzazioni come enti, governi, sindacati, università, chiese e partiti politici, e di conseguenza siamo impotenti. Come risultato della servitù, dell’impotenza e delle altre umiliazioni che il sistema ci infligge, si sviluppa una frustrazione diffusa che genera un forte impulso all’antagonismo. Ed è qui che il Sistema gioca il suo trucco più riuscito: attraverso un brillante gioco di prestigio, volge la ribellione a proprio vantaggio.

Molte persone non capiscono le radici della propria frustrazione, quindi la loro ribellione risulta priva di direzione. Sanno che vogliono contrapporsi, ma non sanno con precisione contro cosa. Fortunatamente, il Sistema è in grado di soddisfare il loro bisogno fornendogli un elenco di questioni standard e stereotipate in nome delle quali sollevarsi: razzismo, omofobia, questione femminile, povertà, lavoro sottopagato… Insomma, il pacchetto completo delle tematiche care agli “attivisti”.

Un numero enorme di aspiranti ribelli abbocca ovviamente all’amo. Nella lotta contro il razzismo, il sessismo, ecc., ecc., stanno solo facendo il gioco del Sistema. Nonostante ciò, immaginano di andare contro. Com’è possibile?

In primo luogo, cinquant’anni anni fa il Sistema non era ancora impegnato per l’uguaglianza di neri, donne e omosessuali, quindi l’azione a favore di tali categorie era davvero una forma di ribellione. Di conseguenza, queste cause venivano convenzionalmente percepite come proprie dei ribelli. Oggi hanno mantenuto quello status semplicemente per tradizione; perché ogni generazione, nel suo antagonismo, imita quelle precedenti.

In secondo luogo, ci sono ancora un numero significativo di persone, come ho sottolineato in precedenza, che resistono ai cambiamenti sociali richiesti dal Sistema e alcune di queste sono persino figure autoritarie come poliziotti, giudici o politici. Costoro forniscono un obiettivo per i potenziali ribelli, qualcuno contro cui sollevarsi. Commentatori come Rush Limbaugh aiutano il processo inveendo contro gli attivisti: vedere che hanno fatto arrabbiare qualcuno alimenta l’illusione di questi di ribellarsi realmente.

Terzo, per entrare in conflitto anche con quella maggioranza di leader che accetta pienamente i cambiamenti sociali richiesti dal Sistema, gli aspiranti ribelli insistono su soluzioni che vanno oltre ciò che i leader stessi considerano prudente, e mostrano una rabbia esagerata per questioni banali. Ad esempio, chiedono di risarcire i neri e spesso si inaspriscono per qualsiasi critica rivolta a una minoranza, non importa quanto questa risulti cauta o ragionevole.

In questo modo gli attivisti riescono a tenere viva l’illusione di ribellarsi al Sistema. Ma tale illusione è assurda. La rivolta contro il razzismo, il sessismo, l’omofobia e simili, non costituisce una forma di ribellione contro di esso più di quanto non lo sia la stigmatizzazione della corruzione politica. Coloro che lavorano contro la corruzione non si stanno contrapponendo, ma agiscono come esecutori della volontà del Sistema: stanno spingendo affinché i politici siano obbedienti alle sue regole. Coloro che si impegnano contro il razzismo, il sessismo e l’omofobia si muovono similmente: aiutano il Sistema a sopprimere gli atteggiamenti deviati di razzisti, sessisti e omofobi con tutti i problemi che a questi seguono.

Ma gli attivisti non agiscono solo come esecutori del Sistema. Servono anche come una sorta di parafulmine che lo protegge, allontanando il risentimento pubblico da esso e dalle sue istituzioni. Ad esempio, c’erano diverse ragioni per cui era vantaggioso per il Sistema portare le donne fuori di casa, a lavorare. Cinquant’anni fa, se questo, rappresentato dal governo o dai media, avesse avviato di punto in bianco una campagna volta a rendere socialmente accettabile per le donne di incentrare la propria vita sulla carriera piuttosto che sulla famiglia, la naturale resistenza umana al cambiamento avrebbe causato un diffuso risentimento sociale. Quello che in realtà è successo è che i cambiamenti sono stati guidati da femministe radicali, rispetto alle quali le istituzioni si sono tenute a debita distanza di sicurezza. Il risentimento dei membri più conservatori della società era diretto principalmente contro le femministe radicali piuttosto che contro il Sistema e le sue istituzioni, perché i cambiamenti promossi da esso sembravano lenti e moderati rispetto alle soluzioni più radicali propugnate da queste, e anche lì si riteneva che i mutamenti relativamente lenti fossero stati imposti dalla pressione dei radicali.

3. IL TRUCCO PIÙ RIUSCITO DEL SISTEMA

Quindi, in poche parole, il trucco più riuscito del Sistema è questo:

a)   Per la propria efficienza e sicurezza, questo ha bisogno di apportare cambiamenti sociali profondi e radicali, onde adeguarsi alle mutate condizioni derivanti dal progresso tecnologico.

b)  La frustrazione, nelle circostanze imposte, porta a impulsi ribelli.

c)   Questi sono cooptati dal Sistema, al servizio dei cambiamenti sociali che esso richiede; gli attivisti si “ribellano” contro i vecchi e sorpassati valori che non servono più al Sistema e in favore dei nuovi che esso ha bisogno di farci accettare.

d)  In questo modo gli impulsi ribelli, che altrimenti risulterebbero pericolosi, trovano uno sbocco non solo innocuo per il Sistema, ma anche utile.

e)   Gran parte del risentimento diffuso, derivante dall’imposizione di cambiamenti sociali, è alienato dal Sistema e dalle sue istituzioni, e risulta invece deviato contro i radicali che cercano di muovere per il cambiamento.

Certamente, questo trucco non è stato pianificato anticipatamente dai leader, che infatti non ne sono affatto consapevoli. Funziona più o meno così:

Nel decidere che posizione assumere rispetto a qualsiasi questione, gli editori e i proprietari dei media devono bilanciare, più o meno consapevolmente, diversi fattori. Devono considerare come reagiranno i loro lettori e spettatori a ciò che stampano o trasmettono sull’argomento, come reagiranno i loro inserzionisti, i colleghi, altri potenti e devono vagliare le conseguenze che ne potrebbero derivare per la sicurezza del Sistema.

Queste considerazioni pratiche di solito prevalgono sui sentimenti personali che possono nutrire riguardo al problema. Le opinioni dei leader dei media, dei loro inserzionisti e di altre persone potenti, sono varie. Possono essere liberali o conservatori, religiosi o atei. L’unico terreno comune tra i leader è il loro impegno per il Sistema, la sua sicurezza e il suo potere. Pertanto, nei limiti imposti da ciò che il pubblico è disposto ad accettare, il principale fattore a determinare l’atteggiamento dei media è un grossolano consenso diffuso tra i suoi leader e altre persone potenti su ciò che è meglio per il Sistema.

Dunque, quando un editore o un altro leader dei media decide l’atteggiamento da assumere nei confronti di un movimento o di una causa, il suo primo pensiero è se il movimento include qualcosa che risulti buono o cattivo per il Sistema. Forse si dice che la sua decisione si fonda su basi morali, filosofiche o religiose, ma è un fatto osservabile che, in pratica, la sicurezza di esso ha la precedenza su tutti gli altri fattori nel determinare l’atteggiamento dei media.

Ad esempio, se l’editore di una rivista guarda al movimento della milizia, può personalmente simpatizzare, o meno, con alcune sue rimostranze e obiettivi, ma vede anche che ci sarà un forte sentimento diffuso tra i suoi inserzionisti e i suoi pari nel giudicare questo come potenzialmente pericoloso per il Sistema, quindi da scoraggiare. In queste circostanze, sa che la sua rivista farebbe meglio ad assumere un atteggiamento negativo. Tale atteggiamento è presumibilmente parte del motivo per cui il movimento delle milizie si è presto spento.

Quando lo stesso editore guarda al femminismo radicale, nota che alcune delle sue istanze più estreme sarebbero pericolose per il Sistema, ma vede anche che il femminismo ha in sé molto di ciò che risulterebbe utile ad esso. La partecipazione delle donne al mondo degli affari e della tecnica integrerebbe meglio loro e le loro famiglie nel Sistema. I loro talenti risulterebbero al servizio di esso, negli affari e nelle questioni tecniche. L’enfasi femminista, sul porre fine all’abuso domestico e allo stupro, serve anche ai bisogni del Sistema, poiché lo stupro e l’abuso, come altre forme di violenza, sono pericolose per esso. Forse ancora più importante, l’editore riconosce che la meschinità e l’insignificanza dei lavori domestici moderni, e l’isolamento sociale della casalinga di oggi, possono comportare tutta una serie di frustrazioni per molte donne; frustrazioni che causerebbero problemi al Sistema, a meno che alle donne non venga concesso uno sfogo attraverso carriere nel mondo degli affari e della tecnica.

Persino un editore maschilista, che personalmente si sentisse più a suo agio con le donne in una posizione subordinata, sa che il femminismo, almeno in una forma relativamente moderata, fa bene al Sistema. Sa che la sua posizione editoriale deve essere favorevole al femminismo moderato, altrimenti dovrà affrontare la disapprovazione dei suoi pubblicitari e di altre persone potenti. Questo è il motivo per cui l’atteggiamento dei media mainstream è stato generalmente favorevole al femminismo moderato, misto a quello più radicale, e costantemente ostile solo nei confronti delle posizioni più estreme.

In ragione di quanto detto, i movimenti ribelli che risultano pericolosi per il Sistema, vanno soggetti a una propaganda negativa, mentre quelli ritenuti utili, sono incoraggiati con cautela. L’assorbimento inconsapevole della propaganda dei media spinge i potenziali dissidenti a “ribellarsi” in modi che servono gli interessi di questo.

Anche gli intellettuali universitari giocano un ruolo importante nella realizzazione di questo riuscitissimo trucco. Sebbene a loro piaccia credere di essere pensatori indipendenti, sono (fatte salve le eccezioni) il gruppo più ipersocializzato, più conformista, più mansueto e più addomesticato, viziato, dipendente e senza spina dorsale dell’America di oggi. Di conseguenza, il loro impulso alla contrapposizione è particolarmente forte. Ma, poiché sono incapaci di un pensiero autonomo, la vera ribellione è per loro impossibile. Di conseguenza sono loro gli utili idioti al servizio del trucco messo in atto, che gli permette di suscitare irritazione presso i più e godere dell’illusione di ribellarsi senza mai dover mettere in discussione i valori base del Sistema.

Poiché esercitano la loro attività di insegnamento su delle menti non ancora formate, gli intellettuali universitari sono in grado di aiutare il Sistema a prendersi gioco dei giovani, cosa che fanno indirizzando i loro impulsi di ribellione verso obiettivi standard e stereotipati: razzismo, colonialismo, questione femminile, ecc. I giovani che non studiano, poi, apprendono attraverso i media, o attraverso il contatto personale, le questioni di “giustizia sociale” per le quali gli studenti si ribellano e li imitano. Si sviluppa così una cultura giovanile in cui esiste una modalità stereotipata di antagonismo che si diffonde attraverso l’imitazione dei coetanei – proprio come le acconciature, l’abbigliamento e altre mode.

4. IL TRUCCO NON È PERFETTO

Naturalmente, il trucco non funziona alla perfezione. Non tutte le posizioni assunte dalla comunità degli “attivisti” sono coerenti con le esigenze del Sistema. A questo proposito, alcune delle difficoltà più importanti che questo si trova ad affrontare, riguardano i due tipi di propaganda da utilizzare: la propaganda di integrazione e la propaganda di agitazione.

La propaganda dell’integrazione è il principale meccanismo di socializzazione nella modernità. È una propaganda che ha lo scopo di instillare nelle persone gli atteggiamenti, le credenze, i valori e le abitudini di cui hanno bisogno per essere strumenti sicuri e utili nelle mani del Sistema. Questa insegna alle persone a reprimere o sublimare permanentemente quegli impulsi emotivi pericolosi nei confronti di esso. Si focalizza su atteggiamenti a lungo termine e valori radicati di ampia applicabilità, piuttosto che su atteggiamenti verso questioni specifiche e attuali.

La propaganda dell’agitazione gioca sulle emozioni delle persone per far emergere determinati atteggiamenti o comportamenti, in situazioni specifiche e attuali. Invece di insegnare alle persone a sopprimere gli impulsi emotivi pericolosi, cerca di stimolare determinate risposte per scopi ben definiti e limitati nel tempo.

Il Sistema necessita di una popolazione ordinata, docile, cooperativa, passiva e dipendente. Soprattutto, gli serve non violenta, poiché ha bisogno che il governo detenga il monopolio nell’uso della forza fisica. Per questo motivo, la propaganda dell’integrazione deve insegnarci ad essere spaventati e inorriditi dalla violenza, in modo da non essere tentati di ricorrervi neppure quando siamo particolarmente arrabbiati. (Per “violenza” intendo attacchi fisici rivolti contro altri esseri umani.) Più in generale, la propaganda dell’integrazione deve trasmetterci valori morbidi e coccolosi che enfatizzino la non aggressività, l’interdipendenza e la cooperazione.

Ma, al contempo, in determinati contesti, il ​​Sistema stesso trova utile o necessario ricorrere a metodi brutali e aggressivi per raggiungere i propri scopi. L’esempio più classico è ciò che avviene in caso di guerra. In quel tempo, il Sistema si basa sulla propaganda dell’agitazione: per ottenere l’approvazione pubblica dell’azione militare, gioca sulle emozioni delle persone spingendole a essere spaventate e arrabbiate verso il loro vero o presunto nemico.

In questa situazione si palesa un conflitto tra propaganda di integrazione e di agitazione. Quelle persone in cui i valori coccolosi, e l’avversione alla violenza, sono ormai più profondamente radicati, non possono essere facilmente persuase ad approvare una sanguinosa operazione militare.

Qui, in una certa misura, il trucco del Sistema fallisce. Gli attivisti, che da sempre si “ribellano” a favore dei valori della propaganda dell’integrazione, continuano a farlo in tempo di guerra. Si oppongono allo sforzo bellico non solo perché è violento, ma “razzista”, “colonialista”, “imperialista”, ecc., cioè contrario ai valori morbidi e coccolosi insegnati dalla propaganda dell’integrazione.

Il trucco del Sistema si ritorce contro di esso anche per quanto riguarda il trattamento degli animali. Inevitabilmente, molte persone estendono agli animali i valori morbidi e l’avversione alla violenza che vengono loro insegnati nei confronti degli umani. Sono inorriditi dalla macellazione per la carne e da altre pratiche dannose, come il trattare i polli quali macchine, tenendoli in minuscole gabbie, per la deposizione delle uova, o l’uso di animali negli esperimenti scientifici. Fino a un certo punto, la conseguente opposizione al maltrattamento può essere utile al Sistema: una dieta vegana è più efficiente in termini di utilizzo delle risorse rispetto a una carnivora – il veganismo, se ampiamente adottato, aiuterà ad alleviare l’impatto sulle limitate risorse della Terra dovuto alla crescita della popolazione. Ma l’insistenza degli attivisti nel porre fine all’uso di animali negli esperimenti scientifici è in netto conflitto con le esigenze del Sistema, poiché per il prossimo futuro è probabile che non ci sia alcun sostituto agli animali vivi quali oggetti di ricerca.

Tuttavia, il fatto che il trucco si ritorca contro, a seconda dei casi, non impedisce che sia nel complesso un dispositivo straordinariamente efficace per volgere gli impulsi ribelli a vantaggio del Sistema.

Bisogna ammettere che il trucco qui descritto non è l’unico fattore che determina la direzione che gli impulsi ribelli prendono nella nostra società. Molte persone oggi si sentono deboli e impotenti (per il semplice motivo che il Sistema ci rende tali), e quindi si identificano ossessivamente con le vittime, con i deboli e gli oppressi. Questo è uno dei motivi per cui l’ossessione vittimistica che sta dietro la lotta a razzismo, sessismo, omofobia e il neocolonialismo sono diventati problemi diffusi tra gli attivisti.

5. UN ESEMPIO 

Ho con me un testo di antropologia (William A. Haviland, Cultural Anthropology, Nona edizione, Harcourt Brace & Company, 1999) in cui ho trovato ottimi esempi riguardo al modo in cui gli intellettuali delle università favoriscono il trucco del Sistema, mascherando il conformismo come critica alla società moderna. Il più interessante si trova alle pagine 132-36, dove l’autore cita, in forma “adattata”, un articolo di una certa Rhonda Kay Williamson, una persona intersessuale – ovvero, nata con caratteristiche fisiche sia maschili che femminili. 

Wilamson asserisce che gli indiani d’America non solo accettavano le persone intersessuali ma, soprattutto, le apprezzavano. L’autrice, anch’essa intersessuale, contrappone questo modello a quello euro-americano, che i suoi genitori adottarono per lei. 

La maltrattarono crudelmente. La disprezzavano per la sua condizione. Le dissero che era “maledetta e mandata dal demonio” e la portarono in chiese carismatiche per allontanare il “demone” da lei. Le furono addirittura dati dei fazzoletti su cui “tossire, per scacciare il demone”. 

Ovviamente, è ridicolo paragonare questo comportamento con l’atteggiamento euro-americano attuale. Potrebbe avvicinarsi a quello di 150 anni fa, ma oggigiorno quasi tutti gli psicologi, educatori americani, o sacerdoti tradizionali, sarebbero inorriditi da un simile trattamento riservato a una persona intersessuale. I media non si sognerebbero mai di mettere in buona luce una cosa simile. Gli americani della classe media, oggi come oggi, potrebbero non accettare una tale condizione, come invece fecero gli indiani, ma pochi negherebbero l’efferatezza del trattamento a cui Williamson venne sottoposta. 

I suoi genitori erano senz’altro dei furiosi, dei fanatici religiosi, i cui atteggiamenti e convinzioni non erano in linea con i valori del Sistema. Così, mentre critica la moderna società euro-americana, la Williamson se la prende solo con delle minoranze deviate e alcuni ottusi che non si sono ancora adattati ai precetti dominanti nell’America di oggi. 

Haviland, l’autore del libro, a pagina 12, definisce iconoclasta l’antropologia culturale, una sfida ai presupposti della moderna società occidentale. Ciò è così lontano dalla verità, che sarebbe quasi divertente, se non risultasse patetico. La corrente principale della moderna antropologia americana è abiettamente sottomessa ai valori e ai presupposti del Sistema. Quando gli antropologi di oggi pretendono di sfidare i valori della loro società, in genere attaccano solo i valori del passato, già obsoleti e fuori moda, salvaguardati unicamente da fanatici e bigotti che non hanno tenuto il passo con i cambiamenti culturali richiesti. 

L’uso da parte di Haviland dell’articolo di Williamson lo illustra molto bene, e rappresenta il taglio generale del libro. L’autore mette in risalto fattori etnici che danno ai lettori esempi di politicamente corretto, ma sottovaluta, o omette del tutto, quelli più politicamente scorretti. Così, mentre cita il racconto di Williamson, per enfatizzare l’accettazione da parte degli indiani degli intersessuali, non menziona, ad esempio che, in molte delle tribù indiane, alle donne adultere veniva tagliato il naso, mentre tale punizione non sarebbe mai stata inflitta agli adulteri; o che, tra gli indiani Crow, un guerriero colpito da uno sconosciuto, doveva uccidere immediatamente l’avversario, pena risultare irrimediabilmente disonorato agli occhi della sua tribù; Haviland non discute nemmeno l’uso abituale della tortura da parte degli indiani degli Stati Uniti orientali. Naturalmente, fatti di questo tipo rappresentano violenza, machismo e discriminazione di genere, quindi sono incoerenti con i valori attuali del Sistema e tendono a essere censurati come politicamente scorretti. 

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Nonostante questo, non dubito che Haviland sia sincero nella sua convinzione che gli antropologi mettano in seria discussione i presupposti della società occidentale. La capacità di autoinganno dei nostri intellettuali dell’università si estende facilmente fino a questo punto. 

Per concludere, voglio chiarire che non sto suggerendo sia bene tagliare il naso in caso di adulterio, o che qualsiasi altro abuso sulle donne dovrebbe essere tollerato, né vorrei vedere qualcuno disprezzato o rifiutato perché intersessuale o per la sua razza, religione, orientamento sessuale, ecc., ecc., ecc. Ma, nella nostra attuale società, queste queste questioni possono essere, al massimo, oggetto di eventuali riforme. Il trucco più riuscito del Sistema consiste nell’aver rivolto potenti impulsi ribelli, che altrimenti avrebbero potuto prendere una direzione rivoluzionaria, al servizio di queste modeste riforme.

Theodore John Kaczynski

SUGLI AUTORI:

Theodore John Kaczynski: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Theodore_Kaczynski

Matteo Fais

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MATTEO FAIS nasce a Cagliari, nel 1981. È scrittore e agitatore culturale, fondatore, insieme a Davide Cavaliere, di “Il Detonatore”. Ha scritto per varie testate (“Il Primato Nazionale”, “Pangea”, VVox Veneto”). Ha pubblicato i romanzi L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde Storia Minima, entrambi per la Robin Edizioni. Ha preso parte all’antologia L’occhio di vetro: Racconti del Realismo terminale uscita per Mursia. È in libreria il suo nuovo romanzo, Le regole dell’estinzione, per Castelvecchi.

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